Massimo Morasca
Diario di bordo /1

Terra di Leucasia

Cronache di mare dal timone di “Stern”. Visioni, suggestioni, paesaggi alle soglie del Mito, tra Odisseo e le sirene, in una traversata dall’Adriatico al Tirreno. Una serie di dodici racconti inediti di Massimo Morasca: oggi, il primo

Era lì, candida e pura, i capelli ancora bagnati sembravano scuri, in realtà si intravedevano appena i riccioli biondi, che le coprivano il seno perfetto.

Mi aspettava su una roccia sotto l’alta scogliera. Già sentivo il suo profumo, ero attratto da quello sguardo trapassante e beffardo, da quelle forme, dall’intera bellezza e forza che sprigionava.

Cerco di svegliarmi, consapevole che è il mio turno di timone, ma faccio fatica a lasciare quel sogno, già stavo per sfiorarle i capelli e lei mi guardava intensamente parlandomi nel pensiero, «mi chiamo Leucasia».

Alla fine, a malincuore, scatto seduto e lascio la mia sirena.

Esco in pozzetto, mi accorgo degli sguardi incuriositi del mio sparuto equipaggio, devo avere un aspetto più strano del solito, mi guardo intorno, respiro profondamente, l’aria è carica di profumo di terra, è passata l’alba da poco e nel cielo si intravede ancora qualche segno del miracolo che ancora una volta si è compiuto. Mi preparo il bricchetto da tè che usiamo come unità di misura per lavarci, e ci riesco perfettamente anche stamattina. Ma quanta acqua sprechiamo quando siamo a terra? In tutti questi giorni di navigazione ci siamo lavati con pochissima acqua, grande insegnamento del mare. Ecco sono pronto dopo un buon tè preparato con il fornelletto da campo preziosissimo, mi metto al timone.

Stern fila al lasco con poco vento con un maestralino che qui è brezza di terra, la scia è perfetta, non c’è una turbolenza, la nostra Stella fende l’acqua con delicatezza, senza rumore, stupendomi ancora una volta per l’equilibrio al timone. Che genio sto Giovanni Ceccarelli!

Leucasia mi ritorna in mente, quel profumo, quello sguardo, la sensualità del viso, era proprio lì davanti a me, pronta ad abbracciarmi.

Ritorno alla navigazione, oggi pomeriggio dovremmo arrivare finalmente a Santa Maria di Leuca, siamo partiti due giorni fa da Pescara, con mare e vento sostenuti da Nord Est, quindi al lasco, esito ancora di una pertubazione che sembrava non voler proprio abbandonare l’Adriatico Centrale. Poi le condizioni sono via via migliorate e una debole alta pressione sembra resistere per qualche giorno. Leucasia. Leucasia, questo nome mi continua a tormentare e che piacevole tormento, ma sì, forse è possibile che una sirena si sia realmente rivelata, nell’unica forma nella quale oggi a noi miseri uomini che abbiamo abbandonato il Mito è permessa: il Sogno. Tanto più che qui sul mare, al largo, il limite tra sogno e realtà è estremamente sottile, a volte inesistente.

Mi abbandono a questi pensieri, intanto la giornata passa e la scia di Stern si allunga, passiamo Otranto e vediamo le montagne dell’Albania all’orizzonte: la costa è meravigliosa, pianori gialli si sporgono sul mare, a tratti frastagliati da rocce aguzze, si aprono grotte, spesso individuo resti di antiche mura e torri. Il mare adesso ha il colore a me familiare, blu intenso. La porta di Oriente ci lascia passare placidamente e noi ringraziamo di questo dono, gradatamente si alza una brezza da SE che mano a mano rinforza e arriva a 15 nodi. È la nostra prima vera bolina, che affrontiamo con tutta randa e fiocco, in assetto conservativo. Stern fila e stringe il vento, dimostrandoci ancora una volta di che stoffa è fatta. È un piacere bordeggiare qui, e tiriamo i bordi a terra fino al limite della batimetrica, bordo a bordo ci avviciniamo a Santa Maria di Leuca.

Ci siamo, passiamo sotto l’alto faro, uno dei più belli d’Italia, Leuca si svela al nostro sguardo, in porto il conforto del nostro amico Giacomo, affettuoso e gentile, che ci aspetta paziente da due ore.

Scendo a terra, vado al bar, Leucasia è lì ad attendermi. Una bella ragazza mi serve una birra, ha una maglietta indosso con il disegno di una sirena dal nome Leukasia, in realtà il nome del bar della marina. Provo a balbettare qualche parola, ma ci rinuncio subito. Poi mi abbandono ai pensieri, la melodia di una “pizzica” mi porta di nuovo lontano.

***

Resteremo a casa di Giacomo per due giorni, una casa freschissima nel caldo soffocante di inizio agosto, in piacevole compagnia e ottimo cibo, per non parlare del profumato e fresco vino bianco che scorre generoso. Sperimento l’ospitalità antica, quella cortese e gentile del sud, fatta di modi affettuosi, di discreta premura nell’assicurarsi che l’ospite si senta a suo agio e mangi e beva in abbondanza per ristorarsi dopo il lungo viaggio, fatta di profumi di spezie e fresche lenzuola ricamate, di persiane socchiuse, di delicate brezze al tramonto, di serate stellate e allegre. Tutto ciò a un solo patto, che l’ospite si lasci andare al racconto e lo faccia con piena consapevolezza, senza trascurare nulla.

