Nicola Fano
Al teatro di Villa Torlonia a Roma

Pirandello pittore

Per i centocinquanta anni dalla nascita, due mostre raccontano il Pirandello che non ti aspetti: da un lato i suoi quadri (sospesi tra Casorati e il Capogrossi realista) dall'altro il teatrante metafisico

Cinquant’anni fa, quando Giorgio De Lullo rivoluzionò l’interpretazione pirandelliana mettendo in scena “Il giuoco delle parti” con Romolo Valli e Rossella Falk, ambientò la storia di Leone Gala in un universo metafisico, citando espressamente il pittore Felice Casorati. La pittura post cubista del grande artista italiano disponeva sulle tele solitudini senza proporzioni, individui soli perduti nello spazio: così pure aveva fatto Giorgio De Lullo intuendo che si potesse andare oltre il “pirandellismo”, ossia oltre quella sorta di psicologismo di maniera che aveva trionfato fin lì (anche nella rivisitazione di Pirandello operata negli anni Cinquanta negli Usa dal Living Theatre). Ebbene, è singolare vedere – in una bella mostra dedicata al «Caso Pirandello» per i 150 anni dalla nascita, curata da Paolo Petroni e Claudio Strinati a Roma al teatro di Villa Torlonia e alla casa di Pirandello medesimo – che tanto i costumi di Pier Luigi Pizzi per quello spettacolo del 1965 quanto alcune piccole pitture di Luigi Pirandello sembrano convergere su quell’idea di “solitudine senza proporzioni”.

C’è anzi un piccolo olio (intitolato “Spiaggia di Viareggio”) che direttamente richiama la ricerca del nuovo, gelido realismo che negli anni Trenta caratterizzava il lavoro di artisti come Casorati, appunto, o Giuseppe Capogrossi prima della svolta astrattista. Purtroppo, le didascalie della mostra non segnalano la data di realizzazione delle opere di Pirandello, ma questo piccolo dipinto senza luce, con figurette fisse, prive di ombre o movimento sembrano preconizzare quel realismo quasi metafisico. Era noto che l’autore del “Fu Mattia Pascal” avesse dipinto a olio piccole tavole in pieno stile ottocentesco; si sa che all’arte figurativa ha dedicato tanti interventi critici, ma vedere quei quelle opere (tutte proveniente da collezioni private, quindi “invisibili”) riunite insieme, dà l’impressione di un talento inquieto; di un artista che cerca una via d’uscita alla propria creatività. Ripeto: non ci sono date cui riferirsi, né nella mostra né nel testo in catalogo di Claudio Strinati, ma pare di poter dire che si tratti di opere per lo più giovanili. O, come dire?, dilettantistiche. Eppure, proprio per questa loro autenticità appaiono più significative, relativamente alla complessità del successivo percorso creativo dello scrittore e uomo di teatro.

Per il resto, la doppia mostra (nella casa romana del drammaturgo si possono ammirare lo studio e la scarna camera da letto) aggiunge un nuovo tassello al ritratto di un uomo terribilmente contraddittorio: realista e antirealista allo stesso tempo. Ci sono, per esempio, delle testimonianze fotografiche del celebre “Liolà” in napoletano messo in scena dai tre De Filippo in accordo con l’autore: qui siamo in pieno realismo popolare (il trucco degli attori, gli abbozzi di scena campestre sembrano richiamare il dannunzianesimo scenico). E invece più avanti vediamo lo stesso Pirandello alle prese con Ruggero Ruggeri chiusi in una scatola nera, senza orpelli come fu per i rivoluzionari “Sei personaggi in cerca d’autore”. Oppure, cozzano la sontuosità del diploma per il Premio Nobel del 1934 con la foto di Pirandello che, il giorno dell’annuncio del medesimo riconoscimento, sulla sua macchina per scrivere batte ripetutamente la parola “buffonate”. Insomma, vediamo allo specchio un uomo doppio il quale, dopo una vita turbinosa vissuta sempre sul palcoscenico, come volontà estrema chiese – dopo morto – di essere avvolto, nudo in un lenzuolo, di essere bruciato così e di lasciar disperdere nell’aria le ceneri: «Perché di me nulla rimanga».

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