Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Gianni Priano

La sorgente ambigua

Dietro un dolore ce n’è sempre un altro che assume forme irriconoscibili. Nella raccolta dell’autore genovese, “rossocuore”, l’esilio, la distanza, la separazione coniugale, qualche luce piemontese… Ma gli elementi fondamentali della sua poetica sono l’endecasillabo e la chiarezza

La poesia del genovese Gianni Priano si colloca in bilico fra «il microcosmo degli orti coi loro muretti a secco e il macrocosmo delle disuguaglianze sociali o dei conflitti intestini alla coppia», come osserva giustamente Maurizio Casagrande. Insegnante in un liceo, Priano ha pubblicato varie raccolte poetiche: L’ombra di un imbarco (1991), Città delle Carle infelici (1994), Nel raggio della catena (2001), La Turbie ed altri confini (2004). La sua ultima silloge, pubblicata nel 2009 da , si intitola rossocuore.

Può parlarci della sua ultima raccolta?
Il mio ultimo librino era intitolato rossocuore ed è, ormai, una storia vecchia: è stato pubblicato nel 2009 da Genovainedita e ne sono state stampate – per fortuna gratuitamente – pochissime copie. Come in tutte le storie vecchie dentro ci sono lacerazioni e strappi che fanno ancora male, di quando in quando. O magari fanno male sempre perché il dolore assume forme irriconoscibili. Ha fonti sorgive segrete, il dolore. Dietro un dolore ce n’è sempre un altro. Tanto che la fortuna della psicoanalisi, la sua trovata geniale sta proprio in questa domanda: dove comincia il dolore? Il tema dell’origine è centrale, nello scrivere. Però accade come quando si risale un torrente, sali sali e quando arrivi alla sorgente cosa trovi? Pantano trovi, fango. Acqua che esce di qua, acqua che viene fuori un po’ più in là, acqua che sembra stagnare sotto l’erba e invece si muove: un pasticcio. La foce è una cosa chiara, oggettiva. Il torrente per quanto impervio è lì, lo vedi. La sorgente è, di tutta questa vicenda, la parte più ambigua, mascherata. Io il libro avrei voluto chiamarlo grossocuore, mi sembrava un titolo più ricco e più vicino a quello che volevo dire o che mi sembrava di voler dire. Più prossimo al mio umore, ecco. Però l’editore ha insistito e così è venuto fuori rossocuore. Nel libro ci sono l’esilio, la distanza, la separazione coniugale e poi, qua e là, qualche luce piemontese, qualche riverbero collinare, tufaceo. E c’è anche l’Ipercoop che ruba la vita (le domeniche, la Pasqua) a quelli che ci lavorano dentro. C’è anche Leopardi, pensato a Recanati e a Napoli. E i bidelli della scuola.

Cosa pensa della poesia civile?
Quando è fatta bene mi diverte, mi piace. Per esempio la poesia del Giusti trovo che sia meravigliosa, una giostra. E questo vale anche per il Belli, per lo stesso Trilussa. Un po’ di poesia civile la fanno anche Montale e Caproni. Montale da conservatore, da scettico: ricordiamo a questo riguardo la polemica che ci fu tra lui e Pasolini. Uno era come se dicesse: la vita è un po’ un’avventura e un po’ una disavventura. E l’uomo fa quel che può. Qualche volta l’uomo diventa lupo e allora la storia prende una brutta piega. Non che prima ci fosse da stare allegri ma certo le guerre, i fascismi, i totalitarismi in generale, l’ingordigia non fanno bene a nessuno. Pasolini invece si torceva: lui era mezzo comunista e mezzo reazionario, intelligente e confuso. Dritto, storto, pauperista, amante della trifola, snob ed evangelico. Caproni invece muove al potere critiche che qualcuno oggi potrebbe anche definire – forse – “populiste”: penso a Show e a Lorsignori comprese in Res amissa. Dice Caproni, indicando i politici: guardateli bene in faccia.

Quali sono le tematiche che contraddistinguono la sua poetica?
Non so. O, meglio, ci devo pensare. Cosa scrivo io? In genere scrivo endecasillabi. L’endecasillabo mi ha preso, non è una scelta. Non riesco a liberarmene. Quindi forse la mia principale tematica è l’endecasillabo. Quando vado a leggere i miei versi vedo anche che funziona. Che – come si dice oggi – “fa la differenza”. Le persone ti ascoltano più volentieri. L’altra mia tematica è il tentativo di chiarezza. Scrivere il più chiaro possibile non è solo una scelta stilistica (che poi cosa vuol dire scelta stilistica? È lo stile che ti sceglie, tu sei soltanto una preda per lui). Scrivere chiaro è una tematica. Fare poesie che l’ascoltatore riesce a capire. Questo significa anche uscire dal guscio, dalla stanzetta del ragazzino, dalla prosopopea del professorino. Se devo avere una stanzetta voglio che sia il tugurio del brigante. Idem per la prosopopea: voglio la prosopopea dell’ubriaco, non quella della mezza sega. Di cosa parlo? Delle solite cose di cui parlano tutti quelli che scrivono. Il mare (che non amo), le colline (che sono l’Essere), le donne (che litigano tra loro nella mia testa o si mettono tutte d’accordo e fanno – sempre in testa – fronte contro di me), il padre, la madre, la genealogia (ho la fissa per la genealogia).

