Stefano Rizzo
A proposito di “Trump non è una fiction”

La vita è un serial?

Anna Camaiti Hostert analizza le serie tv americane e cerca nelle loro pieghe di tracciare i confini dell'immaginario del Paese che ha mandato Donald Trump alla Casa Bianca

Le serie televisive sono l’argomento del nuovo libro di Anna Camaiti Hostert: Trump non è una fiction. La nuova America raccontata attraverso le serie televisive (Mimesi edizioni, 2017). Il libro fa parte di un filone della critica cinematografica e televisiva piuttosto asfittico nel nostro paese, dove le serie tv vengono ancora considerate da molti come un genere artistico inferiore, certamente rispetto ad altre forme di narrazione scritta (i romanzi) o visuale (il cinema).

Questa incomprensione della cultura “alta” nei confronti di nuove forme di comunicazione e narrazione, considerate “basse” è una costante della modernità fin dall’invenzione della stampa tipografica. Già nel XVIII secolo il romanzo veniva considerato un intrattenimento per signorine di buona famiglia sfaccendate e non adatte alle letture “serie”. Solo nel corso dell’Ottocento, con l’allargamento del pubblico nei paesi più industrializzati (e prosperi) d’Europa, il romanzo si afferma come genere adatto a trattare questioni sociali, politiche e di costume rilevanti e i romanzieri di successo assurgono allo status di vati e di leader pubblici. Quando, alla fine del secolo, appare il cinema, viene inizialmente considerato un fenomeno da baraccone, da proiettare nelle fiere di paese. E anche nei decenni successivi, quando i progressi tecnici lo renderanno una forma di intrattenimento di massa, ancora a lungo verrà considerato come un tipo di spettacolo adatto al popolo ignorante, in contrasto con il teatro, l’opera, la musica classica. Solo nel secondo dopoguerra si afferma il cinema “d’autore” cui si riconosce un valore artistico durevole mentre il regista viene promosso al rango di intellettuale e non di semplice organizzatore delle riprese. Lo stesso pregiudizio colpisce la televisione, anch’essa, per quel che riguarda la programmazione di intrattenimento, considerata l’ancella povera del cinema, del teatro, del varietà. Anche in questo caso assistiamo ad una netta separazione del pubblico; popolare e di massa quello televisivo, borghese e di élite quello cinematografico e teatrale: bassa cultura e alta cultura, la vecchia distinzione tra high brow e low brow, di cui fin dagli anni ’60 avevano fatto giustizia intellettuali come Pierre Bourdieu e Umberto Eco.

Adesso, nel nuovo secolo, è la volta delle serie televisive. Nel suo importante libro Anna Camaiti Hostert dimostra come esse siano diventate, grazie al loro valore artistico intrinseco e alla complessità tecnico-produttiva, un importante strumento di narrazione della società e di critica del costume, forse il più importante di questo torno di tempo. Ma perché le serie (che non sono un prodotto televisivo nuovo, ma che hanno acquistato una valenza particolare nell’ultimo quindicennio) dovrebbero essere un mezzo di comunicazione più ricco e pregnante di altri? Cos’è che le rende uniche nel panorama dell’intrattenimento audiovisivo?

Innanzitutto la serialità, che consente alla narrazione di dilatarsi ben oltre la misura di un film, sviluppandosi per decine di ore nell’arco di una stagione, e di centinaia di ore nell’arco di 3, 4, o anche 7 anni. Questa dilatazione dei tempi consente agli autori (produttori, sceneggiatori, registi) di sviluppare la psicologia dei personaggi, le trame, l’ambientazione, con una precisione e un’abbondanza di dettagli impossibile per la misura cinematografica e molto più assimilabile a quella del romanzo.

Con il romanzo ottocentesco la serie televisiva condivide anche un’altra caratteristica: la periodicità. Molti grandi romanzieri dell’Ottocento (da Balzac, a Dickens, a Zola, a Dostoevskji) pubblicavano i loro romanzi a puntate su riviste letterarie o quotidiani, e solo in seguito li raccoglievano in volume. E’ il c.d. romanzo d’appendice (in francese feuilleton, in inglese serial novel), anch’esso a lungo guardato con sussiego e considerato una forma minore di letteratura. Ma il punto è che in questo modo il romanziere si assicurava una platea di lettori molto più vasta di quella di coloro che acquistano i volumi in libreria, e quindi maggiore fama e maggiori ricavi. Lo stesso rapporto che troviamo tra romanzo in volume e romanzo d’appendice, lo ritroviamo tra cinema e serie televisive. Anche queste ultime prima vengono trasmesse (messe in onda o trasmesse con abbonamento via cavo) serialmente e solo dopo pubblicate in DVD e diffuse commercialmente.

