Massimo Morasca
Diario di bordo /2

Venezia l’arcana

Pioggia scrosciante e freddo, non male considerando che siamo a luglio e stiamo per affrontare un lungo viaggio per mare. E già, circumnavigheremo per tre quarti l’Italia con un barchino di 9 metri concepito, senza compromessi, per la regata pura, privo quindi di qualsiasi comodità senza bagno e cucina. Una vecchia gloria, terzo alla Half Ton Cup del 1987, uno scafo dalle linee purissime attrezzato con armo a 7/8 come si usava all’epoca, con due paia di volanti strutturali, pennaccino, sartiame in tondino e tante possibili regolazioni per farla performare al meglio.

Puntuale alle 7 arrivo alla stazione Tiburtina dove trovo i miei pochi compagni di viaggio, subito ci scambiamo qualche battuta sul meteo cercando di scherzarci un po’, ma sappiamo bene che l’anticiclone delle Azzorre è assai lontano dalla sua usuale posizione in questa stagione.

Ultimi saluti, qualche battuta per sdrammatizzare, anche se di dubbi ne ho a sufficienza ma ovviamente me li tengo tutti per me, come dovrebbe fare un buon comandante. Dunque, barca del 1987 in buone condizioni ma che per affrontare un viaggio del genere avrebbe bisogno di una preparazione come si deve: ho buttato giù più di venti punti in una check list che ho inviato all’ex-armatore. Con molto entusiasmo, mi ha promesso di occuparsene in prima persona, ma non sono affatto sicuro che la check list sia stata rispettata, vedremo.

Il treno corre, ma poi rallenta per un guasto alla linea dovuto al cattivo tempo; conserviamo il morale alto e ogni tanto osservo la borsa, cercando di capire cosa ho dimenticato. Sono circa 30 chili di peso, dentro ho ficcato di tutto, dalla cassetta di pronto soccorso a bozzellame vario, cime di ormeggio, razzi, antenna vhf di ricambio, vhf portatile, cinture di sicurezza, maniglioni…

Arriviamo a Venezia con venti minuti di ritardo, ha smesso di piovere, la stazione è un vero caos di turisti, ci sono persone ovunque, molti bivaccano seduti per terra, è un vero assedio, ma come si fa a vivere in questa città? Ci mettiamo in fila per il vaporetto che ci porterà a Murano, aspettiamo quasi un’ora, già mi sento soffocare e sogno il mare aperto. Ma la navigazione è bella, riesco a piazzarmi bene per vedere il paesaggio che si distende in un fascino irresistibile. È Venezia, un vero sogno a occhi aperti, estremamente seduttiva, sensuale, ammaliante, decisamente femmina ma anche austera, marziale, potente.

Io sono qui per portarle via un piccolo capolavoro di barca nata per vincere, me lo lascerà fare?

Scendiamo alla fermata di Murano Serenella, su una banchina spoglia e non vediamo il cantiere. Dopo un attimo di smarrimento vedo due signori che si dirigono verso un edificio che mi sembra una piccola scuola, chiedo del cantiere di Carlo, mi rispondono che è dalla parte opposta ma che Carlo probabilmente sta mangiando lì, in quella che io penso essere una scuola e invece è una locanda. Bene, inizio subito con gli abbagli, spero sia solo l’effetto di uno stato emotivo un po’ alterato. Entriamo, è un’osteria, sincera e accogliente, un po’ dimessa. Riconosco subito il capo cantiere che sta mangiando con la moglie e gli operai, un omone dagli occhi chiari che esprimono onestà e fatica, mi presento e ci sediamo al tavolo vicino per mangiare anche noi. Il menù fisso è ottimo e mangiamo con appetito e con un buon bicchiere di vino.

Questa pausa non è affatto male, mi sta facendo entrare in sintonia con il luogo, uno stato che considero fondamentale per comprendere meglio e con la giusta attenzione la realtà che mi circonda, togliendomi di dosso quella strana eccitazione. Finalmente è arrivato il momento che sogno da diversi mesi, da quando vidi Stern la prima volta. Fu in inverno, sull’isola di San Giorgio, un’enclave rispetto al resto della città. Lì trovai alloggio nel convento dei frati benedettini, proprio davanti al molo dove Stern era ormeggiata, un luogo incantato dal quale si percepiva tutta la vita della laguna.

Ci incamminiamo su una strada sterrata verso il cantiere e riconosco l’inconfondibile sagoma di Stern. La carena è stata fatta bene, ma per il resto la barca è in uno stato di assoluta trascuratezza. Come sospettavo quasi nessun punto della check list è stato realizzato, solo adesso mi rendo conto che era un onere troppo gravoso per il venditore, riesco comunque a non far trapelare il mio sconcerto. Esamino la carena centimetro per centimetro, faccio ritoccare alcuni punti. Nemmeno la boccola dell’asse dell’elica è stata cambiata come doveva esser fatto, ormai è troppo tardi, si va in acqua così. Sono perplesso, dobbiamo fare molte miglia…

Puliamo la coperta, rassettiamo gli interni sporchi e trascurati, il motore parte subito. Con l’ex-armatore ci dirigiamo all’ormeggio della Compagnia della Vela, un porticciolo ai piedi dell’abbazia di San Giorgio delimitato da due torri medievali da cui un tempo partivano le galee veneziane alla conquista di terre lontane. Arriviamo all’ormeggio e ci tuffiamo nel riassetto e nella preparazione, ogni ora passata in più qui, sono soldi e non pochi. La sera andiamo in pizzeria e spendiamo 30 euro a testa per una birra piccola e una pizza, più il biglietto del vaporetto, per non parlare del caffè che costa due euro e mezzo.

Ci dedichiamo due giorni interi al riassetto della barca, alla verifica e preparazione del motore, un Volvo di ben 7 CV del 1987, al controllo di tutte le vele in dotazione, all’attrezzatura di coperta, allo smontaggio e rimontaggio dei winch, al controllo dell’impianto elettrico e della poca elettronica che abbiamo a bordo, delle dotazioni di sicurezza… Lavoreremo ogni giorno fino a tarda notte, ma non a sufficienza per mettere Stern nelle condizioni giuste per partire.

La sera, stremati, bere un bicchiere di vino in barca sotto la maestosità dell’abbazia sarà un’adeguata ricompensa. Si fa strada nel mio cuore la voglia di rimanere ancora qui, in questo luogo incantato e senza tempo, alla ricerca di una perfezione difficile da raggiungere ma percepibile in tutto ciò che mi circonda, in un’arcana armonia veneziana.

Ma la barca perfetta non esiste, è anch’essa un miraggio che sto inseguendo. Devo avere la forza di non farmi ingannare dalla fascinazione di questa città, così, la mattina del terzo giorno prendo la decisione, è il momento di partire, dobbiamo lasciare Venezia e sottrarci all’illusione, all’incanto di questa perfetta armonia. È il 23 luglio, stacchiamo gli ormeggi, foto di rito davanti a San Marco, randa a riva e tutti i guidoni che sventolano. Siamo anche noi motivo di attrazione per i turisti. Poi via, lungo il Canal Grande verso le Bocche di Porto. Massimo, l’ex-armatore di Stern, mi consegna il vessillo con il Leone di San Marco, lo issiamo a riva in segno di saluto e ringraziamento.

Venezia ci sta lasciando andare, io ho mille dubbi e mille miglia davanti alla prua, ma non importa, sento il mare che si avvicina.

Illustrazione: “Ondina” di Paola Tiribocchi

Download PDF