Massimo Morasca
Diario di bordo /4

Il vento dei morti

Oggi è una giornata difficile, dopo aver superato senza grosse difficoltà il Golfo di Taranto siamo entrati con una certa riluttanza nel famigerato Golfo di Squillace, un po’ in sordina, senza vento, con mare calmo e con il rassicurante ronzio del diesel dal sostanzioso effetto soporifero. Questo tratto di mare assai ventoso è noto fin dall’antichità per le sue insidie, è stato un luogo di numerosi naufragi privo com’è di porti sicuri dove ridossarsi. Gode quindi tra i marinai di pessima fama, si racconta che vi naufragò anche Ulisse che poi fondò la cittadina di Squillace.

Questa volta però tutto tace e la cosa mi preoccupa: il mare è liscio e mansueto il vento assente, procediamo a 5 nodi cercando di non farci troppo notare.

La tentazione, viste le condizioni meteo, di fermarci per una breve pausa e fare un bel bagno è forte, alla fine cedo anche io e ci tuffiamo felici in un mare caldo e accogliente.

Sarà un affronto che verrà pagato con venti miglia di dura bolina con 30 nodi di vento e mare corto e ripido. Un sud est, proveniente dalle profondità dello Ionio greco ci investirà con tutta la sua potenza. Prendiamo una mano di terzaroli alla randa e issiamo il fiocco, il motore in questi casi, vista la sua scarsa potenza, non è di nessun ausilio. Boliniamo duramente mure a sinistra con le onde che spazzano la coperta e che rapidamente ci bagnano. «Per fortuna è giorno – mi dico – e tu questo vento lo conosci bene… Ricorda zu’ Peppe e fatti forza».

Timonare in queste condizioni non è facile, l’unico modo che conosco è entrare in perfetta sintonia con la barca, il vento e le onde, cercando di procedere veloci danzando tra un’onda e l’altra. Mi concentro e il ricordo di una sciroccata dalle mie parti mi sostiene in questo duro procedere.

Vento caldo e rabbioso, le sciroccate: quello che noi in Sicilia chiamiamo “il vento dei morti” per il suo urlo sinistro, per la sua natura rafficata e per l’atmosfera che si crea, un caldo infernale che ti obbliga a stare in casa, con il cielo basso e grigio e frequenti lapilli di cenere sospesi nell’aria, provenienti dagli incendi alimentati dal vento. Da me a Cefalù, non è raro che arrivi a 50 nodi e, provenendo da terra, non alza mare ma schiuma, e ti spinge inesorabilmente a largo. Nelle strette gole e canaloni delle Madonie che si affacciano sulle coste, il vento accelera e non è raro che arrivino raffiche improvvise di 60 nodi. I vecchi raccontano di vite perdute in mare, sorprese dallo scirocco: guadagnare un ridosso usando solo remi e vela era impresa ardua, e quando le forze mancavano si veniva trascinati inesorabilmente al largo, con il mare che montava mano a mano che ci si allontanava dalla costa. Vita dura e amara quella dei pescatori di una volta, soprattutto a Cefalù, un capo che si sporge sul Tirreno, aperto a correnti e cambiamenti improvvisi del tempo.

La costa per un breve tratto qui cambia aspetto, prima e dopo rocce rosse, dai toni caldi e dalle forme non troppo aspre che si accordano perfettamente con il verde delle colline e con il giallo delle Madonie. Invece, nel tratto del Capo Marchiafava, dove sporge la rocca e dove si trovava la fortezza di Galfudi del V-VI secolo a.C., costruita con mura megalitiche dello spessore di tre metri visibili ancora oggi, la costa è aspra e grigia, rocce taglienti, aguzze, tormentate dal mare e dal vento, che mimano un paesaggio del nord Europa.

Una costa che incute timore e fa capire che non c’è molto da scherzare. E infatti i pescatori di qui sono noti in tutta la Sicilia per la loro prudenza, giustificata dalla durezza del luogo. Il detto dice “terra…terra.. come i pescatori di Cefalù”, per indicare un comportamento molto prudente, che sembra a volte eccessivo a un osservatore non attento. In realtà basta dare una veloce occhiata a quelle rocce per capire, o ai numerosi ex-voto delle famiglie dei pescatori, sparsi un po’ ovunque per il paese. Oppure assistere a una burrasca di maestrale alla Giudecca, dove si scarica tutta la potenza di onde alte e maestose, o vivere una giornata di forte scirocco, come capitò a noi un giorno di settembre.