La serie televisiva condivide un’altra caratteristica con il romanzo: è domestica e individuale. Una serie televisiva viene fruita da uno spettatore (per lo più solo o in piccola compagnia), nella propria casa, in un rapporto personale con lo schermo che ha davanti. A differenza dell’uscire per andare al cinema, stare a casa per vedere una serie è un tipo di esperienza molto più concentrata e con minori elementi di distrazione. Come nel caso della lettura di un romanzo, lo sguardo si fissa sull’immagine (la pagina) in un rapporto esclusivo e personale. Ciò favorisce l’assimilazione o, se si preferisce, l’esposizione ad una narrazione complessa, densa di significati, che viene ulteriormente rafforzata dal suo carattere ripetitivo, cioè dall’appuntamento periodico con la serie.

Naturalmente, rispetto al romanzo, la serie televisiva è un prodotto di complessità produttiva enormemente superiore, come del resto nel caso del cinema. Centinaia di persone — attori, produttori, sceneggiatori, scenografi, registi, fotografi — sono necessari alla sua creazione. Nella serie televisiva, tuttavia, c’è un elemento che la differenzia nettamente dal prodotto cinematografico. Il regista viene spodestato nel ruolo di figura chiave dallo show-runner, altrimenti detto il “creatore”. Costui non riveste nessuna delle figure professionali tipiche del cinema: non è regista, non è sceneggiatore, né produttore, né scenografo (anche se spesso riveste anche uno di questi ruoli). E’ colui che ha ideato la serie e che ne segue passo passo la realizzazione in tutti i suoi aspetti, intervenendo e guidando gli attori e tutte le altre figure che prendono parte alla realizzazione della “sua” idea.

Nelle grandi serie televisive raramente si ricordano i registi dei singoli episodi (che spesso cambiano), mentre invece la palma dell’autorialità passa al “creatore”, il demiurgo cui tutto viene ricondotto. Così, per citare i maggiori showrunners delle serie esaminate da Anna Camaiti Hostert (indubbiamente tutte di altissima qualità), troviamo personaggi come David Chase creatore dei Sopranos, Matthew Wiener di Mad Men, Vince Gilligan di Breaking Bad, David Simon di The Wire e di Treme (e ora del bellissimo The Deuce), Joe Weisberg di The Americans (nella foto), Beau Willimon di House of Cards, Nic Pizzolato di True Detective, Jenji Kohan di Orange is the New Black, Aaron Sorkin creatore di The Newsroom (e prima dell’eccellente The West Wing).

Di tutte queste serie trattate (e delle altre: sono 18 in tutto), Anna Camaiti Hostert svolge un’analisi di grande sensibilità e precisione nello sgrovigliare trame e vicende spesso assai complesse. Il suo libro può essere letto così anche come una utilissima guida che invita e aiuta lo spettatore a vedere (o rivedere) queste serie, che sono tra le più importanti degli ultimi dieci anni. (Anche se io personalmente lamento la mancanza di un “capolavoro” del genere fantasy come Game of Thrones o di un altro capolavoro di ambientazione storica come Boardwalk Empire di Terence Winter).

Ma il libro di Anna Camaiti Hostert non è soltanto questo. Forse la parte più importante e cui lei tiene di più è costituita da una riflessione continua, che si alterna alla parte descrittiva, su ciò che queste serie rappresentano, che cosa ci dicono, attraverso le loro storie e i loro diversissimi personaggi attinti da tutti i livelli e professioni della società americana, dell’America di oggi, che è l’America di Donald Trump. I temi dell’alienazione, della povertà, della discriminazione, della violenza poliziesca, i temi dei diritti civili e delle disuguaglianza sociale — che stanno così a cuore ad Anna Camaiti Hostert– entrano prepotentemente e appassionatamente, pagina dopo pagina, nella sua descrizione delle singole serie televisive.

Il suo quindi non è soltanto, e neppure principalmente, un libro per addetti ai lavori, per cinefili o meglio “seriefili”, anche se aiuta a capire molte cose di questo nuovo straordinario mezzo espressivo. E’ soprattutto un libro sull’America di oggi e sui suoi mali, sulla perdita di identità e sulla grave crisi – impersonata dalla figura iconica di Trump – che sta attraversando la democrazia di quel paese, e non solo. Trump (purtroppo) non è una fiction, ma le fiction aiutano a capire perché gli americani lo hanno eletto.

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