Anna Camaiti Hostert
Cartolina dall'America

Il terzo Kennedy

Chi è Joe Kennedy III, ultimo rampollo di una dinastia mitica, che ha infiammato la platea allo State of the Union grazie ai suoi capelli rossi, il suo sorriso antico e le sue parole di speranza?

Parlando da un Istituto professionale a Fall River in Massachusetts, dalla Diman Regional Vocational Technical School, il deputato Joe Kennedy III, nipote di Bob Kennedy e pronipote di JFK, ha risposto, secondo una tradizione che vuole sempre delle contro-risposte da parte del partito di opposizione, allo State of the Union, il discorso annuale del presidente. La sua presenza e le sue parole hanno rappresentato, specie in questi tempi di vacche magre, una ventata di aria fresca, una vera novità nell’universo della politica americana per due ordini di motivi.

Il primo riguarda il fatto che la inossidabile dinastia dei Kennedy presentando il suo ultimo rampollo pronto a fare il grande salto in politica in un momento cruciale della vita democratica del paese costituisce, agli occhi del popolo americano, un’iniezione di ottimismo. Legata com’e agli anni d’oro del paese e all’immagine vibrante di un vero leader JFK coadiuvato dal fratello Bob. Da giovane deputato, 37 anni, Joe Kennedy potrebbe infatti rappresentare un valido candidato per le prossime lezioni presidenziali. Il secondo riguarda invece quello che ha detto e come lo ha detto. Soprattutto la passione con cui l’ha detto. Un discorso breve, 13 minuti, ma intenso e sentito, con toni di partecipazione che hanno suscitato diversi applausi in sala. A volte perfino commosso e commovente. L’accusa rivolta a Trump e ai repubblicani è infatti oltre a quella di andare contro gli ideali che stanno alla base del paese, quella di avere compiuto una scelta sbagliata dopo l’altra, dimostrando di non tenere conto della vita degli americani più bisognosi, per favorire solo i più ricchi. Ha perfino citato il fatto che è una vergogna che un qualunque CEO possa arrivare a prendere anche 300 volte quanto prende uno dei suoi lavoratori.

Nel chiamare a raccolta gli americani contro il “caos” dell’era di Trump, Kennedy ha evidenziato una visione democratica che promette «una situazione migliore per coloro che chiamano questo paese la loro casa». Ha ricordato che i democratici sostengono l’aumento del salario minimo, una vita dignitosa per i lavoratori e l’assistenza sanitaria tra le altre priorità oltre naturalmente a un buon sistema di istruzione. Ha lamentato il fatto che il razzismo sia tornato a nuova vita, che l’odio dei suprematisti bianchi sia libero di sfilare per le strade e perfino che la Russia sia entrata a pieno titolo negli affari interni del paese pur senza nominare il Russiagate. Ha criticato inoltre la costruzione de muro affermando che se verrà costruito «la mia generazione lo distruggerà». E riferendosi ai cosiddetti Dreamers, i 700.000 giovani, portati bambini nel paese da genitori immigrati illegali, ha affermato che essi sono parte della storia americana e ha promesso che i democratici non si dimenticheranno di loro. “Vamos a luchar” ha detto in spagnolo. E ha concluso, riferendosi a Trump, che se i bulli possono tirare un pugno e lasciare anche il segno «non sono mai riusciti a uguagliare la forza e lo spirito di un popolo unito in difesa del proprio futuro».

Ha affermato che l’amministrazione Trump «non prende di mira solo le leggi che ci proteggono, ma mette sotto assedio l’idea che siamo degni di essere protetti». Il comportamento del presidente è in realtà una critica – ha continuato – «al più elevato degli ideali americani: il credere che tutti abbiamo una dignità, che siamo tutti uguali e che tutti contiamo allo stesso modo davanti agli occhi della legge, dei nostri leader, del nostro dio e del nostro governo. Avete reagito a questo marciando a migliaia per le strade di Las Vegas, Filadelfia e Nashville. Avete detto, me too e avete fermamente ribadito che black lives matter».

Il giovane Kennedy dai capelli rossi, il sorriso accattivante di famiglia, quello stesso che ad alcuni di loro ha fatto vincere molte elezioni insieme al favore di molte donne e forse con troppo burro di caco ai lati della bocca, ha provocato reazioni partecipate negli astanti in sala e in chi lo osservava da casa. Un senso di speranza in questi tempi bui di congiure e di complotti in cui la Casa Bianca è al centro di continue polemiche che distraggono dai problemi reali del paese. C’è bisogno di un leader che sia davvero tale, un leader capace anche di infondere speranza per un futuro che oggi appare davvero incerto. Senza mai fare il nome di Trump il giovane Kennedy ha cosi ribadito che tutti quelli che oggi sono le vittime di una politica acefala che non tiene conto dei bisogni della gente riusciranno a prevalere. «Ladies and gentlemen – ha concluso – the State of the Union is hopeful, resilient, enduring». Let’s hope so! Per l’America e per il resto del mondo.

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