Anna Camaiti Hostert
Cartolina dall'America

«Unfit for the job»

Dopo le rivelazioni di Michael Wolff, negli Usa lo dicono in molti: il presidente Trump non governa il Paese, lo destabilizza. Insomma, «è uno scemo». Ma davvero è così? O sono gli americani a voler vivere questo incubo?

Un nuovo ennesimo scandalo sta imperversando in questi giorni alla Casa Bianca. Questa volta riguarda il libro di Michael Wolff Fire and Fury che accusa il presidente Trump di non essere adatto alla sua carica: “unfit for the job”. Le testimonianze interne raccolte dal giornalista nella West Wing parlando con i collaboratori del presidente e con Trump stesso delineano un ritratto impietoso del leader di uno dei paesi più importanti del mondo. Wolff mette in dubbio la sanità mentale di Trump. La reazione del presidente non si è fatta attendere e in un tweet di sabato, prima ha affermato viceversa che i suoi due punti forti sono la sua stabilità mentale e il suo essere un genio. Il che lo porta a essere “a very stable genius”. Successivamente ha accusato Wolff di essere “un perdente assoluto”(a total loser) e definito Steve Bannon, suo consigliere e amico da sempre, licenziato in tronco di recente, come molti altri del suo staff, e da cui provengono certe affermazioni, “Steve lo sciattone” (Sloppy Steve). E tutti e due di mentire e di contribuire a dare in pasto al popolo americano una “bufala totale”.

Con il suo costume abituale Trump affibbia nomignoli dispregiativi ai suoi avversari. È accaduto per “the little rocket man”, il presidente coreano con cui sta ingaggiando una guerra di parole e minacciando il mondo di una guerra nucleare e con “the little Rubio” uno dei suoi avversari dentro il partito repubblicano, con un evidente interesse più per la taglia fisica dei suoi nemici che per quella mentale o tantomeno politica. E dando l’apparenza di praticare più un irascibile gioco basato su una guerra di parole che avvertire la responsabilità di come comportarsi politicamente da leader del paese. Dimostrando con ciò proprio di essere unfit for the job.

In particolare l’accusa di Bannon è molto grave e riguarda il fatto che i contatti tra il figlio Donald jr., il genero Kushner e Paul Manafort con i russi sono avvenuti proprio alla Trump Tower facendo trapelare un’accusa di alto tradimento, di cui si è successivamente anche scusato. Ma la cosa ha fatto perdere le staffe a Trump, il quale ha affermato che le sue collusioni con i russi sono assolutamente false. Wolff a sua volta che ha intervistato molti dello staff di Trump si difende, affermando che «il cento per cento delle persone che lo circondano mettono in discussione la sua capacità di governare e lo descrivono come un bambino che ha bisogno di gratificazione immediata. Tutto ruota intorno a lui. Dicono che è un cretino, un idiota». Le polemiche, dunque, sono destinate a non fermarsi qui. Alle smentite di Trump di non avergli mai concesso un’intervista, Wolff risponde che non solo c’è stata, ma è durata più di tre ore e che niente era off the record.

Il saggio appena uscito appare destinato a far parlare di sé ancora a lungo. Anche se oggi il libro di un professionista, Wolff, che parla di un improvvisatore prestato alla politica, Trump, appare più come un tormentone combattuto a colpi di social media e di avvocati che come una vicenda politica vera e propria con incombenze precise e precise conseguenza. Come tutte le vicende dell’oggi dove qualsiasi contenuto sembra destinato a rimanere vuoto di significato e di implicazioni proprio per l’imperversare dei social media che vanificano ogni competenza e dove nessun politico si assume mai le responsabilità di ciò che dice e fa. Dove chi mente e chi ruba appare sullo stesso piano di chi lo accusa e lo mette alle strette con prove alla mano.

Ma c’è un’altra considerazione che questa vicenda e tutta la presidenza Trump portano a galla. E cioè come il popolo americano, quello stesso che, anche se non maggioritario, ha votato questo presidente, sia cambiato. In un bell’editoriale sul Chicago Tribune Steve Chapman parla di come l’ottimismo sia stato per decenni il tratto distintivo del popolo americano che ha creduto nell’inevitabilità dei progressi civili e sociali. «Dopo gli orrori della seconda guerra mondiale – scrive l’editorialista – abbiamo realizzato molte cose, abbiamo sconfitto la supremazia bianca, hanno trionfato i movimenti di liberazione delle donne, abbiamo vinto la Guerra Fredda e ispirato l’espandersi del libero mercato e della democrazia. Il 21esimo secolo sembrava destinato a costruire in modo permanente libertà, prosperità, pace. Tutto questo sembrava confermare quello che il senatore Bill Bradley disse nel 1992 alla Convention democratica: “Gli Stati Uniti rappresentano il più grande esperimento della storia nell’eliminazione della disperazione”. Ma è ancora cosi?». Dopo avere enumerato la costante paura del terrorismo dal 2001, il tentativo di riprendersi dalla crisi economica e il pericolo mondiale che la democrazia venga annientata mentre l’autoritarismo acquista nuovi fautori, Chapman avverte un’inversione di tendenza che la presidenza Trump riflette e aggrava. «Non abbiamo mai avuto un presidente così avverso agli ideali americani, così sprezzante della verità e così intento a dividere la cittadinanza come questo».

Forse Trump scomparirà ma gli elementi che ha portato a galla non evaporeranno in breve tempo. Questioni che si credevano risolte come i diritti civili nei confronti delle minoranze e delle donne, il valore dell’immigrazione e l’importanza di una stampa libera oggi sembrano ancora essere oggetto di disputa. «Nell’eleggere Trump e nel permettere i suoi abusi stiamo marciando nella direzione di una repubblica delle banane. Noi pensiamo che possiamo sempre tornare indietro e trovare la strada giusta. Ma un paese che parte col piede sbagliato a volte trova che tutti i ponti di cui ha bisogno per tornare sulla retta via sono stati bruciati…». Certo, si chiede il giornalista, anche se Trump non rappresenta la maggioranza degli americani, questo non significa che la disperazione sia fuori gioco. E conclude dicendo: «Nessun paese o sistema dura per sempre. Il nostro potrebbe avere un futuro più breve, più oscuro di quello che possiamo immaginare a causa dei nostri errori. Lo scrittore John Creever una volta ha osservato: “la cosa più bella riguardo alla vita sembra essere che noi a malapena riusciamo a sfiorare il nostro potenziale di autodistruzione”. Ecco, noi possiamo avere pienamente raggiunto il nostro». E che le cose stiano così lo si evince da una sorta di inadeguatezza che si avverte quotidianamente nel paese e che viene mascherata da un arrogante desiderio di supremazia vuoto, prepotente e senza motivazioni, basato su un passato che non esiste più. Che c’è stato, ma che oggi sembra riempito solo dallo slogan trumpiano Make America great again.