Paolo Bonari
Di aria elettorale

Contro la televisione

Esistono le persone comuni (con le loro difficoltà e le loro speranze) e poi esiste il mondo chiuso e autoreferenziale dei conduttori e degli opinionisti del talk. La sfida del 4 marzo è soprattutto fra questi due universi

L’Italia funziona (o non funziona) ciclicamente: va avanti a massicce dosi d’ideologia e chiudendo gli occhi, finché la realtà non giunge a presentare il conto, tanto più salato quanto più lungo sarà stato il periodo in cui dalla realtà ci si era beatamente disconnessi. Dei politici, innanzitutto, si è detto e ripetuto in ogni dove di quanto siano lontani dai problemi dell’uomo della strada, dalle esigenze dei comuni cittadini: e questo è stato il tasto su cui ossessivamente hanno battuto i talk show televisivi, da molti anni a questa parte, con la nascita di programmi la cui impostazione era evidente fin dal titolo (Piazzapulita?) e dalle preferenze politiche dei conduttori. A fronte di un calo epocale degli ascolti, essi hanno continuato a formare segretamente i sentimenti popolari, a impostare le parole-chiave del dibattito, a consentire l’emergere di figure mediatiche che hanno rapidamente scavalcato e ridicolizzato i tradizionali leader politici: per stare soltanto a Facebook, Marco Travaglio conta più di un milione e mezzo di followers ed è in grado di orientare e spostare un considerevole numero di elettori.

A pensarci bene, quelle del 4 marzo saranno le prime elezioni politiche in cui si confronteranno almeno un paio di narrazioni fortemente contrastanti: quella propagandata dagli editorialisti più pessimisti e dai condottieri dei talk show, che hanno prosperato sulla rabbia diffusa e sull’umor nero di vasti settori della popolazione italiana, acquisendo la patente di difensori della Gente, e l’altra, renziana o para-renziana, di coloro che riescono a scorgere la luce in fondo al tunnel e vanno annunciando la lieta novella, di fronte alla folla degli sfiduciati di professione. Contro quest’ultima accolita di visionari stanno il luogo comune, la chiacchiera disimpegnata e profittevole, il conformismo dilagante: a molti di noi sembra inverosimile che possa esserci una via d’uscita dalla Crisi e sembra anzi che quella Crisi sia la nostra stessa condizione di vita, da sempre e per sempre.

Quanti danni ha prodotto questa anti-pedagogia del risentimento, questo giornalismo che con un occhio piangeva e con l’altro sbirciava i (pessimi) dati dell’Auditel? Gli economisti più seri – cioè, non quelli che vengono invitati in quei salotti televisivi – sanno quanto ogni movimento economico abbia anche cause psicologiche e quali siano gli effetti sistemici delle disposizioni d’animo di una collettività: però, chi politicamente ha provato a ricordarcelo è stato dannato, fosse esso Berlusconi o Renzi. Perché questo scontro avverrà il 4 marzo e perché non si è arrivati prima alla resa dei conti? Per la semplice ragione che, nel 2013, il Partito Democratico a guida bersaniana lisciava la bestia per il verso del pelo, non contrapponendosi all’ideologia egemonica della Crisi infinita: oggi, chi sia stufo di un disco rotto che continua a girare da tanti e troppi anni dispone di un mezzo per farsi sentire, una matita.

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