Raoul Precht
Periscopio (globale)

Professione McEwan

Il nuovo romanzo di Ian McEwan, «Nel guscio», è un perfetto gioco di citazioni e sarcasmo. Quasi troppo, per garantire il piacere assoluto della letteratura (cui ci ha abituato lo scrittore inglese)

Il quattordicesimo e per ora ultimo romanzo di Ian McEwan, Nutshell (tradotto da Susanna Basso per Einaudi con il titolo Nel guscio), è notevole, ma non è propriamente un capolavoro. Detto questo, e trattandosi di un autore che di capolavori in passato ne ha già sfornati tanti – da Atonement a On Chesil Beach, da Honey a The Children Act – siamo comunque a un livello di scrittura altissimo e a una capacità di sviluppo narrativo di tutto rispetto, anche in quello che mi pare essere più che altro un divertissement e la risposta a una sfida stilistica.

Parlo di divertissement anzitutto perché a mio avviso McEwan si è molto divertito – e come sempre è riuscito a trasmettere il proprio piacere al lettore – nell’ipotizzare di poter esprimere un punto di vista sul mondo attraverso gli occhi e i sensi, non si sa come già espertissimi, di un feto, implicato fin dal suo concepimento in un efferato omicidio. Saggio parodico e moralistico alla Swift e giallo di costume alla P. D. James si fondono qui alla ricerca di una nuova forma narrativa, in cui ad avere la meglio è comunque la visione fra l’ironico e il sarcastico del feto/autore (il romanzo è in prima persona). Già il punto di partenza, però, è meno originale di quel che si possa pensare; un esempio abbastanza noto nella letteratura latinoamericana è Cristóbal Nonato (1987) di Carlos Fuentes, mentre tra gli scrittori coetanei di McEwan, già Pascal Bruckner, nel suo Le divin enfant (1992), aveva ipotizzato di analizzare il mondo e le sue brutture attraverso gli occhi di un feto. Bruckner portava forse il gioco a conseguenze ancora più estreme, giacché il suo, di feto, una volta “guardatosi intorno”, si rifiutava di nascere e continuava a crescere nel corpo della madre fino a raggiungere dimensioni smisurate.

Nel romanzo di McEwan, invece, il divertente e malgrado tutto divertito protagonista assiste, senza poter intervenire in alcun modo (salvo qualche calcetto d’avvertimento alla madre), ai preparativi di un omicidio che vorrebbe a tutti i costi scongiurare. La madre, infatti, che si chiama Trudy, tradisce il padre con il fratello di questi, e i due amanti diabolici, dopo aver messo alla porta il legittimo sposo e genitore per un periodo di riflessione di cui Trudy sostiene di aver bisogno quale preparazione al parto imminente, hanno deciso di eliminare, avvelenandolo, l’ostacolo ai loro sogni d’amore. Si aggiunga che il padre è presentato, soprattutto nella prima parte del libro, come un poeta, etereo e avulso dalle volgarità del mondo di tutti i giorni, mentre lo zio cattivo, in piena tradizione shakespeariana, è un vero vilain, uomo di rara grettezza e stupidità, con una rapacità sessuale ridicolizzata ma anche subita dal povero protagonista, i cui spazi già limitati vengono regolarmente invasi da un pene oltraggioso. Shakespeare, appunto, e in particolare Amleto: a cominciare dal titolo e dalla citazione in esergo (“I could be bounded in a nutshell and count myself king of infinite space – were it not that I have bad dreams”) e continuando con i nomi dei personaggi principali – Gertrude diventa appunto Trudy, Claudius diventa “uncle Claude” – è davvero difficile ignorare i prestiti e i riferimenti al Bardo. Ma qui, va detto, le citazioni esplicite e implicite sono di grande finezza e cleverness, non c’è nulla di artefatto o di posticcio, e del resto il protagonista si trova in fondo nella stessa situazione d’impotenza del povero Amleto. Sa tutto, “vede” o intuisce tutto a partire dai dialoghi e dalle azioni degli altri personaggi, ma non può fare assolutamente nulla per cambiare le cose.

Lo svolgimento della trama è ingegnoso, e i pochi tempi morti della riflessione del protagonista, ancora senza nome, sono riscattati da una sottile suspense, senza contare il fatto che certi brani e passaggi sono semplicemente scritti benissimo, con un uso brillante e profondo della lingua inglese e delle sue possibilità espressive.

Cos’è, allora, che non funziona al cento per cento? Forse proprio l’aver lasciato tutto nelle mani e nella voce, alla lunga un po’ querula e saccente, del protagonista. Anche se si accetta il gioco di partenza, e non ci si lascia disturbare troppo dall’inverosimiglianza di un feto onnisapiente, l’angolo dal quale egli ci parla e ci racconta la sua storia resta comunque limitato. Il soliloquio, per quanto virtuosisticamente modulato, scopre presto i propri limiti. Possiamo quindi anche accettare la convenzione narrativa in base alla quale il protagonista sostiene di essere ormai grande abbastanza per assumersi le proprie responsabilità e prendere in mano il proprio destino, ma allora dobbiamo credergli, con la medesima sospensione dell’incredulità, anche quando dichiara che “sarcasm ill suits the unborn”. Niente di più esatto: mal s’adatta il sarcasmo al feto, e il sarcasmo – che nell’esibizione della cultura enciclopedica del protagonista passa perfino per una citazione confuciana (“quando decidi di vendicarti, scava due fosse”) – è qui onnipresente e rischia di appesantire l’andamento e la brillantezza del romanzo. Romanzo che con una maggiore leggerezza, sia pure feroce, avrebbe potuto invece iscriversi con naturalezza nell’alveo di certa sofisticata commedia britannica.

Non ne siamo lontani. Come non siamo lontani dal tono generale di altri romanzi minori di Mc Ewan – penso ora per esempio a Solar – in cui l’umorismo fa da elemento portante e cerca di ripristinare quell’ordine, nelle cose e nelle umane traversie, che spesso ci sfugge. Ma d’altra parte, come conclude il protagonista di Nutshell, “the rest is chaos”, e bisognerà prima o poi farsene una ragione.

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