È quasi insostenibile per la mia fragile psiche il pensiero che sto sperimentando lo stato d’animo di Odisseo, e qui non siamo molto lontani da Itaca, basta guardare l’orizzonte e ascoltare il dialetto Leucano che vibra di assonanze greche.

L’incanto durerà due giorni e sarà interrotto dalla visione del motore di Stern imbarcato sull’Ape del meccanico: la mattina della partenza troveremo la sentina piena di olio e l’unica possibilità di salvezza per il vetusto motore del 1987 sarà sbarcarlo e verificare in officina la causa della perdita. Il morale scende sotto i talloni. È un momento difficile, non so se congedare l’equipaggio, se lasciare Stern a Leuca per un periodo (ma i costi mi spaventano), se andare avanti senza motore, ma ci sono ancora molte miglia davanti a noi e il passaggio dello Stretto tutto a vela in estate, spesso con poco vento, mi preoccupa non poco.

Ore di incertezza aspettando la telefonata del buon meccanico, più preoccupato di me considerando la meta finale di Stern. Intanto approfittiamo dell’assenza della preziosa ferraglia per ridipingere tutta la sentina, è un modo per scaricare la tensione e occupare il tempo. La telefonata non arriva e la notte non è facile dormire, Giacomo è dovuto partire e qui in porto fa un caldo bestia con l’umidità che si taglia a fette, gli interni di Stern sono a dir poco essenziali. Due cuccette in quadrato fatte di tubolare e tela con sopra i cuscini del vecchio divano di casa del precedente armatore (sì, proprio così), a prua una piccola cabina, se si può chiamare così, uno spazio triangolare dove per entrarci bisogna mettersi in diagonale e, dulcis in fundo, completa assenza del bagno. Eppure questa è la nostra casa e dopo un momento di smarrimento, ancora immersi nel paradiso di quella di Giacomo, ci adattiamo di nuovo allo spazio angusto di Stern.

Dopo innumerevoli tentativi mi riesco ad addormentare solo all’alba e dopo due ore, alle 7 in punto, sento qualcuno che mi chiama, esco dal tambuggio e trovo il meccanico in banchina con il sorriso stampato sul viso, «tutto a posto. il motore va che è una bellezza!». La sensazione di gioia è incredibile, Stern è di nuovo in pista e potrò portarla a destinazione nei tempi previsti, salto in banchina e abbraccio il mio salvatore. Riusciremo a partire alle 12 con vento da ovest piuttosto teso, la finestra meteo tanto agognata si è già chiusa e una nuova pertubazione, in quest’inizio estate così tormentato, sta avanzando in Tirreno con un fronte temporalesco che su al nord sta facendo danni. Dobbiamo approffittare delle prossime dodici ore di tempo decente anche se qualche temporale sarà inevitabile. Sento che dobbiamo fare presto, ci affrettiamo a fare cambusa e via, usciamo dal porto e preferisco, viste le previsioni, issare solo il Genoa 2. Con 15 nodi al traverso facciamo 6 nodi e ci prepariamo al salto del Golfo di Taranto, luogo piuttosto infido. Qualche anno fa, nello stesso periodo e nello stesso mare, sono riuscito a beccarmi uno dopo l’altro tredici temporali di fila tra Otranto e Crotone, un’esperienza mistica che non vorrei ripetere.

Passa un’ora e vediamo Leuca avvolta in un temporale, noi procediamo bene con onda lunga al traverso che si fa via via più ripida. Evvai, il primo l’abbiamo evitato, ma sarà un susseguirsi continuo, da ovest delle vere proprie macchine da guerra incroceranno la nostra rotta e incredibile… passeranno tutte a poppa! Sarebbe bastato partire un’ora dopo e avrei ripetuto l’esperienza di qualche anno fa, un’ennesima lezione di quanto è importante pre-vedere quando si va per mare e sentire il momento giusto. Intanto nel mezzo del Golfo un’onda più ripida ci fa rollare e imbarcare acqua, ma Stern procede leggera e, nonostante siamo sotto invelati, raramente scendiamo sotto i 6 nodi. Al tramonto decido di issare la randa con una mano di terzaroli, non vediamo più fronti temporaleschi e acceleriamo, cercando di toglierci dal Golfo più velocemente possibile.

È notte fonda, siamo ormai in vista di Crotone, sono di turno di riposo e mi godo un buon sonno sentendo l’acqua scorrere veloce e la barca che procede stabile con onda in diminuizione. Mi sveglio, un’improvvisa botta di vento da ovest ci sta facendo planare con facilità a 12 nodi, con discrezione Stern alza la prua e accelera sollevando due baffi di schiuma non alti, la scia luminosa nel buio è piatta, più indietro si intravede il mare rafficato, la costa e le luci di Crotone. I miei due compagni sono un po’ preoccupati, soprattutto chi sta al timone ha paura di perdere il controllo, in realtà la sensazione è di piena stabilità per me che non sto al timone e guardo incredulo il log, Stern sembra stare sui binari ma considerando che è notte, che non siamo in regata ma in un conservativo trasferimento dall’Adriatico al Tirreno, decido di ammainare randa e ci rilassiamo. Con il solo Genoa 2 a riva al lasco la navigazione è più tranquilla, con il vento che sibila tra le sartie e l’esile albero armato a 7/8. Mi ributto in cuccetta, il Golfo di Taranto è passato e la mia poca simpatia per questo tratto di mare si è rafforzata. Adesso posso rilassarmi prima di affrontare un temibile guerriero.

Squillace con le sue insidie ci attende.

(Illustrazione: “Leucasia” di Paola Tiribocchi)

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