Vincenzo Nuzzo
Un riflessione tra Poesia e Pensiero

Leopardi esistenzialista

«Essere-al-mondo» e «essere-nel-mondo»: entro questi due termini si agita il pensiero lirico e filosofico di Leopardi. Che non poteva chiudere altro che a Napoli il cerchio della sua aspirazione al "sublime"

Cosa mai ci faceva Leopardi a Napoli, e proprio a Napoli? Non vi può essere luogo che più radicalmente di Napoli diverga dalla «sostanza» intellettuale e spirituale di un Leopardi. E questo è poi quanto sostenne anche Croce stesso (nel suo famosissimo Un paradiso abitato da diavoli), affermando che il pessimismo leopardiano non poteva avere alcunché a che fare con questa terra. Terra nella quale però pure nacquero alcuni tra i più impressionanti scritti di Leopardi su questo tema. Quale curioso scherzo del Fato portò quindi Leopardi proprio a Napoli, seguendo Ranieri da Firenze? E quale curioso scherzo del Fato fece sì che egli esalasse il suo ultimo respiro proprio alle falde di quel Vulcano che (entro le mie speculazioni metafisiche) si è rivelato essere (in obbedienza alle intuizioni di Goethe) la radice stessa di quell’Essenza negativa che impregna così tanto di sé la «sostanza» di Napoli? Laddove uno dei tratti imposti al carattere locale da parte questa Essenza, è proprio l’avversione profonda per qualunque profondità e serietà di spirito.

Ovviamente per rispondere esaurientemente a domande come queste, occorrerebbero tomi interi. Per cui potrò qui limitarmi solo ad illustrare alcune tra le possibili suggestioni intellettuali che il tema esercita su chi si pone davanti ad esso. Ebbene, una di tale suggestioni consiste nella decisione da prendere circa quella che è la vera (più profonda ed ultimativa) essenza della visione poetico-filosofica del recanatese. E qui il comune lettore ha a disposizione diverse sfere di interpretazioni.

Ci sono le interpretazioni derivanti dai ricordi un po’ sbiaditi che tutti abbiamo del Leopardi liceale. Ma qui sull’uomo, sul poeta e sul pensatore grava il cliché estremamente fuorviante del disperato per forza e per natura; in quanto sfavorito dal destino i tutti i sensi possibili, e quindi fondamentalmente storpio, tubercolotico, depresso, timido e sfortunatissimo con le donne.

Ci sono poi ancora le interpretazioni moderne che vogliono vedere in Leopardi addirittura un antesignano del nichilismo esistenzialista (alla Nietzsche, Heidegger e Sartre). E ci sono infine le interpretazioni altrettanto moderne – ma abbastanza di minoranza (tra le quali quella autorevolissima di Ceronetti) – che vogliono vedere in Leopardi un tendenziale gnostico. Ed il riferimento testuale principale sarebbe qui addirittura il Libro biblico dell’Ecclesiaste, ossia il testo nel quale una volta per tutte è stata decretata la fondamentale «vanità» del mondo (con tutto ciò che esso contiene).

Poi però, al di fuori di questo, vi è il Leopardi delle minuziose questioni critiche letterarie e filologiche (e nel quale è poi contenuto poi anche quello liceale) – con tutte le svariate relative questioni (poesia, invenzione, fantasia, natura, infanzia, antichità e modernità, classicismo, illuminismo, romanticismo etc.). Tuttavia, proprio immergendosi in tali questioni, si finisce per perdere di vista quella che è la questione filosofica davvero centrale non solo nel pensiero di Leopardi – cioè quella del «mondo», e precisamente del giudizio da emettere su di esso – ma anche nello stesso interesse che egli può avere per il comune lettore, ossia per tutti noi.

