Gianni Cerasuolo
A proposito di "Napoli velata"

Napoli senza Gomorra

Il nuovo (buon) film di Ferzan Ozpetek recupera un'immagine conturbante e barocca della città: quasi l'antagonista della prateria dei Genny. Napoli vittima e carnefice, come sempre: e poi la sua gente, il popolo vascio e i nuovi patrizi...

Quante Napoli? La Napoli di Gomorra o la Napoli tranquilla e borghese e tardoeduardiana? La Napoli raffinata, barocca e viscida che compie delitti senza sporcarsi le mani? La Napoli della bella ’mbriana o della figliata dei femmenielli? O infine la Napoli bagnata e cupa di Malacqua, straordinario scritto lasciato marcire, fino a ieri, nella dimenticanza collettiva? Si parla del film di Ferzan Ozpetek – Napoli velata – perché c’è di mezzo Napoli. È lei la protagonista, «la città che non ama i suoi figli», il vero oggetto del discutere, delle polemiche, del non se ne può più per quanto se ne parla. Trascurando una notizia.

La notizia è (lo dico da spettatore, i critici sono altri) che Ozpetek è tornato a fare un buon film. Un racconto con storie intriganti e opache, incomprensibili a volte, quelle situazioni ambigue, al limite, corporali, oscene, sporche. Le atmosfere che rapirono un bel po’ di gente ai tempi del Bagno turco e delle Fate ignoranti. Non certa roba un po’ sciacquetta di qualche anno fa (Mine vaganti o Allacciate le cinture).

Napoli velata, lo sapete, è un thriller. Potrebbe svolgersi ovunque. Anche a Bolzano o alla Spezia. Qui, nella capitale del regno che fu, diventa altro. Un racconto con i fantasmi, i munacielli, ’e cape ’e morte, di ambienti oscuri impregnati del fetore della morte, come il sotterraneo di un policlinico. Qui è il vaticinio della Sibilla distesa su di un letto con il suo ventre enorme, non la nonnetta isterica di Troisi, imbrogliona e sonnolenta, no questa è una maschera greca, posseduta. È la Napoli di Peppe Barra e Anna Bonaiuto, che a vederli sullo schermo uno si chiede come sia possibile aver lasciato invecchiare due interpreti maiuscoli senza offrire loro mai un’occasione per prendersi tutta la scena, strepitosi nella loro semplicità e nella loro naturalezza attoriale. Loro due, sì, antagonisti dei Genny, dei Ciro e delle Patrizie di Secondigliano e dintorni. Ma senza audience. E che ci vuoi fare? È la Napoli di professionisti, ricercatori, di anatomopatologhe sensuali come la Giovanna Mezzogiorno che torna a lavorare con il regista turco-romano.

Napoli da fondale, cancellate le periferie e i luoghi della cartolina. Tranne uno. Piazza del Gesù Nuovo dove comunque deve passare una cinepresa o una telecamera. Dall’Oro di Marotta/De Sica al Posto al sole di Rai3. Come se non ci fossero altre piazze, altre strade, altri vicoli. Ce ne sono. E si vedono anche nel film di Ozpetek. Le stazioni spettacolari della nuova metropolitana dove manca sempre qualcosa per chi vi transita ogni giorno: i treni che passano. Anche se poi, nella narrazione, prevalgono gli interni rispetto alla città, ambienti avviluppati dall’oscurità, tra poltrone damascate e reperti antichi, maschere, dipinti, vasi. Al punto da dare la sensazione di certi salotti visti nella Grande bellezza di Sorrentino. Moderni questi ultimi, antichi gli altri.

C’è anche troppa roba dentro questa pellicola. Ad un certo punto sembra di soffocare come se l’autore fosse preso da un orgasmo nel dover mettere dentro ogni cosa. Così quel vagare della macchina da presa tra le scale ellissoidali di Palazzo Mannajuolo e la Farmacia degli Incurabili finisce per stordirti.

Napoli protagonista oggi, Napoli vittima e carnefice come sempre. La sua gente, il popolo vascio e i nuovi patrizi. Ha scritto Giovanna Mozzillo sul Corriere del Mezzogiorno: «Rare volte a una pellicola sono state dedicate tante parole. Forse perché noi napoletani cogliamo ogni occasione per autocommentarci, per autocompiacerci, facendo filosofia spicciola… ponendoci i soliti interrogativi. Cioè: come siamo? E perché siamo come siamo?… E la nostra “unicità” esiste ancora?… La nostra unicità… è consistita nella bellezza che abbiamo lasciato distruggere. E la domanda che dovremmo ossessivamente porci è come sia stato possibile averlo permesso…».

I personaggi di Ozpetek non si pongono questi interrogativi o almeno non come si intende qui sopra. Napoli resta velata, intatta con i suoi misteri e le sue ferite.

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