Raoul Precht
Periscopio (globale)

Sua Maestà la Leica

Una bellissima mostra a Roma rende omaggio alla Leica, la mitica macchina fotografica tramite la quale grandi artisti come Henri Cartier-Bresson e Robert Capa hanno immobilizzato il mondo

Oggi diamo tranquillamente per scontato che la fotografia, nelle sue migliori manifestazioni, sia un’avventura artistica, alla stessa stregua della pittura o della scultura. Non era così, tuttavia, ai suoi albori, all’epoca in cui pittori già affermati e famosi come Ingres e Puvis de Chavannes potevano ancora firmare un manifesto in cui si chiedeva appunto di negare alla nuova forma d’espressione qualunque pretesa artistica.

Non solo la fotografia è arte, evidentemente, ma l’esegesi si spinge ormai sempre di più a prendere in considerazione gli strumenti che permettono di produrla, a cominciare dalle macchine fotografiche. Non è quindi sorprendente che si organizzino delle mostre, come quella di Roma al Vittoriano (fino al 18 febbraio), imperniate proprio su una disamina delle qualità tecniche di una macchina specifica. Se poi si tratta di Sua Maestà la Leica, ovvero di un dispositivo che ha fatto la storia e condizionato lo sguardo di numerosi quanto illustri fotografi, l’appuntamento è davvero irrinunciabile.

Cos’aveva e cos’ha ancora di particolare, la Leica, ci si potrebbe chiedere anzitutto. Intanto, la leggerezza e la facilità d’uso hanno sicuramente contribuito alla creazione del mito, ma soprattutto a rendere concretamente possibile la presa di immagini che altrimenti (si pensi a veicoli in movimento, cataclismi, campi di battaglia) non sarebbero mai state realizzate. Si trattava insomma di un apparecchio abbastanza sofisticato da produrre immagini di ottima qualità, ma che per la prima volta si poteva portare al collo, e che avrebbe quindi dato vita con il passare degli anni a un nuovo linguaggio visivo, soprattutto nel campo dei reportages e del fotogiornalismo.

Sebbene moltissimi fotografi l’abbiano utilizzata, la Leica rimane legata in particolare ai nomi di due tra i fondatori della gloriosa agenzia Magnum, Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, agenzia la cui importanza può essere sintetizzata da un solo dato: da essa proveniva ben il 15 % di tutte le foto raccolte da Edward Steichen al MOMA per la famosa esposizione “The Family of Man”.

Per Cartier-Bresson la Leica è certamente molto più di una macchina fotografica; con la sua focale fissa diventa anzi l’esemplificazione di un modo di guardare, della distanza da frapporre nei confronti dell’oggetto ritratto, delle diverse luminosità ricercate. Nella sua Biografia di uno sguardo – pubblicata in italiano nel 2006 da Photology, purtroppo in una traduzione balbuziente e con una quantità inesauribile di refusi – Pierre Assouline ricorda che «la fotografia è, per Cartier-Bresson, l’unione magica, e quindi non premeditata, di qualità diversissime tra loro come l’entusiasmo, la concentrazione, il rispetto del soggetto, la capacità di intuito, la conoscenza, la freschezza dell’impressione, la disciplina dello spirito, la sensibilità, l’economia dei mezzi…». Lo stesso Cartier-Bresson, del resto, aveva parlato a più riprese del dovere del fotografo di allineare testa, occhio e cuore, facendone una specie di manifesto.

