Marco Ferrari
A proposito di “Lettere a Bruna"

L’Ungaretti innamorato

Arriva in libreria la corrispondenza amorosa tra Ungaretti e l'italo-brasiliana Bruna Bianco: storia mitica di un grande poeta «demente d'amore» per una ragazza «rossa come il fuoco»

Era il 1936 e su invito del Pen Club Giuseppe Ungaretti viaggiò in Argentina: il figlio più noto dell’emigrazione italiana – era nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888 da genitori lucchesi – declamava i suoi pensieri ermetici a quella che Borges definiva Europa rovesciata e depositata dall’altra parte dell’Atlantico. In quella occasione gli venne offerta la cattedra di letteratura italiana all’Università di San Paolo del Brasile, maggior città al mondo per presenza di italiani. Il poeta accettò soprattutto per allontanarsi dal regime fascista che all’inizio aveva appoggiato e quindi aborrito e si trasferì con la famiglia, la moglie Jeanne Dupoix, i figli Anna Maria, Ninon e Antonietto. Proprio in Brasile, dove Ungaretti resterà sino al 1942, morirà il figlio Antonietto nel 1939, all’età di nove anni, per un’appendicite mal curata, lasciando il poeta in uno stato di acuto dolore e d’intensa prostrazione interiore, evidente in molte delle poesie successive, raccolte ne Il Dolore del 1947 e Un Grido e Paesaggi del 1952. Morta la moglie Jeanne nel 1958, il poeta prese a viaggiare e ritornò in Brasile nell’estate del 1966 per una serie di conferenze.

Tutta vestita di rosso, alla fine di un incontro pubblico gli si avvicina la giovane Bruna Bianco, che gli consegna alcune sue poesie. Oggi la signora Bruna, 77 anni, ancora divisi tra Italia e Brasile, nella sua casa di Pietra Ligure, alle porte di Genova, dice con franchezza: «Trovai la forza e il coraggio per avvicinarmi a lui e consegnarli una busta con le mie poesie che peraltro non erano neppure troppo belle. Lui mi guardò negli occhi e mi chiese di andare a pranzo, ma non me la sentii. Pensai che il nostro incontro non avrebbe avuto seguito, visto che Ungaretti partì per Rio de Janeiro. Invece dieci giorni dopo quando arrivai in ufficio mi dissero che mi aveva cercato chiamando diverse volte e in quell’istante il mio interno stava squillando. Così ci rivedemmo di nuovo».

La storia del loro incontro e del loro appassionato amore è contenuta in un corposo scambio epistolare, quasi 400 lettere raccolte ora nel volume Giuseppe Ungaretti: lettere a Bruna edito da Mondadori (pagg. 656, euro 21) a cura di Silvio Ramat. Un insieme di missive private gelosamente custodite per cinquant’anni dalla destinataria che raccontano la cronaca quotidiana di un amore impetuoso e travolgente, che riaccende nel poeta il desiderio di scrivere e dà inizio a una nuova stagione creativa. Nella plaquette del 1968 dal titolo Dialogo, alla voce del poeta, che si firma Ungà come nelle lettere, seguono infatti le “Repliche” di Bruna. Donna vera e non immaginaria, quindi, Bruna, ma al contempo figura poetica, musa, incarnazione della giovinezza al cospetto del “poeta antico”, “felice, e disperato d’esserlo”, come scrisse, consapevole che il suo amare fosse una “smisurata demenza”. Ungaretti racconta i pensieri, gli incontri, le delusioni, commenta quadri, mostre e letture, allega prove poetiche e di traduzione, guida la giovane sul sentiero della poesia. Ma affronta anche temi universali: il rapporto tra amore e morte, giovinezza e vecchiaia e la forza sempre viva del sentimento e della poesia eternatrice. Per tre anni Ungaretti sarà preda di un amour fou in cui elabora l’idea che il sentimento non può estinguersi che con la morte: «d’un amore demente / ormai solo evocabile / nell’ora degli spettri».

A quell’epoca Bruna aveva quasi 26 anni, Ungaretti cinquant’anni di più. Tornato nella sua casa all’Eur di Roma inizia a scriverle, anche due volte al giorno. Invia lettere, cataloghi, profumi. È un «demente d’amore» col peso della sua vita che improvvisa torna a pulsare: era uno dei soli cinque uomini presenti al funerale di Modigliani a Parigi, era un soldato in trincea nel Natale del 1916, era un professore universitario, era il più grande poeta italiano, era un “antico”, come scriveva nelle lettere. E Bruna diventa per lui l’ispirazione alla pazza fiducia nella poesia, come ultimo metodo per rivelare i segreti dell’uomo.