***

Lo scirocco è un vento infido, così lo definisce Joseph Conrad quando parla del vento proveniente dall’est rispetto alla sincera forza dell’ovest. Accende nell’animo pensieri insidiosi che indeboliscono la tenacia del marinaio, inducendolo alla resa. Vedere la terra, persino distinguere la propria casa e non riuscire a raggiungerla, respinti con forza verso il mare aperto, gli occhi accecati dal sale, abbandonarsi al proprio destino e sperare che la salvezza arrivi in qualche modo, nelle sembianze di un delfino o di un’improvvisa calma di vento. Questo è lo scirocco che raccontano i vecchi pescatori dalle mie parti.

«Papà si è fatto scuro all’improvviso, lo senti il vento caldo? Dai rientriamo, tal’è quante ricciole pigghiasti? Non t’assuvecchia?».

«Sì malutiempo… rientriamo, puru gli avutri fanno rotta a terra..».

Avevo dieci anni e mio padre mi portava sul gozzo di famiglia a pescare a traina. Di solito andava da solo, ma ogni tanto mi chiedeva aiuto e io lo seguivo volentieri. Si partiva la mattina presto e si tornava la sera, tenendosi vicino costa. Si pescava il giusto senza esagerare, il pescato veniva distribuito a tutti i familiari e amici, senza disturbare troppo i pescatori locali. A me piaceva passare tutte quelle ore in mare, il legno sotto ai piedi, il rumore confortante del diesel, tutto il rito della messa a mare dalla spiaggia con gli invasi di legno sui quali veniva spalmato il sapone per fare scivolare la pesante barca, i colori vivi delle fiancate con l’occhio disegnato a prua. Tutto era poesia, gli sguardi dei pescatori che ci aiutavano, i loro sorrisi, le loro battute, il profumo del pane appena sfornato la mattina presto che si confondeva con il profumo di mare… E poi il mare a volte generoso, con il pesce che saltava dentro la barca, a volte invece avaro e amaro.

E poi c’erano le ricciole grandi, quelle imprendibili, che si avvicinavano per guardarti e ti saltavano vicino. I pescatori impazzivano per catturarle, io invece cercavo di carpirne i segreti, il mistero, come se volessi coglierne l’intima e forte essenza che le abitava.

«Papà accura, inizia a soffiare forte, lo senti?».

«Sì, ma nun t’avi a preoccupare, Rosi ce la farà anche questa volta..».

Rosaria (Rosi) era il nome della barca, sicuramente di una santa donna che aveva messo al mondo almeno otto figli, tutti pescatori masculi e fimmine, perché da noi un tempo pescavano anche le donne.

Il cambio del tempo era stato repentino, delle nubi grigie e stracciate avevano cominciato a scendere dai monti, lo scirocco era arrivato e iniziavano le sue raffiche rabbiose. Quel giorno inseguendo un branco di ricciole ci eravamo allontanati, eravamo almeno quattro miglia a largo, dovevamo riguadagnare il porticciolo e la rotta era tutta controvento. Presto il mare si fece bianco di schiuma, e Rosi arrancava a due nodi di velocità sebbene il motore fosse al massimo dei giri. «Ce la farà, ce la farà – ripeteva mio padre – mettiamoci sutta accussì». Ci sedemmo sul pagliolato in modo da opporre la minore resistenza possibile al vento, che intanto aumentava impietoso. Era un muro di aria calda e sibilante che ci respingeva lontano. Davanti a noi la costa tirrenica siciliana, dietro di noi l’intero mar Tirreno.

Provavo ogni tanto ad alzarmi, ma si faceva fatica a stare in piedi controvento. Il mare dapprima grigio ora ribolliva di schiuma e le raffiche si abbattevano con violenza. Rosi, sebbene lentamente, incedeva e guadagnava poco alla volta il ridosso. Eravamo a due miglia, quindi stimammo che entro un’ora saremmo stati al molo.

Ma come a volte succede per mare, in un attimo la fine ti sfiora e sta soltanto a te e solo a te lasciare che ti sfiori o che ti afferri per sempre.

