Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Adriano Napoli

L’albero assoluto

È la caverna di Platone e Pound, la natura e la campagna delle origini, la bellezza del creato nel bene e nel male, il desiderio di radici, di comunione umana, di civiltà. Ogni libro dell’autore di “Frassineto”, che canta la natura ispirato dalla tradizione, è un bosco di parole tenacemente presenti…

Originario di Salerno, Adriano Napoli è poeta schivo e appartato. Autore delle raccolte L’albero di Giuda (2003) e Memoria dell’albero capovolto (2010), presente in varie antologie, Napoli ha licenziato nel 2016, presso Terra d’ulivi, Frassineto (80 pagine, 10 euro), silloge in cui il tema della natura viene rivisitato in forma elegante e sapiente: «nel giallo elegiaco / di capelli biondi e imbronciata luce»; «e dal tetto franato scendono / impudichi i rami del fico ancora acerbo». Questa sorta di «me stesso capovolto, / ubriaco di memoria», può ricordare a tratti gli esiti del conterraneo Alfonso Gatto, a cui Napoli ha dedicato nel 2014 un importante studio, intitolato Salerno. Gli occhi di Gatto.

Può parlarci della sua ultima raccolta?
Si intitola Frassineto, che è prima di tutto un bosco sulle montagne intorno a Salerno, dove vado spesso a passeggiare, a leggere un libro, a osservare tutto ciò che questo posto disegna ogni volta davanti al mio sguardo. Anche il mio libro è un bosco: di parole, singolarmente fragili, esposte alle intemperie del tempo, proprio come le foglie quando si staccano da uno di quegli antichi frassini. Ma tutte insieme, quelle parole, quelle foglie, compongono un luogo concreto, intatto e universale da cui mi è possibile guardare il mondo, le sue metamorfosi, e comprenderlo con la stessa umile fermezza di quegli alberi, tenacemente piantati nella terra. Per questo il libro, pur essendo ordinato in varie sezioni, è da considerarsi come un carmen continuum, nel quale ciascuno dei testi (scritti approssimativamente tra il 2005 e il 2015) rimanda alla radice di un’unica visione, di un’unità significante.

Nei suoi testi, contrassegnati da una dizione chiara e lineare, si riscontra un forte richiamo alla tradizione.
La tradizione per me è imprescindibile. Quando rappresento in una poesia una pietra o un dirupo, non è di quella pietra o di quel dirupo che mi importa, ma dell’altro e dell’altrove che la sua vista mi schiude. È in questa dimensione ulteriore che la poesia esprime tutto il suo potenziale mitico e sacrale. Ma ciò è possibile solo se la parola del poeta, fosse pure l’ultimo della specie, instaura e custodisce uno scambio, un colloquio con altre voci e sguardi che in un tempo recente o remoto si sono posate su quella stessa pietra, riconoscendone il valore. È in fondo la lezione di Leopardi; il pastore errante non avrebbe mai visitato la sua immaginazione se Giacomo fanciullo non lo avesse riconosciuto e amato nei versi di altri poeti. E così è stato, e dovrebbe essere sempre. Senza una tradizione la parola poetica semplicemente appassisce (nelle aule scolastiche, nelle librerie, negli happening) riducendosi a diventare una cianfrusaglia, spendibile tutt’al più per le installazioni di qualche attardata avanguardia.

Quali sono le tematiche che contraddistinguono la sua poetica?
Qualche anno fa, un lettore critico giunse alla conclusione che la mia è da ritenersi una poesia “sentimentale”. L’etichetta, a futura memoria, mi è rimasta appiccicata addosso. Ma non me ne rammarico. Anzi. Volendo, potrei cimentarmi a scrivere un compendio della storia umana, come una breve passeggiata racchiusa tra le due insegne estreme “In hoc signo vinces” e “Vuoi laurearti ma non ne hai il tempo?” . Il materiale non mancherebbe; il cervello, rigorosamente fuori di moda, neppure. E invece continuo a scrivere poesie sugli alberi, senza specificarne la specie. Perché l’albero è l’assoluto. E l’albero capovolto che giganteggia con la sua ombra su ogni mio pensiero o parola comprende tutto ciò che per me veramente ha valore: la caverna di Platone e Pound; la natura e la campagna smisurata in cui sono nato; la bellezza del creato con le sue infinite benedizioni e maledizioni; i volti di donne conosciute o soltanto immaginate; e più di tutto (o per meglio dire: summa di tutto) il mio desiderio di radici, di comunione umana, di civiltà.

Quali sono i suoi autori di riferimento?
Leopardi, ovviamente, e il grande e ormai quasi dimenticato Cardarelli. Tra i contemporanei penso in particolare a Mario Luzi e ad Attilio Bertolucci. Nel magma, Viaggio d’inverno sono state letture fondamentali per me fin da ragazzo, e posso dire anch’io a proposito de La camera da letto di… averla abitata. Ma se dovessi indicare l’autore che più di tutti mi ha segnato, non avrei esitazioni: Cesare Pavese. Il prosatore prima ancora che il poeta. Paesi tuoi, Il carcere: la mia poesia nasce dall’incontro con quelle pagine meravigliose. E poi quel libro di oceanica profondità che è Dialoghi con Leucò, a cui sovente torno ad affacciarmi con la vertigine e l’incanto di un bambino che per la prima volta vede il mare.