Quali sono i suoi autori di riferimento?
Ho cominciato alle medie copiando Quasimodo. Poi al liceo copiavo Montale. All’università Caproni. Dopo l’università Pavese. Chi sto copiando oggi ve lo dico tra dieci anni, se campo.

Cosa pensa della diffusione della poesia in rete?
Scrivere in rete è un modo di pubblicare, di rendere pubblico. Mi sembra una buona cosa. In rete (e precisamente su Facebook) ho trovato poeti di spessore: Manicardi, Lavinia Ferrari, Sepe, Casoli. E altri. Poeti-poeti non farlocchi e fanfalucchi. Meglio la rete delle case editrici a pagamento che poi manco sono case editrici ma stamperie. Meglio la rete di certe letture dove uno legge e scappa via. O dove mentre il poveretto dice le sue parole i colleghi chiacchierano tra loro e non vedono l’ora che smetta. Per cominciare loro. Una pena.

Cosa sta preparando attualmente?
Presto uscirà un libro di prose, di brevi prose, intitolato GIOGHI DI PAROLE, una specie di vocabolario sentimentale in cui la parola è giogo ovvero valico ma anche, nello stesso tempo, costrizione. Ci sono le acciughe, i falò, il gelo, il nudismo, il portone, l’uva. Eccetera. Il libro, che sarà pubblicato da una casa editrice come si deve (Pentagora, Savona-Minceto) è stato molto amato e preso a cuore da Massimo Angelini (uno che ebbe per una settimana Ivan Illich a casa propria) e da Alessandro Marenco, letterato e romanziere ex operaio e ora fornaio. Pentagora sono loro e un gruppo di amici che insieme a loro lavora. I miei “gioghi” sono colorati e disegnati da uno bravo, Alberto Folli (è lui che mi racconta dei torrenti e delle fonti sorgive. Ho tutte le fortune, Alberto che mi parla di acque, Cosimo che mi offre teorie sulle donne. Peccato che sia scomparso Antonio Erbetta, che era il mio tanatologo di fiducia: ma ci ritroveremo).

Può commentare la poesia inedita presentata?
Intanto gli occhi. Che sono quelli di una donna e che raccolgono un bel bagaglio, una bella mercanzia dentro di sé. Il lupo (che dalle mie monferrine e quasi appenniniche parti materne, dove sovente vado a rifugiarmi, è ritornato), i matti di famiglia (e ne ho), il vaso rotto di cui parlava Van Gogh al fratello Theo, mi pare. E poi il carcere addobbato per le festività (e qui avevo in mente Montale quando dice dell’albero di Natale che forse sopravvive solo nelle prigioni), e poi il giovane che esce dalla camera della vecchia puttana e vaga quasi stordito (qui pensavo a Sbarbaro, a certe atmosfere dostoevskijane e a Piazzetta dei Greci, nel centro storico di Genova). Cosa manca? Ah, ecco: negli occhi (peraltro bellissimi) ci sono l’assassino (non poteva mancare), il porco ammazzato di cui mi raccontava mia madre: lo ammazzavano nel prato di Bernardo che è diventato, con la fine della civiltà contadina, un grazioso giardino. Per finire ecco, in questi occhi (voragine-discarica-scrigno) la sfuriata domenicale all’ora di pranzo e il cane vittima della violenza della teppa. Tutto questo. Oltre a ciò che sappiamo ma non vogliamo (non vorremmo) sapere. La donna degli occhi è una donna sognata. Ma sognata sul serio. Più volte.

***

Che cosa vedo in certi occhi, il lupo

i matti di famiglia, il vaso rotto

che se lo incolli resta un vaso rotto.

Il carcere addobbato per Natale

il giovane che vaga dopo il sesso

fatto per sfregio a sé con la puttana

di settant’ anni, l’assassino, il porco

che sgocciola il suo sangue sulla neve

caduta il giorno prima, la sfuriata

domenicale a pranzo, un cane zoppo

crocifisso dai bulli del quartiere.

 

Ciò che si sa ma non si vuol sapere

Gianni Priano

 

 

 

 

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