Lidia Lombardi
Incontro con Mimmo Cuticchio

Lo cunto de li cunti

L’Orlando Furioso, l’Iliade e l’Odissea… la grande letteratura riversata nella tradizione orale grazie all’Opera dei Pupi. Rilanciata dall’“oprante” siciliano, cantastorie erede della classicità, ospitato in questi giorni al Quirinale con una mostra emozionante. Che rilancia il racconto e l’ascolto

«Trasite, signori, trasite». Mimmo Cuticchio, l’“oprante” che è riuscito a rilanciare i Pupi Siciliani, sta all’ingresso della Palazzina Gregoriana del Quirinale come davanti al suo teatro dei Pupi, dal 1973 con sede stabile nel cuore di Palermo. Ci sta, questo cantastorie erede della classicità, del teatro dell’Arte e della cultura siciliana, per una mostra emozionante, che il presidente Mattarella ha voluto ospitare: L’Opera dei Pupi. Una tradizione in viaggio (fino al 3 dicembre, ingresso gratuito, prenotazione sul sito del Quirinale o al call center 06 39967557).

«Trasite, signori, trasite». Cuticchio – barba grigia che ne sa tante – invita a oltrepassare Porta Felice, riprodotta in cartapesta, «quella che segna l’ingresso a Palermo dal lato mare, dimenticata perché tutti arrivano dall’aeroporto». Di fronte ha sistemato invece Porta Nuova, «costruita nel ‘500 per Carlo V». Avvia da qui il “cunto” degli “Opranti”, perché già Cervantes, nel Don Chisciotte, descrive uno spettacolo di marionette armate. «Cervantes combattè nella battaglia di Lepanto nel 1571, fu ferito e portato in Sicilia, deve aver conosciuto qui i pupi». E spiega: «Noi siamo una biblioteca senza libri, riversiamo la letteratura nella tradizione orale. Ma ho rischiato di dimenticarli per sempre, i canovacci. Mio padre Giacomo girava tutta la Sicilia con l’Opera, i suoi otto figli sono nati ciascuno in un posto, io a Gela, altri a Terrasini, a Roccapalumba. Però a metà anni 50 i Pupi hanno rischiato di sparire: chiusi i 25 teatrini di Palermo, le marionette le trovavi nei mercatini delle pulci e andavano a fare i soprammobili nei salotti. Ci stava uccidendo la tv e il boom, flipper e chewing gum al posto delle mandorle tostate. La politica non ci ha sostenuto, per venti anni la tradizione si è interrotta. Io ricominciai nel ’70. Con la mia famiglia siamo una sorta di riserva indiana». Che però incanta, stando alla meraviglia espressa dai visitatori della mostra al Quirinale. Lo hanno scritto sul libro delle presenze, stupiti di trovare oggi – nell’età della fretta e della ossessiva compulsione di video-immagini – una compagnia capace di narrare a puntate, dall’epopea di Orlando Furioso a quelle omeriche di Iliade e Odissea.

Ché questo è Mimmo Cuticchio: una “macchina” da spettacolo nella forma più genuina e naif; l’improvvisazione che varia il copione di base, come nella migliore tradizione della Commedia dell’Arte; il corpo che supplisce la mancanza di grandi mezzi, tipica del teatro di strada. E dunque sono i piedi battuti con forza sulle tavole del piccolo boccascena a creare la tensione nell’acme dei duelli, è la voce che muta registro e tono a seconda che a parlare sia un guerriero o una damigella. «Le regole del mestiere sono trasmesse in forma orale da padre in figlio e da maestro ad allievo in un apprendistato che dura una decina di anni» spiega Cuticchio. «Allora si diventa manianti e combattenti. Ma ci vuole il doppio del tempo per essere pupari completi, capaci di entrare nel complesso gioco delle storie e nella grammatica della messa in scena. Se non si ha passione, ogni sforzo sarà inutile».

Anche perché quello del puparo è un mestiere che mischia recitazione e artigianato. E infatti nella prima sala della mostra al Quirinale è allestito il laboratorio: un bancone di legno con pinze, scalpelli, colori, chiodi, teste grezze di personaggi e cavalli. «Si dividono in paladini e paggi, i primi armati, gli altri no. Le mani sono un pezzo a parte, devono sfoderare la spada. Ma anche le donne qualche volta combattono, dunque hanno un forellino nel palmo, dove possiamo inserire l’arma. Lo fa Brandimarte, per esempio, e lei ha addirittura i capelli veri. Altri aprono e chiudono gli occhi», e mostra il pupo chiamato “Per Domani” perché con una riverenza accomiata il pubblico e dice che la storia continuerà la prossima sera. «Abbiamo mille marionette, alcune vecchie di 150 anni. Sostituiamo le teste rotte perché se le aggiustiamo gli spettatori ci dicono: come? non era morto… Siamo i badanti più che i padroni dei Pupi. Mio padre mi ammoniva: non sei solo attore, quando cala il sipario sei l’operaio delle marionette. Quando ho introdotto altre storie, certe di malagiustizia come la vicenda di Peppe Musolino calabrese condannato senza colpa che fuggì dal carcere e divenne brigante, ho costruito le marionette con le mie mani. Abbiamo fatto Cagliostro e, per portarle nelle scuole, l’Iliade e l’Odissea..».

Eccoli, schierati come un esercito uscito dalla memoria collettiva, i personaggi: di stile arcaico, senza troppi fronzoli, quelli omerici (Ulisse ha il volto di Cuticchio, infatti nella drammaturgia scritta con Salvo Licata nel 1989 come l’eroe mitico scende agli Inferi a incontrare il padre); gli altri abbigliati con documentato rigore, come la serie sull’Unità d’Italia nella quale campeggiano Cavour e Nino Bixio, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, la regina. Ed ecco i sipari: «Li dipingiamo in rosso minio, azzurro, giallo, i colori tradizionali siciliani che ritroviamo nei pupi di zucchero, nella martorana». E le macchine per gli effetti speciali: la pioggia, lo scalpiccio dei cavalli, il clangor delle armi, il vento che diventa tempesta (un grande cilindro rivestito di particolare carta che Cuticchio gira con una manovella sempre più in fretta, facendolo parossisticamente vibrare).

Nell’ultima sala, l’intero teatrino, compreso il pianino meccanico per la colonna sonora. L’“oprante” declama con il vibrato della voce il duello di Orlando e Rinaldo. «Era l’unico modo di far arrivare i dialoghi agli spettatori più lontani dal boccascena. Un trucco insegnatomi da mio padre, che non conosceva il microfono». Ecco il duello feroce che contrappone Orlando a Rinaldo, ecco la commozione di Angelica e il carisma di re Carlo Magno. Li vedranno, i personaggi della Chanson de geste, nella tournée di ottobre prossimo che toccherà gli Usa, a Chicago e Minneapolis. Medita Cuticchio, che ne Il Padrino III di Coppola ha impersonato se stesso: «Il racconto è vita, come l’acqua che scorre. Ora siamo una babele, non si comunica più. Il racconto è l’incontro tra chi ha qualcosa da dire e chi ha voglia di ascoltare».

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