Di pochi anni più giovane è l’ungherese Endre Ernő Friedmann, più noto come Robert Capa. Il 5 settembre del 1936, naturalmente con la sua Leica, Capa cattura sul fronte di Cordova una delle più famose fotografie di tutti i tempi, l’immagine di un miliziano repubblicano colpito a morte. Disincantato e spesso ai limiti della depressione, soprattutto dopo la morte accidentale, nel luglio del 1937, della compagna Gerda Taro, Capa non ha goduto sempre di una grande reputazione; basti dire che William Saroyan (e non era il solo) lo considerava un giocatore di poker che si dedicava alla fotografia per diletto, niente di più. La stessa immagine che l’aveva reso famoso sarà in seguito al centro di dubbi sulla sua autenticità e di polemiche furibonde, fino a quando Capa non ammetterà di averla scattata quasi per caso, con la macchinetta tenuta sopra la testa e senza nemmeno inquadrare l’immagine nel mirino. Al tempo stesso, Capa era estremamente vitale ed esuberante, un vero anarchico dell’obiettivo, dotato di un acume che finiva per mettere in ombra tutti i suoi visibilissimi difetti, tra cui l’approssimazione. Fatto sta che con la sua Leica scatterà alcune immagini passate alla storia, sfruttando da maestro la maneggevolezza dello strumento.

Ma la storia della Leica non si riduce naturalmente solo ai fotografi che se ne sono avvalsi, fossero pure dei mostri di quest’arte. (Del resto, di molti altri, per un minimo di giustizia, si dovrebbe far menzione: per nominarne solo alcuni Werner Bischof, Andreas Feininger, Édouard Boubat, Sebastião Salgado, Gianni Berengo Gardin, Nobuyoshi Araki, Nick Út, Elliott Erwitt, Alberto Korda, Ara Güler, Piergiorgio Branzi, i quali tutti si sono scontrati con le limitazioni della Leica e ne hanno fatto tesoro e che sono quindi tutti debitamente rappresentati nella mostra romana.) Giustamente, i curatori hanno voluto dedicare l’intera sezione introduttiva al suo creatore, Oskar Barnack, un meccanico di precisione impiegato alla Leitz, che nel 1914, più o meno nel tempo libero, crea la prima macchina compatta, da lui chiamata “lillipuziana”, con una pellicola cinematografica da 35 mm. La prima vera Leica, il modello A, a ottica fissa, viene presentata undici anni dopo, nel 1925, alla Fiera di Lipsia, con un successo in termini di critica e soprattutto di vendite che non farà che crescere. Nei primi anni di vita e fino alla comparsa, nel 1930, di una macchina a ottica intercambiabile, l’interesse suscitato sarà anzi tale da trasformare l’azienda produttrice, la Leitz (Leica è una contrazione di Leitz Camera), specializzata a quel tempo nella costruzione di microscopi di alta precisione, in una concorrente delle varie Kodak, Agfa, Perutz o Zeiss, ben più radicate sul mercato e assai meglio distribuite. Rispetto in particolare alla Contax, con cui la Zeiss tenterà di recuperare il terreno perduto, la Leica si afferma come una macchina più leggera e maneggevole e dall’efficienza superiore. E più bella, il che non guasta mai.

Al di là delle pur notevoli immagini esposte – alcune già viste in mille altre occasioni, altre assai più rare -, mi sembra che sia proprio l’inquadramento storico e la descrizione delle realtà produttive degli anni Venti e Trenta il punto di forza di un’esposizione che riesce a interessare anche un pubblico di non specialisti, tracciando en passant un secolo di storia universale vista da un rettangolino sempre uguale di 24x36mm e con un rapporto altezza/base di 2:3. Che è forse il formato in cui pian piano ci siamo abituati a vedere il mondo.

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Approfitto dell’occasione e del contesto per segnalare l’uscita, per i tipi dell’editore Guanda, del romanzo La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, incentrato sulla vicenda umana di Gerda Taro (vedi sopra). Autrice di romanzi affermati e di notevole interesse (per parte mia ho letto con piacere Lezioni di tenebra, Cibo e Le rondini di Montecassino), la Janeczek è una fra le voci più interessanti del panorama editoriale. Credo insomma di potermi sbilanciare e presumere, pur senza averlo ancora letto, che il suo romanzo-ritratto valga davvero la pena.

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