Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Franca Grisoni

Tra il qui e l’altrove

Il dentro e il fuori, salute e malattia, giovinezza e vecchiaia, oblio e memoria, l’io e l’altro. È popolata di voci l’ultima raccolta dell’autrice di Sirmione, impegnata nel “dire” l’Alzheimer e sedotta dalla Bibbia. Uomini e donne che si raccontano in versi, nel dialetto della sua terra che è essenziale ma si completa nella poesia

Franca Grisoni ha pubblicato varie raccolte poetiche scritte nel dialetto di Sirmione. L’ultima, uscita per le Edizioni L’Obliquo nel 2013, si intitola L’ös / L’uscio (128 pagine, 13 euro) e presenta una nota introduttiva di Marco Trabucchi in cui si legge: «Anche nelle descrizioni più dure, quelle che apparentemente sfigurano la dignità della persona, la lingua delle radici evoca un legame che nessuna sventura può cancellare e che è la più forte difesa della vita». Da segnalare che Franca Grisoni è impegnata da tempo sul versante che approfondisce il connubio tra creatività e malattia, con una particolare attenzione per l’Alzheimer.

Può parlarci della sua ultima raccolta?
Il titolo L’ös / L’uscio allude al varco tra il dentro e il fuori, tra salute e malattia, tra giovinezza e vecchiaia, tra oblio e memoria, tra vita e morte, tra il qui e l’altrove, tra l’io e l’altro. A differenza delle mie altre raccolte, qui non c’è un unico io. Questa raccolta si popola di voci e sguardi di uomini e donne che rendono in versi alcune testimonianze su di sé e sugli altri con pudore, timore e tremore. Ma anche con la passione e il desiderio che durano nelle crisi che turbano la vita dei singoli individui nelle diverse età della vita.

Lei ha pubblicato per Interlinea un’antologia poetica che ha per tema l’Alzheimer. Da cosa deriva il suo interesse per questa materia?
Il mio interesse per l’Alzheimer deriva dalla frequentazione della poesia, di cui sono appassionata lettrice. Alla fine della presentazione di un saggio sull’Alzheimer a opera dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, feci leggere al professor Marco Trabucchi, suo presidente, la poesia Alzheimer, madre di Davide Rondoni, da Apocalisse amore, una raccolta che era appena uscita da Mondadori, ed egli mi chiese di commentarla per la rivista Psicogeriatria, di cui è direttore. Era il 2008, da allora, su ogni numero della rivista, ho presentato e commentato poesie che dicono l’Alzheimer scritte da autori che a quella malattia misteriosa hanno dedicato pochi versi o un’intera raccolta, trovando parole, ritmi e metafore per dire il dolore, le difficoltà e l’amore quando apparentemente non si hanno più parole. Quelle poesie, accompagnate dai miei commenti, sono raccolte in Alzheimer d’amore, l’antologia edita da Interlinea.
All’inizio di quella collaborazione, che continua, mi sono stupita anch’io di ricordare quanti tra i poeti che conoscevo avevano affrontato questi temi in modi tanto diversi, a seconda della loro esperienza, all’interno della propria poetica. Forse l’interesse di molti poeti per questa malattia continua ad accendersi non solo perché l’Alzheimer, che li tocca da vicino, è in continua espansione, ma anche perché la Memoria (Mnemosine) è la madre delle Muse, è madre della poesia, e la Dimenticanza (l’Oblio), è sorella della Morte e del Sonno. Narrando le loro esperienze di coniugi, amici, figlie, figli e nipoti di portatori d’Alzheimer, i poeti dedicano molta attenzione alla memoria e al suo deteriorarsi: la perdita della memoria è uno dei primi sintomi, uno tra i più ricorrenti nelle malattie da decadimento cognitivo. L’oblio in cui cadono le persone colpite da demenza senile o da Alzheimer può essere un anticipo della morte, è la perdita della propria vita e del suo significato prima della sua perdita effettiva. I poeti ne fanno un percorso di conoscenza in modi che si incidono nella memoria dei lettori e creano occasioni di condivisione.

Può illustrarci le caratteristiche del suo dialetto?
Sirmione si trova al confine tra le province di Verona, Mantova, e, tramite il lago, del trentino e ha parole e modi di dire che risentono di queste prossimità. Il mio è un dialetto basico, non ha un ricco vocabolario e una sua letteratura; è utile per la quotidianità, ma non ha le parole per dire le sfumature delle emozioni o per parlare di filosofia, o d’arte. Se con amici vado a una mostra o a vedere un film, per scambiarci le nostre impressioni passiamo inavvertitamente dal dialetto all’italiano. Questa povertà linguistica, però, non mi ha mai creato difficoltà: a ciò che non ha la lingua supplisce la poesia.