In un articolo al quale sto lavorando su questo tema (dal titolo Leopardi come poeta-filosofo. Esistenzialismo e Gnosi) è emerso che il problema del mondo è esattamente quello che presso il poeta pone la questione filosofica del valore differenziale esistente tra una visione idealistica ed una visione realistica. Laddove poi la prima cerca sempre di condizionare la nuda esistenza del mondo alla Ragione; mentre la seconda si rifiuta categoricamente di farlo. E ciò vale ancor più nell’iper-realismo estremamente moderno che qui su Succedeoggi ho già descritto in Merleeau-Ponty. Entro tale ultima visione, insomma, il mondo è dato come un qualcosa che non ha bisogno di alcuna giustificazione, e quindi si impone a noi come un Assoluto totalmente indiscutibile. E così, qualunque cosa diciamo o facciamo, noi non possiamo mai dimenticarci nemmeno per un attimo del fatto fondamentale di «essere-al-mondo» ed anche di «essere-nel-mondo».

Ebbene, pur con tutte le sottili distinzioni da fare al proposito, la visione leopardiana ricade senz’altro molto più in quest’ultima sfera di idee. Quindi si è per davvero autorizzati ad annoverarla in qualche modo nell’esistenzialismo filosofico; ed in una certa misura (a causa del così grande peso attribuito dal poeta alla morte come fatto e come valore) anche nell’esistenzialismo specificamente nichilista. E tuttavia ciò è vero solo «in qualche modo» e «in una certa misura». Perché Leopardi non si pone mai la questione del mondo senza nello stesso tempo porre un fortissimo accento sulla necessità di esprimere su di esso un giudizio etico-estetico radicalmente negativo. Ma se poi si segue effettivamente questa costatazione fino alle sue estreme conseguenze (ma senza mai prescindere dalle evidenze testuali), ci si avvede allora anche del fatto che il nucleo davvero primario del pensiero leopardiano sta nell’atto con il quale egli rimpiange la perdita irreparabile dell’infanzia come unico luogo possibile di perfezione integrale dell’essere. E quando infine anche questa idea verrà spogliata della sua veste meramente poetica (entro la quale il luogo dell’infanzia è appena un sogno in cui ci si può cullare in dolci ma comunque solo vane illusioni), si finisce per accorgersi che Leopardi molto probabilmente vagheggiò questa Perfezione originaria esattamente come aveva sempre fatto il pensiero gnostico. E dunque, allora, se egli pensò la Perfezione come Origine, inevitabilmente, deve averla pensata anche come Fine; e cioè come quel Luogo in cui la Gnosi da sempre pose il momento della reintegrazione dell’uomo nella sua originaria dignità. Proprio questa Fine potrebbe essere allora anche il supremo Luogo che il Leopardi stesso (senza però dirlo) collocò dopo la morte (quale unica liberazione possibile) nella forma di una vera e propria ontologia trascendente successiva ad essa. E quindi anch’essa solo perfetta.

Ora, però, se è vero che di quest’ultima sfera di concetti non c’è alcuna traccia nei testi leopardiani, bisogna chiedersi come sia spiegabile che egli abbia esposto la dottrina gnostica solo nella sua prima parte (quella più pessimistica e distruttiva), e non invece anche nella sua seconda parte (quella più ottimistica e costruttiva). E dalla risposta a questa domanda potrebbe dipendere quindi la comprensione davvero ultimativa del suo concetto (inequivocabilmente gnostico) di Morte come Liberazione.

Ebbene, cosa c’entra tutto questo con Napoli?

C’entra eccome, qualora di Napoli si dia davvero una spiegazione metafisica: questa terra costituisce la più perfetta (ed insieme provocatoria) possibile delle palestre per comprendere la così fatale commistione tra Bene e Male, che caratterizza il mondo quale luogo nel quale (volenti o nolenti) siamo chiamati ad «essere» nel senso specifico dell’«esistere». O meglio dell’esser-ci heideggeriano, e cioè nel senso di un esistere radicalmente consapevole che ha costantemente in vista la «morte» e la «fine». Posto questo, sarà pertanto perfettamente comprensibile perché Leopardi sia dovuto finire proprio a Napoli. Per vivervi in una maniera ancora più disperata di prima – dovendo tra l’altro sopportare di sentirsi mormorare dietro dai bellimbusti lo sfottò ingiurioso «’o rannavuottolo» (il ranocchio) – , e per morirvi infine nel modo più estremo ma anche sublime possibile.

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