Paolo Petroni
Ancora su “Beauty Dark Queen”

Vaudeville a Troia

Come si può far rivivere i classici? Stefano Napoli, storico animatore dell'underground teatrale romano, mescola le carte del mito, della seduzione della cultura pop

Un Eros senza freccia e senza arco, disarmato è il simbolo che passa di mano in mano, sparisce ma poi sempre ritorna di questo nuovo spettacolo di Stefano Napoli, Beauty Dark Queen (Lo strano caso di Elena di Troia) e questo amore che non ferisce, che non può colpire, è il segno di rapporti senza sentimenti che, proprio per questo, sono un po’ storia a tre da vaudeville (con Paride, Menelao e appunto Elena) e un po’ tragedia in cui gli uomini alla fine soccombono e le donne si salvano.

Si procede per una serie di quadri viventi, più che di scene, in cui il movimento aiuta a esprimere quel che già contiene l’immagine, la posa che indica i rapporti tra i protagonisti e ne anticipa lo sviluppo, con movenze che fanno pensare a echi di teatro danza di Francesca Borromeo, Filippo Metz, Simona Palmiero, Luigi Paolo Patano, Giuseppe Pignanelli. Tutto è essenziale, la scena è nuda, ci sono i corpi, i costumi e poco altro (assieme al bronzo di Eros) e in questo aver tolto di Stefano Napoli, rispetto a una certa ridondanza degli ultimi spettacoli, tutto arriva più chiaro e diretto, con più forza e tensione, in alcuni momenti più poesia, anche se sofferta. Del resto siamo tra seduzioni e sottomissioni, tra momenti di fisica sensualità e strisciare per terra, tra desideri e aneliti con mani tese disperatamente.

Tutto, tra teli e sipario a celare e disvelare, come bozzoli di farfalla o tende per giochi di seduzione, che nascono dal buio e tornano nel buio, tra un quadro e l’altro, con Venere giunonica e sensuale che regge la mela rossa per la più bella; almeno sino a quando tutto volge in dramma e Troia brucia tra crepitii e rossi bagliori mentre Elena regge due simbolici cavallini luminosi, segno del tradimento e delle rivalità, di pulsioni più di possesso che d’amore. Con le musiche, molte canzoni assieme alla celebre aria di Rezia dall’Oberon di von Weber, i colori, dal bianco al rosso al fucsia finale di un abito tutto luccichii con grande sottana a balze e corpetto dalle spalle nude che viene direttamente dalle Folies Bergère, perché la vita è un varietà illusoriamente seducente, proprio come questo spettacolo. (al Teatro Ulpiano di Roma fino al 17 dicembre).

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