Mara di Pietro
Visto al Teatro Sanzio di Urbino

La battaglia di Elio

Elio Germano porta in scena un suo monologo (intitolato "La mia battaglia”) che raccontando le ansie del nostro tempo coinvolge una parte del pubblico in una sorta di Coro greco

La mia battaglia, è un monologo scritto da Elio Germano a quattro mani con Chiara Lagani, drammaturga, andato in scena Martedì 20 febbraio al Teatro Sanzio di Urbino. Caratteristica singolare di questo spettacolo è il coro che Germano forma ogni volta con delle persone delle città ospitanti. Nella parte finale, infatti, si assiste all’entrata in scena di un gruppo di persone che interagisce con il protagonista e con lui diventa parte integrante della rappresentazione. In questo caso, a partecipare al coro sono stati dei ragazzi perlopiù facenti parte del Centro Teatrale Cesare Questa di Urbino, che sono rimasti davvero entusiasti di questa esperienza al fianco dell’attore. I ragazzi sono stati invitati a seguire il workshop organizzato da Germano in collaborazione con Chiara Lagani e hanno avuto la possibilità di arricchire la loro formazione teatrale con dei professionisti, oltre che ad assistere attivamente ad uno spettacolo che li ha coinvolti non solo a livello artistico, ma anche umano in tutto e per tutto.

Durante il laboratorio, Elio Germano ha mostrato la profonda motivazione che lo ha spinto a scrivere uno spettacolo del genere, alimentando negli aspiranti attori la voglia di contribuire a raggiungere lo scopo prefissato. L’aspetto interessante è stato, dunque, quello di coinvolgere direttamente il pubblico trasformandolo in attore. Un lavoro non facile dal momento che il coro è formato da attori che interpretano se stessi ed il distacco tra la finzione teatrale e la realtà è minimo: «Il teatro non è il paese della realtà : ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco».

Queste parole di Victor Hugo permettono di spiegare al meglio la dicotomia che si crea sulla scena e di conseguenza il ruolo di chi ne prende parte: infatti, ai ragazzi, è stato chiesto di essere veri, umani, parte integrante della rappresentazione, perché il teatro non è il paese della realtà, ma del vero. A teatro battono cuori umani ed i primi sono quelli del pubblico e sono proprio le reazioni del pubblico a determinarne il successo; in questo caso, ogni spettatore a fine spettacolo se ne stupisce a causa dell’ambiguità che si crea nel finale.

Lo spettacolo di Germano vuole essere un percorso verso la presa di coscienza della realtà che ci circonda: il disorientante monologo dell’attore si sviluppa attraverso un crescendo di riflessioni che portano lo spettatore a considerare i problemi che affliggono la società contemporanea, come la meritocrazia, il concetto di comunità e di aiuto verso il prossimo. Il viaggio all’interno della situazione politica, sociale e culturale dell’Italia dei nostri tempi, riesce ad entrare nell’animo delle persone permettendo nel finale di creare una frattura, una crisi nella coscienza di ognuno, oltre che a provocare stupore e una serie di emozioni contrastanti. Germano inscena un personaggio molto particolare che prende forme diverse, servendosi di un monologo che lascia lo spettatore in balia di riflessioni e stati d’animo via via sempre più complicati ed enigmatici, facendo sì che la rappresentazione riesca ad adempiere al suo scopo primario, cioè quello di essere un esperimento sociale. Vivere questa esperienza dall’interno ha portato, dunque, i ragazzi del workshop a considerarla davvero preziosa perché ha insegnato loro un modo possibile per riuscire a parlare del mondo in cui vivono accettando il fatto che al giorno d’oggi esiste una realtà di cui è difficile parlare, ma che deve essere svelata per poter essere cambiata.