In Dialogo, raccolta scritta insieme alla sua musa, Ungaretti avrebbe ricordato quei momenti come una vampata di entusiasmo: «Sei comparsa al portone / In un vestito rosso / Per dirmi che sei fuoco / Che consuma e riaccende». E poi il loro viaggio in macchina nella città convulsa e la toccante visita alla tomba del figlio Antonietto, il ragazzino scomparso nel ’39. Da quel momento toccò proprio a Bruna occuparsi di quel loculo su cui, altrimenti, nessuno avrebbe messo un fiore. Poi a settembre il ritorno in nave in Italia. La prima missiva del poeta fu un telegramma Italcable dettato durante la traversata e firmato “Nonno Ungaretti”. Nel carteggio il tema del divario anagrafico è continuo: «Sono ormai troppo vecchio, oltre misura vecchio, quasi un antenato»; «Quale apparizione di bellezza per alleggerirmi dal peso di male e di dramma che mi curva le spalle anziane»; «Ciò che sarebbe più ragionevole è che Tu scegliessi per compagno un giovane come Te. Ma se credi che un poeta non abbia età…». Ungaretti era come posseduto dalla passione per Bruna al punto di sentirsi ringiovanito, smettere di camminare con l’ausilio del bastone, vestendosi alla moda della giacca e cravatta e usando del buon profumo. Non c’è luogo in cui non invii corrispondenze alla bella italo-brasiliana, persino Londra e Tel Aviv. I fogli sono pieni di scarabocchi e ghirigori, segni d’amore e ricami. Per due volte Ungà ritorna in Brasile, per due volte Bruna viaggia in Europa, lei nata a Cossano Belbo, nelle Langhe, da cui era partita a sedici anni con i genitori (il padre era un produttore di spumanti).

Dopo cinquant’anni, Bruna slaccia il pacco delle lettere e si rimette a rileggerle, il pudore del tempo non c’è più, come i confini tra le generazioni. L’età ha marcato il passaggio del tempo e delle epoche. Oramai vedova, con tre figli e nipoti, Bruna si decide a rispolverare il suo amore folle per Ungaretti. Aveva tentato anche di spiegarlo al marito ma lui aveva detto che preferiva non saperne nulla. Così è stato. Ma la forza delle parole di Ungà vanno oltre le lancette dell’orologio: «Nessuno ti amerà mai come me». E i loro progetti erano davvero seri, parlavano di matrimonio. Le fedi erano già pronte. Quando lei venne a Roma, prima di partire per il Brasile, lui le confermò: «La prossima volta tornerò per sposarti». Ma, ahimè, quella fu l’ultima volta che si incontrarono. Tutto si troncò, forse per pressioni famigliari, forse per ragioni economiche. Secondo Bruna, una parte della famiglia e una parte del suo entourage erano contrarie alle nozze e così la corrispondenza si fece rada sino a terminare. Poi c’è la storia del Nobel mancato su cui lui contava molto, non avendo grandi risorse economiche. Secondo l’italo-brasiliana, Ungà aveva progettato di dividere in due la somma raccolta a Stoccolma: metà alla figlia e metà per l’acquisto di una casa a Capri per loro. Ma, come si sa, nel 1969 il Nobel andò a Samuel Beckett e per Ungà fu un triste ritorno a terra, lontano dai sogni. Le telefonate erano complicate e poi Ungaretti non si presentò al suo compleanno, come promesso. Pare che gli avessero sconsigliato il viaggio a causa della dittatura che opprimeva il Brasile. Infine, durante un soggiorno negli Stati Uniti, la salute di Ungaretti peggiorò: «Capì che il tempo era scaduto. Anche per questo decise di sparire dalla mia vita. Voleva ridurmi la sofferenza» sostiene oggi Bruna.

Le parole di Ungaretti sono ancora scolpite nella sua mente, come adesso nelle pagine del libro: «Ti percorro tutta, sino a insediarmi nell’anima tua». Così Bruna ha raccontato a Pordenonelegge: «Mi sentivo forte, grande, una regina, come lui mi chiamava: prego che tutte le donne possano provare ciò che ho provato io. Mi sentivo amata ventiquattr’ore su ventiquattro, persino di notte: lui mi sognava. Ma questo libro, queste lettere, non sono stati scritti solo per me: sono per tutti noi, per ricordarci di non perdere la forza di essere felici ogni giorno».

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