Cosa pensa della diffusione della poesia nel web?
Frequento poco il web, ma ne tengo conto. Uso carta e penna per scrivere e amo i libri, che posso sottolineare e ritrovare per casa nei luoghi di passaggio dove lascio quelli che non mi decido a collocare negli scaffali fuori mano. In generale vado sul web per documentarmi su alcuni autori che ancora non conosco, appena segnalati dalla critica, e magari nella ricerca mi capita di fare alcune scoperte, ma poi compero i libri che desidero possedere.

Quali sono i classici che ammira di più?
Se penso ai classici mi vengono in mente i grandi della letteratura russa che, con Proust, Pirandello e Verga hanno alimentato la mia giovinezza. Per la poesia, la mia memoria si affida ai grandi temi universali: la vita e la morte, il qui e l’oltre, la guerra e la pace, l’amicizia e l’amore. Ed ecco allora i grandi poemi dell’umanità, i miti che in diverse civiltà dicono il vertice e l’abisso: i poemi della dea Inanna e quelli di Gilgamesh, i Poemi di Omero, le Metamorfosi di Ovidio, l’Eneide di Virgilio e La divina commedia dantesca, fino ai poeti moderni e contemporanei – taccio i loro nomi, sarebbero troppi – che hanno attinto ai miti e hanno rinnovato la simbologia dell’ascesa e della discesa, con riferimenti agli inferi e al labirinto, all’amore con la minuscola e quello con la maiuscola. Inoltre, non è mai venuto meno il mio interesse per la Bibbia, – da cui sono stata sedotta all’inizio per il suo essere il grande “Codice dell’Arte”, per dirla con Northrop Frye, e successivamente per il suo essere alimento per la spiritualità e per la fede. L’approfondimento di questi temi mi ha portato a realizzare un ciclo di letture per il CTB, Centro Teatrale Bresciano, dedicato proprio a “Il vertice e l’abisso”, che si è svolto lungo otto stagioni teatrali, con grandi attori che leggevano i testi proposti. Tutt’ora curo cicli di letture bibliche accompagnate da meditazioni teologiche o artistiche tenute da studiosi di varie discipline per l’Università del Garda di Desenzano.

Cosa sta preparando attualmente?
Ho scritto alcune poesie che hanno una costante nei temi del dono, del distacco o della rinuncia.

Può commentare la poesia inedita presentata?
Ci sono cose, occasioni, luoghi, persone desiderate a cui si rinuncia spontaneamente perché non importano più tanto come nel passato o perché è diventato problematico continuare ad alimentarne il desiderio e le lasciamo andare. Oppure ci vengono tolte dagli eventi della vita. Possono però affacciarsi ancora al nostro orizzonte e allora possiamo guardarle con distacco oppure considerare se reinserirle come possibilità e pensare a nuove strategie per ottenerle, o sperare semplicemente che accadano.
Le poesie del nucleo a cui appartengono questi versi dicono occasioni diverse. Questa canta la liberazione da un bisogno che pareva inestinguibile; il vuoto, il “senza”, qui produce insieme un impoverimento e una ricchezza. La rinuncia totale a un bisogno può innescare grossi cambiamenti. La forza che permette di farlo è indicata come “dono”, come “grazia”.

***

Gh’è ‘n pö grand regal?

Viver el sensa

con o sensa mal.

 

Bisogn ch’è stat leat

da na qualc grasia

ma mia scancelat.

De pö, de pö ‘l m’ha dat

che ‘l vores pö chèl

che m’è tat mancat

en de ‘n pusibol sdegnus

che a perder el m’ha ‘mparat

se me domande:

che ‘l sapes el perder

el me pö grand guadagn?

C’è un dono più grande? / Vivere il senza / con o senza male. // Bisogno ch’è stato tolto / da una qualche grazia / ma non cancellato. / Di più, di più mi ha dato / che non lo vorrei più ciò / che mi è tanto mancato / in un possibile sdegnoso / che a perdere mi ha insegnato / se mi chiedo: / che sia il perdere / il mio più grande guadagno?

Franca Grisoni
(foto © Umberto Favretto)

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