Giuseppe Grattacaso
Al Museo Civico di Crema e del Cremasco

Orizzonti astratti

Una nella mostra per Angelo Noce, la cui arte è astratta e insieme ci avvicina al disegno dell’oggetto, a tratti ci fa sentire lo spessore e la consistenza della materia

Il percorso artistico di Angelo Noce, iniziato con piena consapevolezza già negli anni Settanta, approda felicemente ad una nuova significativa tappa con la mostra Controcielo, allestita nella preziosa cornice delle Sale Espositive “Francesco Agello” del Museo Civico di Crema e del Cremasco (visitabile fino al 17 dicembre). Gli Orizzonti diurni e gli Orizzonti notturni, che compongono l’esposizione e che sistemano in un insieme ordinato l’attività degli ultimi anni, costituiscono un passaggio coerente con il lavoro fin qui svolto dall’artista, ma ne rappresentano anche il punto di svolta verso soluzioni espressive che privilegiano l’apertura, la ricerca di paesaggi, siano essi fisici o interiori, che dilatano verso l’infinito e che insieme, in un contrappunto all’apparenza inconciliabile, confluiscono nello sguardo di chi, di fronte a tali paesaggi, si pone in uno stato di contemplazione e di adesione.

In Controcielo l’orizzonte marino, il punto di congiunzione tra cielo e mare, è scrutato da terra, dal punto di vista di chi rimane saldo sul terreno e che manifesta, nello sguardo proteso all’indagine, tutte le sue insicurezze e le insidie che ogni ricerca comporta. E’ lo sguardo di chi vede il mare (e il cielo, che in qualche modo ne costituisce la continuazione visiva) dalla pianura, da luoghi lontani dai litorali costieri, facendolo diventare così proiezione, presenza interiore, metafora, dunque luogo del mito e appunto traguardo dell’anima.

L’allestimento, molto curato ed elegante, permette al visitatore una sorta di passeggiata alla ricerca del proprio orizzonte e lo spinge ad abbandonarsi al racconto che l’artista ci propone. In una sua maniera contemplativa e trasfigurante, Angelo Noce in effetti tende sempre alla narrazione dei paesaggi e delle presenze umane e naturali, ma lo fa sapendo come non sia possibile raccontare vicende ed esperienze in maniera lineare ed oggettiva. I suoi segni, e dunque i racconti che ne derivano, sono allusivi e frammentati, e si muovono sempre nel tentativo di ricreare il mondo, di indicarne i legami più ancestrali e nascosti, le meravigliose scoperte che lo sguardo può presentire.

“Ti guardiamo noi, della razza / di chi rimane a terra” sussurrava Montale nella poesia Falsetto, guardando la giovanissima Esterina spiccare il volo e tuffarsi nell’acqua del mare, “tra le braccia / del tuo divino amico che t’afferra”. La prospettiva da cui guarda Angelo Noce è la stessa, e quel guardare da terra, l’appiattirsi quasi sul terreno finisce per farci vedere gli orizzonti del mondo da un’ottica inconsueta e ribaltante, tanto che la linea d’orizzonte può proporsi in verticale, coincidere così con la presenza umana (“il tuo profilo s’incide / contro uno sfondo di perla” mi suggerisce Montale a proposito di Esterina, la cui figura si staglia contro il cielo prima del tuffo), diventare prospettiva spiazzante e insostenibile. In questo modo lo sguardo è teso in direzione di un oggetto del desiderio e insieme è consapevole che l’attrazione verso l’acqua e verso l’orizzonte non potrà mai essere totalmente appagata. La linea dell’orizzonte si delinea così nel dipinto, che per sua natura rende ferma la visione, ma nello stesso momento si propone come apparizione, si nega e si frantuma, tende a dissolversi e a velarsi sotto i nostri occhi.

Come scrive Gaetano Barbarisi nell’ampio testo introduttivo alla mostra, gli Orizzonti di Noce, pur con gli strumenti della riflessione contemporanea sull’arte, ci obbligano “a rientrare nel dipinto”. Insomma l’arte di Noce è astratta e insieme ci avvicina al disegno dell’oggetto, a tratti ci fa sentire lo spessore e la consistenza della materia, ma anche dissolve e disperde i segni di un possibile paesaggio. In qualche modo, come dicevo, ne considera il racconto nello spazio e nel tempo. Noce ci porta “in un territorio di frontiera”, dice ancora Barbarisi, “nel contrasto tra luce e tenebra, ma anche al confine tra iconico e aniconico, dove l’astrazione non rinuncia all’evocazione di scene riconoscibili”.

I paesaggi, in questi dipinti di Noce, sono spinta verso la luce, ricerca di un punto di equilibrio, ma anche tormento prodotto dal desiderio, volontà di conciliazione e di armonia, che rimane aspirazione e in qualche modo diventa ossessione senza via d’uscita. La linea dell’orizzonte, che si propone in orizzontale e in verticale, è sogno, ma anche nostalgia e dunque ferita.

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