Insieme a noi quella mattina erano usciti altri pescatori, tutti marinai esperti locali, tra i quali lo zu’ Peppe. Un vecchietto dal capo canuto e dal volto scavato dalle rughe, un corpo mingherlino, pelle, ossa e nervi, occhi azzurri che si nascondevano dietro a due spesse lenti, non camminava bene a causa dell’artrosi alle anche e alle ginocchia che lo minava da anni. Ma quando saliva in barca era un’altra cosa. Agile, preciso, forte al momento giusto, saggio comandante, era un vero piacere vederlo muoversi in barca ed era un onore potere uscire con lui e imparare da ogni suo gesto. Parlava pochissimo e quel poco che diceva era in dialetto siciliano, con parole anche antiche e desuete che complicavano ulteriormente la comprensione. Ma zu’ Peppe non si scomponeva, se non capivi qualche suo ordine, con incredibile agilità precedeva i tuoi movimenti goffi ed entrava in azione portando a termine da solo e in silenzio il compito. Una volta riuscimmo a uscire con lui, era settembre ed erano di passo le ricciole grosse, quelle da 10 kg in su. Non era facile catturarle con la pesca alla traina, quella che mio padre praticava da molti anni con tanto di canna e mulinello: una preda così grande era inarrivabile. Le ricciole sono pesci predatori formidabili, spesso le vedevamo a caccia, velocissime, ci saltavano davanti, ma di abboccare non se ne parlava proprio.

Con lo zu’ Peppe invece fu un gioco da ragazzi, naturale, spontaneo, come se tra lui e il branco di ricciole ci fosse un accordo preciso.

«Picciò iamu u’ Capu e pigghiamo dabbanna i guglie, accussì cabbanna pigghiamo a ricciuola, chidda grussa». (Allora andiamo al capo e peschiamo là le aguglie, così qui peschiamo la ricciola, quella grossa).

Arrivammo al Capo, una propaggine di roccia rossa dopo Santa Lucia e Mazzaforno, poco distante da Cefalù e dopo pochi minuti abboccarono due grosse aguglie. Lo zu’ Peppe le tirò su con molta delicatezza, le mise in un secchio d’acqua di mare quindi le innescò vive, sapientemente, senza ferirle. Due esche vive quindi, trainate lentamente nel mare blu cobalto. Si vedevano i riflessi argentei balenare lontano, lui teneva il timone e ogni tanto controllava le lenze. Il gozzo procedeva lentamente in un mare liscio come l’olio verso un determinato punto poco al largo del Faro.

Dopo poco, a poppa, un luccichio, quindi un movimento in superficie, schiuma che si dissolse rapidamente. «Pigghiò», disse sommessamente lo zu’ Peppe. E cominciò la danza.

Il gozzo rallentò e iniziò a compiere dei larghi cerchi. Intanto il vecchio teneva in mano la lenza, ogni tanto tirava, altre volte mollava, tutto a mano con molta calma, ma inesorabilmente, metro a metro, avvicinava la preda alla barca. A un certo punto comparve il balenare in profondità di un pesce enorme, era di un colore giallo argenteo, sembrava una divinità ricoperta d’oro e argento, una divinità che si offriva generosa a noi dalle profondità del mare. Lo zu’ Peppe non disse nulla, si fermò, in attesa che lei si arrendesse. Poi iniziò di nuovo a tirare, e mano a mano che si avvicinava, il maestoso pesce riprese la lotta, vedendo ormai vicina la barca e la sua fine. Io ingenuamente domandai: «Ma come facciamo a tirare su un pesce così grande e forte?». Il vecchio mi lanciò un’occhiata curiosa e rispose: «Talìa cà!» (Guarda qua!).

Ormai la preda era a pochi metri, era davvero grande, una ricciola sui 50 kg formidabile e ancora potentissima, impossibile tirarla su, avrebbe sconquassato il piccolo gozzo a colpi di coda. Lo zu’ Peppe approfittò di un momento di stanca, l’avvicinò alla fiancata e rapidamente le passò una cima facendola entrare dalle branchie e uscire dalla bocca, quindi la legò alla barca lasciandola in acqua. Salpò l’altra lenza con la seconda aguglia viva, la liberò e con una carezza l’accompagnò in acqua. Si alzò in piedi e in tono solenne, rivolto verso la Cattedrale, lontana circa un miglio, in un italiano molto siciliano disse: «Ringraziamo il SS. Salvatore del suo dono, Padre, Figlio e Spirito Santo e così sia». Avrebbe potuto prenderne altre, invece fece rotta a terra. La sera la ricciola fu offerta a tutti i compaesani e fu festa.

