Alberto Fraccacreta
Promemoria per il 2018/2

Leopardi e l’islandese

Sarà sempre l’effimero a gridare, la verità a restare in silenzio. Perché gridare e pavoneggiarsi è una spia della debolezza. E che ci vuoi fare? La debolezza è debole

Spesso sogno via Puccinotti, la strada che dalla piazza sale verso il duomo di Urbino, e io cammino, cammino in quelle luci basse – più sfocate rispetto al reale come se esistesse una nebbia nel sogno – ma non riesco mai ad andare oltre. Non riesco a superare la barriera dell’attenzione, come dire?, non riesco a scivolare sulle lievi punte di strascico che la lumaca lascia nel muschio tra i mattoncini…

Per Natale ho inviato ad Adam un messaggio di auguri con i suoi versi: «Quello che aspetti sta per nascere./ Colui che cerchi, canterà». Si è dimenticato di rispondermi o forse avrei dovuto tradurre i versi dall’italiano all’inglese. Ho scritto anche a un poeta americano per un’intervista. Il quale, invece, mi ha risposto: «Auguri anche a te, ma di quali domande parli?». Non si ricordava che due mesi prima gli avevo inviato, dopo un suo assenso, una sequela di domande da far impallidire Bengt Ekerot (già abbastanza pallido) nel Settimo sigillo di Bergman. In America sono soliti far pazzie a Capodanno per propiziare l’arrivo di mesi più fausti: non mi si leva dalla testa la foto di una signora alquanto massiccia, travestita da Superman, che si tuffa in un lago gelato con il braccio levato in segno di volo. Il tonfo è stato un trionfo.

Ho riletto di recente alcuni articoli di viaggio di Montale pubblicati sul Corriere della Sera e poi raccolti in Fuori di casa. È impossibile trovare una falla, sono perfetti. Poetici, pieni di humor. Raggiungono il rango dell’opera d’arte. Descrivono luoghi – come la Siria o la Normandia – e un’umanità che forse è andata perduta. O non c’è nessuno che riesca a stigmatizzarla con lo stesso piglio, la stessa innervante precisione. Montale vedeva le cose con occhi non necessariamente migliori, ma diversi. Lui stesso era del tutto diverso. La cultura è una forma della diversità. Come la signora in abito da supereroe, apre il mare ghiacciato dentro di noi (per dirla con Kafka). Perché allora come proposito del nuovo anno non investire maggiormente nella cultura? Semel in anno licet insanire.

Un sabato sera di gennaio la musica dei miei vicini era, come al solito, molto alta. Mi stavo preparando al buio – cosa che faccio parecchie volte, come se volessi non vedere i passi dalla porta a specchio del bagno – per uscire. D’improvviso il rap muta in una pioggia di suoni solenni. C’è una voce femminile che mi chiama a un dovere inderogabile di cui ho perso memoria, ma che deve avere a che fare con il silenzio, con il nuovo che verrà, con qualcosa di diverso. Resto abbacinato. Esco. Dopo qualche tempo, senza un perché, mi ritorna alla mente, come un lampo o un avvertimento. Non sono in grado di risalire a niente perché il fraseggio è indecifrabile, è una soglia, un lago ghiacciato. Racconto l’episodio a Michele e dice: «Prova con i Sigur Rós…». Erano loro. La canzone era Hoppipolla (dall’islandese, significa “saltando nelle pozzanghere”, almeno così dice Wikipedia). Beh, per una volta, caro Leopardi, l’islandese e la natura sembrano andare d’accordo, anzi sembrano essere “concordi”… Ho pensato al mio sogno ricorrente, a ciò che sarà del nuovo anno, al fatto che dietro la sconfitta c’è un trionfo – le soglie dell’uno e dell’altro sembrano ora confondersi – e quella è proprio la musica esatta per il trionfo della sconfitta, per la dignità delle cose che capronianamente cadono, scadono, si inginocchiano…

A proposito di confessioni, quelle con don Augusto vanno all’incirca così: «Vieni, vieni carissimo…», mi dice con un’affabilità e un’accoglienza davvero ammirevoli. «Allora, da quand’è che non ti confessi? Pochi giorni, eh? E che peccati hai commesso? Sempre gli stessi? E d’altra parte, figlio mio, che ci vuoi fare? La debolezza è debole». Aforisma flaianiano. Se devo sperare qualcosa per l’anno a venire, vorrei non commettere sempre i soliti errori. Essere diverso. Passano i lustri e sono sempre, scioccamente, fedele ai miei errori e a me stesso. «È proprio questo il tuo guaio – ammonisce Hebbel da un suo taccuino – vedi di esserti in­fedele una buona volta». Ma sarà il lato dell’esistenza più difficile, quello da prendere per le corna.

Urbino è lontana. Io sono a San Severo, la città dei campanili. Rimpiango Urbino quando sono distante, ma amo la mia città d’origine, la sua calura dicembrina, i bordi arancio dei campanili di notte che osservo dalla finestra di casa come fossero un sorriso ferito. Quest’anno c’è stato un trionfo e nessuno se n’è accorto. Perché è stato un tonfo sordo, un coperchio di latta scivolato sul tappeto, una signora caduta trionfalmente nel lago. La vera vittoria e la vera sconfitta hanno questo in comune: non fanno scalpore. Per tale ragione si confondono. Sarà sempre l’effimero a gridare, la verità a restare in silenzio. Perché gridare e pavoneggiarsi è una spia della debolezza. E che ci vuoi fare? La debolezza è debole.

Il Natale scorso mia nonna era migliorata. Poi a Capodanno la situazione era già differente. Dopo un mese è scomparsa, e non l’ho più vista se non una volta in sogno. Da un giorno all’altro non l’ho più vista e tuttora non ne trovo traccia. Nel sogno per lei non c’era via Puccinotti, non c’erano strascichi di lumaca a indicare una possibile via. C’era solo una forte luce, più forte del reale. Un sorriso, ferito come quello dei campanili ma raggiante, che sbordava dal sogno stesso e mi permetteva di vincere finalmente il guado. E anche per il 2018, chissà come, è riuscita a farmi avere il suo regalo.

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Accanto al titolo: Piero della Francesca, “Flagellazione di Cristo”, 1453, particolare.

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