Flavio Fusi
Quale realtà dietro alle parole?

Nostro razzismo quotidiano

Qual è la distanza tra Washington e Verona? La stessa che passa dal “cesso” al “merdaio”. Perché il lessico razzista di Donald Trump non è poi così lontano da quei ragazzi che dànno fuoco (per gioco) ai poveri disperati

Allora, diciamolo in inglese, e traduciamo alla lettera in italiano: Shithole significa “buco per merda”, o “buco del culo” o “merdaio”. Al confronto, cesso, come l’hanno doverosamente traslato i giornali italiani, è una paroletta gentile. Ebbene, con questo termine l’impareggiabile personaggio che siede alla Casa Bianca ha definito un mazzo di Paesi – vicini e lontani – da cui provengono migliaia di immigrati in cerca di vita e rifugio negli Stati Uniti.

Dunque, cesso Haiti, cesso El Salvador, e cesso uno dopo l’altro tutti i Paesi africani. Più di mezzo mondo è un merdaio. E al diavolo dunque più di mezzo mondo: per la bianca America the Donald vorrebbe, bontà sua, tutti immigrati dalla Norvegia, e l’ha detto: testuale, con il consueto sprezzo del ridicolo.

Ora, se prima non brucerà il mondo, questo vanaglorioso razzista è destinato a togliere il disturbo fra tre anni (sette anni mi sembra una prospettiva disperata) e dunque non è lui il problema. Il problema – se così vogliamo chiamarlo – è l’imbarbarimento delle parole e dei concetti, la ferocia sfrenata in forma di parole e di atti che arriva dalla nostra frontiera occidentale con la forza devastante di un tifone. Sembrava già eccessiva, ai tempi di Bush Junior, la definizione di “rogue States”, stati canaglia, attribuita dai neocon di Washington ai Paesi presunti esportatori di terroristi. Eppure, proprio quella definizione è entrata a vele spiegate nel gergo politico, giornalistico e accademico del nuovo secolo.

E oggi? Finiremo anche noi per definire “merdaio” e “buco di culo” il vicino nero, povero e massacrato? Stileremo anche noi la classifica di quei Paesi che hanno il diritto di mangiare alla mensa di Trump, e di quelli che da sotto il tavolo devono essere cacciati a calci in culo? Tranquilli, questo succede oltre-Atlantico, dove il popolo sovrano ha avuto la pessima idea di mandare alla Casa Bianca un tragico buffone. Gli americani, si sa, sono eccessivi nel bene come nel male.

Ma siamo sicuri? A Verona, la dolce città di Giulietta e Romeo, due ragazzi – 13 e 17 anni – hanno bruciato vivo un barbone. «Per scherzo, per giocare», si sono giustificati. L’uomo – lo scriviamo, sapendo che il suo nome sarà immediatamente dimenticato – si chiamava Ahmed Fdil, era un marocchino di 64 anni che dopo essere stato licenziato sopravviveva dentro la carcassa di un’auto. Nero, vecchio, senza casa e senza lavoro. In altre parole: una “merda”, un “buco di culo”. Non vedete una fratellanza sospetta tra il bullo planetario di Washington e questi feroci imbecilli di casa nostra? Siamo sicuri che prima di partire per la spedizione punitiva, le due giovani canaglie non abbiano sghignazzato queste parole: «Andiamo a bruciare il culo a questo cesso…»?

Postilla: per chi non se lo ricordasse Verona, fra l’agosto del 1977 e il marzo del 1984, fu il cuore di una serie di delitti compiuti pure altrove in giro per la vecchia Europa, anche lì il più delle volte ardendo vive le vittime che erano omosessuali, tossicodipendenti, prostitute. Un delirio razzista di nome Ludwig. Per ravvivare la memoria si può dare un’occhiata alla relativa voce di Wikipedia che ne dà conto.

Postilla bis: Casi analoghi a quello di Verona sono avvenuti a Torino e a Palermo. Ma questa non è l’America, vero?

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