Vedemmoio e mio padre  proprio la sua barca in difficoltà in quell’inferno di vento, qualcosa non andava, forse un guasto al motore. Lui era solo a bordo e iniziò a remare senza scomporsi, ma era impossibile procedere a remi con quel vento in faccia. Lo scirocco lo prese di petto e il gozzo iniziò a derivare verso il largo. Dirigemmo subito verso di lui, perdendo in pochi minuti gran parte della strada che avevamo faticosamente guadagnato nelle ultime due ore. Lo raggiungemmo e gli lanciammo una cima, iniziammo a trainarlo. Le raffiche erano ormai molto forti, nonostante il motore al massimo Rosaria non guadagnava un metro al vento, scarrocciavamo anche noi, inesorabilmente, verso il largo. Mio padre non si arrese e provò a prendere il mare e il vento al mascone, provando a bordeggiare anziché procedere dritto controvento. Ma non funzionò.

Ci avvicinammo per prendere a bordo il vecchio, ma lui non ne volle sapere, non avrebbe mai lasciato la sua barca. Insistemmo e rispose: «Mancu mortu c’acchiano!» (Non ci salgo nemmeno morto). Allora riuscii a saltare a bordo io, c’era il pagliolato pieno di pesce, provai ad avviare il motore ma non ne volle sapere, allora provai ad azionarlo a mano, era un vecchio diesel e c’era anche l’avviamento a manovella, ma niente. Lo zu’ Peppe era seduto a poppa e mi guardava, mi toccò una spalla: «A tìa – (Ehi tu) – chista vota è malasorte e così sia». Mi sorrise e mi fece cenno di risalire su Rosaria, che intanto ci girava intorno con al timone mio padre visibilmente preoccupato . «Zu’, riproviamo a trainarti, ce la faremo», urlai. Lui non rispose, sembrava assorto adesso e guardava lontano. Ricominciammo la giostra ma non ci fu niente da fare, non guadagnavamo un metro.

A un certo punto sentimmo che finalmente Rosaria stava vincendo la dura lotta, mi girai verso poppa e vidi zu’ Peppe a prua con il coltello, aveva tagliato il cavo di rimorchio. Ci fece segnale di proseguire con un gesto che sembrava una benedizione.

Scomparve rapidamente ai nostri occhi sul mare striato di schiuma, lanciammo due razzi rossi in segno di soccorso, ma furono poco visibili perché il forte vento li spinse obliquamente verso il largo. Allora lanciammo in acqua due boette fumogene galleggianti nella speranza che qualcuno vedesse, ma fu ancora inutile. Lo perdemmo di vista e non rimase che tentare di rientrare e chiamare soccorso.

Dopo cinque ore di lotta Rosi guadagnò il ridosso che la rocca di Cefalù oppone al vento per un breve tratto. Entrammo nel porticciolo con la morte nel cuore. Ci accolsero i vecchi pescatori, subito partì un grosso peschereccio alla ricerca del naufrago. Rientrò la notte con a rimorchio la barca di zu’ Peppe. Lui se ne stava tranquillamente seduto a prua come se niente fosse successo. L’avevano ritovato circa dieci miglia a largo, all’imbrunire. Aveva filato a prua cime, due ancore e qualsiasi cosa aveva a bordo di pesante in modo da poter frenare lo scarroccio della barca e tenere la prua al mare e al vento. Dopodiché si era sdraiato sul pagliolato, si era sfilettato un tonnetto che aveva condito con limone (sempre presente a bordo) e aveva riposato la maggior parte del tempo risparmiando energie preziose.

«Cuannu suscia u’ ventu fatti canna», mi disse appena sceso sul molo. Lo vidi allontanarsi a piedi nudi con la sua camminata stentata, verso una della case che si affacciavano sulle rocce e sul blu.

***

Il calo del vento mi affranca dal ricordo, sono passate sei ore che ho trascorso tutte al timone. Siamo finalmente usciti dal temibile Golfo. Sono state solo venti miglia, tutte a bordi perché il vento è girato a sud, quindi in realtà molte di più. Abbiamo “pestato” parecchio, Stern si è comportata assai bene e anche l’equipaggio, ormai trasformato in statue di sale, ha retto. Lo zu’ Peppe ci ha protetto.

Il vento calerà completamente al tramonto, permettendoci un dolce procedere verso lo Stretto. Raccogliamo le forze e ci prepariamo all’incontro con Cariddi.

(Illustrazione: “Sirena II”, (particolare), di Paola Tiribocchi)

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