Cosa pensa della diffusione della poesia in rete?
Ho esordito pubblicando le mie prime poesie sul web. Mi sono reso conto ben presto che la rete è una declinazione diversa della vita, e che riflette come uno specchio deformante gli infiniti non luoghi del nostro disastrato presente proiettandoli in un futuro insapore, inodore, insensato. Con più rumore. E indifferenza. La rete è il potere disgregante del numero plurale: scinde e corrode. Un posto dove ogni cosa può essere pronunciata per essere dimenticata, anche il proprio nome. La poesia mi sembra che sia all’esatto antipodo: si declina al singolare, che è la cifra di ciò che è unitario e concreto, e forse per questo la sua voce, così esile, ma duratura, può essere riconosciuta e ricordata come il più astrale dei silenzi.

Cosa sta preparando attualmente?
Per anni ho scritto solo poesie. Ultimamente invece, non so come mai, ho cominciato a scrivere racconti. Il mio primo, breve racconto si intitola “La fonte”, e ha, ironia della sorte, per protagonista un poeta, che torna in un momento di profondo disagio relazionale con il mondo che lo circonda, alla terra dei padri che aveva per molto tempo lasciato e creduto di dimenticare; e per un po’ si illude veramente di ritrovare in una fonte di acque sorgive le ragioni di una fedeltà a una patria ideale e a un destino. Ma ogni anacronismo vivente è (non solo etimologicamente) un martirio, e il poeta che torna a quella fonte per ascoltare nitida la voce delle Muse, un bel giorno viene minacciato e cacciato via da un contadino che lo ha scambiato per un poco di buono. Fine del racconto. Anche gli altri testi che ho scritto in seguito presentano la stessa nota ricorrente: il nostos e lo spaesamento; il bisogno di un luogo vitale, che un giorno abbiamo lasciato e vorremmo nonostante tutto ritrovare intatto. Non so se prima o poi mi deciderò, e riuscirò a pubblicarli questi racconti (sono io pure, come quel poeta, un anacronismo vivente) e nel dubbio, per ora, me li tengo nel cassetto.

Può commentare la poesia inedita presentata?
L’ho intitolata “Spaventapasseri” perché un amico incisore mi aveva richiesto una poesia sull’argomento per un suo libro d’arte. Ma poi non ne ho saputo più niente. Succede. E invece nella poesia parlo di mio padre, scomparso già da molti anni. Parlo soprattutto con mio padre, come in un sogno, e riascolto le sue ultime parole. E mio padre parla del cielo. Di cosa si può parlare in una poesia? Del cielo, del padre. Trasfigurati, semmai, in una fronda d’albero mossa dal vento o in un barattolo arrugginito abbandonato sul greto di un fiume (è quella che io chiamo “La passione delle cose dimenticate”). Penso che la poesia abbia, essa soltanto, il dono di preservare ciò che è grande e che ostinatamente sfugge ai calcoli e ai pronostici che avevamo stabilito al punto di partenza. E l’ispirazione? Certo, ma l’ispirazione viene dopo. Al termine di una traversata del deserto apparentemente senza fine e senza meta. E quando (e se) la meta viene raggiunta ci si accorge che non era quella stessa meta che avevamo pensato o sognato al momento di mettersi a scrivere. È un’altra cosa, diversa eppure affine a ciò che già sapevamo del mondo e di noi stessi e avevamo smarrito o dimenticato. E mi vengono in mente, a questo proposito, i versi di un altro grande poeta che ho molto amato: «Risplende dentro me tutto quel che igoro. E tuttavia risplende» ( Odysseas Elitis, Elegie).

 

***

Spaventapasseri

Quando ero piccolo non sapevo le parole

Il mondo era un disegno

e io lo coloravo con le cortecce degli alberi

ed ogni bagliore ingenuo che mi regalava il giorno

 

E quando mio padre mi portava fuori

nel giardino fino a quella siepe dove finivano

le cose io guardavo lo spaventapasseri ritto

tra i filari nell’ora immobile

sul punto di tracciare un varco per gli uccelli

verso quell’alto cielo

 

Il cielo che appare smisurato agli occhi

di chi teme di vederlo da un momento

all’altro scomparire con la luce

e gli inganni che il giorno si porta via

 

Ci siamo frequentati poco. Era una poesia

sugli spaventapasseri, ma parlo

di mio padre.

(Impara l’arte e chiamala con il tuo vero

nome)

 

Tutte le cose necessitano di un deserto

per rivelarsi

 

e dietro un filare oltre una siepe

c’è sempre un altro cielo

 

e mentre noi passiamo ci segue in silenzio

e sembra che non si voglia mai separare da noi

 

«Perché un cielo è fragile

più di ogni altra cosa più del volo di una

farfalla che assapora tra gli stami

del suo unico fiore

l’illusione dell’istante»

È questo che chiamiamo la bellezza?

Un filamento di paglia nel vuoto degli

occhi mentre il sogno

di una mano si stacca dal resto di noi

 

Strano modo di disegnare quello dei poeti

…….. e quello che rimane sul foglio bianco

tra gli abbozzi e le cancellature

è tutto, lo so, fuorché uno spaventapasseri

 

Un nome troppo distante per poterlo accarezzare

 

Un niente. Che ci assomiglia

Adriano Napoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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