Nicola Fano
In margine a "Final portrait"

Cancellare Giacometti

Il film di Stanley Tucci su Alberto Giacometti è la storia di un quadro; della sua incompiutezza e della sua impossibilità di ritrarre la vita. Una riflessione dolente e severa sulla creatività

Ecco, se si dovesse fare un film su Samuel Beckett, dovrebbe essere come Final portrait di Stanley Tucci, nelle sale italiane da giovedì 8 febbraio. Final portrait, costruito su un formidabile Geoffrey Rush che interpreta magnificamente (fin quasi a diventarne un sosia) Alberto Giacometti, racconta un quadro, un unico quadro del celebre scultore, e il tormento che assilla l’artista (ogni artista) nel momento della creazione. Alla presentazione romana del film, Tucci, in modo spiccio e decisivo, lo ha detto alla perfezione: «Il mio è un film sull’atto della creazione». Appunto. Ed è un film che può essere goduto non solo da chi conosce Giacometti o la seconda avanguardia parigina degli anni Cinquanta/Sessanta (Giacometti è stato spesso affratellato a Beckett, appunto) ma anche da chi semplicemente si interroga su quale sia la scintilla che porta chi si misura con un’opera d’arte a negare se stesso nella sua creazione.

Il film racconta la gestazione di un quadro: un ritratto. L’artista seziona il suo modello, ne scava le linee geometriche («Aveva ragione Cézanne, la pittura è solo una questione di cerchi, coni e quadrati», dice qui il personaggio/Giacometti), non va a cercarne il senso ma lo spirito; e lo spirito non coincide con il senso. Perché, per esempio, Giacometti nelle sue facce cercava qualcosa di lontano dalla realtà dei modelli (pensate a tutti i ritratti del fratello Diego, della moglie Annette…): «Hai una faccia da bruto – dice nel film il pittore al suo modello –. Se dovessi ritrarti come ti vedo, finiresti in galera. O al manicomio». È il bruto, quello che interessa l’artista, non la levità del volto o del corpo che gli si offre lì davanti. È il passo precedente alla deriva mostruosa di Bacon, di Lucian Freud. Infatti, questo bellissimo, dolente, ossessivo film si concentra soprattutto su tutto quello che l’artista non riesce a esprimere: gli anni a cui si riferisce (la storia è ambientata a Parigi nel 1964) sono quelli in cui l’arte scopre il valore della “cancellatura” e quindi dell’impossibilità di esprimere completezza, finitezza. Il personaggio Giacometti qui, non appena ha la sensazione di raggiungere una qualche forma definitiva, copre il dipinto con una mano di orribile grigio e ricomincia da capo. Sembra di vedere materializzata la rabbia del pittore, la sua ossessione per ciò che non si può raggiungere: i vuoti musicali di John Cage, le parole intermittenti di Beckett, appunto, l’Arlecchino seduto incompleto di Picasso (anche se il personaggio Giacometti, qui, dice cose terribili all’indirizzo di Picasso, l’unica concessione del film a una certa spettacolarità da gossip artistico).

Beckett, proprio lui, in controluce è uno dei protagonisti del film, che Stanley Tucci lo abbia voluto o no. Nelle vie scrostate di Parigi, nei bistrò, nei silenzi lunghi. I due erano amici: l’albero di Aspettando Godot era una scultura di Giacometti, come pure lo erano tutti i principali personaggi del teatro beckettiano. Entrambi risultavano essere creatori in negativo: la loro forza era nella sottrazione, nella cancellatura, nella scarnificazione delle forme. Pensate qui da noi a Piero Manzoni, a Gastone Novelli: alla fatica di accettare la propria indeterminatezza. Ebbene a tutto ciò è dedicato questo delizioso film: alla soverchiante fatica di accettare l’impossibilità della creazione. L’artista è felice quando di avvicina a ciò che vuole esprimere, non certo quando lo raggiunge; proprio perché sa che è impossibile raggiungere un senso. Non è così anche con la vita? Non è così anche con la pienezza inebriante di un’infelicità perenne, prossima alla quantità della vita?

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