Massimo Morasca
Diario di bordo /3

Assolo notturno

Mi sveglio, devo aver dormito un paio d’ore, sono le tre del mattino. Sento Stern scivolare veloce sotto tutta tela, sono curioso di leggere il log, segna otto nodi, è un bell’andare, la piccola comincia a farci vedere di cosa è capace… Ci spinge un vento sui 15 nodi da terra, da Nord Ovest quindi, e al lasco stretto mure a dritta, con randa e genoa 2, si procede veloci e in assoluta sicurezza.

Mancano una ventina di miglia ad Ancona, alle prime luci dell’alba si distingue già bene il Conero, austero promontorio che interrompe la monotonia della costa adriatica. Il vento, generoso, è in aumento, Stern sembra spinta da una mano invisibile, accelera a ogni onda con estrema facilità e senza sforzo, lasciando una scia piatta. Le linee di carena sono perfette, Giovanni Ceccarelli ha progettato uno scafo che allora era futuro, una carena svasata e piatta con linee molto tese a prua. Quello che più mi colpisce è l’accelerazione, basta una raffica anche lieve e Stern parte subito, senza muovere troppa acqua, con dolcezza.

Ieri mattina abbiamo lasciato Venezia, pigramente siamo scivolati via da San Giorgio, abbiamo stappato una bottiglia davanti a San Marco indugiando di fronte alla magnificenza riflessa sull’acqua di questa città prodigio, tutti molto emozionati e io decisamente frastornato, affetto com’ero da sindrome di Stendhal provocata da questa meraviglia di città e già stanco, dopo i tre giorni di intenso lavoro per preparare la barca. Il gran traffico nel Canal Grande di navi da crociera, traghetti, gondole, barche, barchette, taxi, con gli immancabili turisti che ci scaricano addosso i loro smartphone per una foto ricordo, mi costringe a volgere presto la prua verso le Bocche di Porto.

Il Conero si avvicina velocemente e ci appare nella sua bellezza, bosco verde scuro su rocce bianche con una vaga somiglianza al monte Circeo… Nostalgia o desiderio di incontrare maga Circe anche qui? Pensieri erratici che mi portano nelle acque di casa, nonostante manchino ancora molte miglia. Lentamente si insinua nella mia mente un sentimento che accomuna i cuori di tutti i marinai: mi sento a un tratto solo.

Alcuni miei compagni scenderanno a Pescara, altri ne saliranno, ma io solo sono l’artefice di questo viaggio e il comandante di questa piccola barca e, come tutti i miei simili, avverto l’assoluta solitudine intimamente legata a questo ruolo, che accompagna ogni mia decisione.

Il Conero passa e i record di velocità si susseguono, sfioriamo i 9 nodi, mi vengono i brividi pensando a quanto andremmo più veloci con lo spinnaker a riva. Pescara ci aspetta, ma non sarà così semplice, a terra vediamo il formarsi di un fronte temporalesco che ci accompagnerà per diverse miglia.

Alla fine il temporale ci raggiunge, ammainiamo randa e lasciamo su solo il genoa 2, una bella inzuppata, pioggia intensa ma soprattutto una bella scarica di fulmini, uno ci cade vicino, abbastanza da bruciarci la ricezione della radio. Il vento, dopo la prima gelida raffica, cala d’intensità ma non molla e con il solo genoa 2 a riva procediamo di conserva a 4 nodi, abbiamo la radio portatile di riserva, siamo in rotta e procediamo insieme a due grossi pescherecci, il morale resta alto. Inizia dapprima a schiarire a largo e alla fine l’orizzonte davanti alla prua si apre e compare un arcobaleno dai colori accesi, come a indicarci la rotta. Sono zuppo fino alle mutande ma felice, mancano una ventina di miglia alla nostra prima tappa, il Marina di Pescara.

Molti anni fa sono entrato nel porto canale di Pescara, allora il Marina attuale non c’era, ero skipper di un Comet di 10 mt che da Forlì doveva arrivare in Sicilia. Entrai di notte perché minacciava burrasca da Nord Est, c’era già onda lunga e l’entrata non fu per niente facile come in tutti i porti canale. Fu bello ritrovarsi finalmente in acque tranquille, per di più nel mezzo della città.

Questa volta invece entriamo al Marina, di cui tutti mi hanno parlato bene, che sorge accanto al porto canale, con una diga foranea davanti e un’entrata un po’ nascosta, a sinistra della diga per noi che arriviamo da nord. Il vento è calato completamente adesso, il mare liscio e mansueto non oppone resistenza, procediamo con il nostro eroico Volvo 7 hp monocilindrico originale del 1987, che grazie alle linee d’acqua e alla leggerezza di Stern ci spinge a cinque nodi. Un eroico motore che ci lascerà durante la tappa successiva.

A Santa Maria di Leuca lo vedremo, con occhi attoniti, sbarcato e caricato allegramente sull’Ape del meccanico per essere portato in officina. Superfluo descrivere il mio sguardo addolorato che segue il fragile triciclo motorizzato mentre si arrampica traballante sulle strade del porto vecchio, con la preziosa ferraglia ricoperta di olio esploso sulla groppa. Lo rivedremo mai?

Siamo in arrivo a Pescara, sulla costa un’infinità di luci ci confondono, consultiamo il Portolano, guardiamo il GPS, ma siamo un po’ perplessi perché così come scritto sul Portolano appare evidente una ridondanza di segnali – rosso e verde – tra porto canale, diga foranea e ingresso al Marina, dove siamo diretti. Ci avviciniamo, sopra la continua fila di luci gialle del lungomare, appaiono un verde e un rosso sulla dritta, poi un verde ancora e ancora un rosso e poi ancora un verde e, mezzo nascosto, un rosso. Mi scappa un’imprecazione, del resto tutti gli atterraggi pongono sempre problemi da affrontare, soprattutto poi di notte… di che mi lamento? Procediamo con attenzione sulla rotta indicata dal GPS e finalmente l’entrata del Marina ci si rivela. Individuo perfettamente il verde e il rosso, sono gli ultimi sulla sinistra, dei sei che avevo visto. Entriamo, avvisiamo la torre che ci accoglie con gentilezza nonostante l’orario: sono le undici e mezza di sera.

L’amico Gaetano ci aspetta in banchina con un sorriso che mi fa pensare a un ritratto di Antonello da Messina, molte miglia sulle sue spalle e molto vento nelle rughe del suo volto.

Nome della barca, lunghezza, tutte le domande di rito dell’ormeggiatore che ci aspetta in banchina. «Ultimo porto toccato?». «Venezia», rispondo io. «Caspita da Venezia venite con ‘sto barchino!».

Rimarremo io e Stern da soli una settimana a Pescara, bloccati dal brutto tempo e da un susseguirsi di temporali anche violenti. Coccolati da Gaetano e dalla squisita ospitalità dei pescaresi, ottimo cibo, ottimo vino e la mattina poi quell’aria frizzantina che scende diretta dalla Maiella e dal Gran Sasso a stimolarti ancor più l’appetito. Mentre il resto dell’equipaggio preferisce rientrare a Roma per qualche giorno, mi metto all’opera per continuare il lavoro di preparazione e riassetto iniziato a Venezia. Saranno giorni di pace e di riposo prima della partenza per Santa Maria di Leuca.

La sera mi sdraio in pozzetto, e osservo le trasparenze della luna sull’acqua immobile del Marina, sono qui solo, lontano sento la città che pulsa di vita.

Ma da dove sono partito e quando?

Sicilia 1965
Ho sette anni a piedi nudi sto camminando sul lastricato di pietra che porta al molo, è estate, sono felice perché mamma mi ha lasciato andare con la banda di picciottelli del paese a fare il bagno al porticciolo.

Fare il bagno però significa potersi tuffare dal molo, tra le barche dei pescatori, nell’acqua profonda. Ma mamma non lo deve sapere.

Sto sul molo, sul ciglio, pronto a tuffarmi di testa in uno spazio piuttosto angusto tra due pescherecci ormeggiati, è pericoloso, mi concentro, sento le incitazioni dei miei piccoli amici, ma qualcosa mi distoglie.

Sono due ali bianche che mi passano davanti in silenzio, le due ali fanno parte di uno scafo blu che scivola sull’acqua senza sollevare schiuma. Tutto si ferma, rimango immobile. Il mio amico Tore vedendomi esitante mi spinge, cado in piedi per continuare a guardare quell’essere alato che desta la mia totale ammirazione.

È come se un’immagine che avevo da sempre dentro, si fosse rivelata.

***

Somalia 1970
Sto nuotando nell’Oceano, sotto di me ci sono circa quindici metri d’acqua densi di vita e colori di ogni tipo, sopra di me soffia il monsone piuttosto teso. Sono solo. Ogni tanto senza dirlo ai miei esco dal reef affrontando i frangenti, e mi avventuro in pieno oceano con maschera e pinne.

Nuoto e mi sento una parte del tutto, sensazione che una volta provata non si dimentica più, nulla mi può succedere perché io qui non sono un estraneo. Lo sento da sempre.

Mi si avvicina un pescatore sulla sua barca, mi tende la mano e salgo. Lo scafo è stretto e lungo di legno, e ha uno scafo più piccolo collegato con due assi. Ha una vela che fileggia al vento, il pescatore la prende con le mani e la tira a sé, con un piede tiene il timone, la vela inizia a gonfiarsi la barca parte e comincia a solcare le onde spinta dal fresco monsone, io guardo la scia bianca di schiuma e giuro a me stesso: «un giorno anche io avrò una barca. Una barca per sempre».

Illustrazione: “ Ondina nella notte” di Paola Tiribocchi

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