Vincenzo Nuzzo
Lezione (contemporanea) di filosofia

Fisiologia del male

Sulla spinta del pensiero di Hannah Arendt, quasi per dimenticarla, la società si è scrollata di dosso qualunque preoccupazione morale: l’etica è diventata qualcosa di così scontata da non meritare alcuna attenzione...

Hannah Arendt è ben nota per aver sottoposto all’attenzione di tutti il tema della «banalità del male» quale spiegazione profonda dell’Olocausto. Tuttavia non credo che, della discussione insorta a suo tempo intorno a questo tema – era il tempo dei grandi processi celebrati contro i criminali di guerra nazisti –, si sia conservata quella che è la sua parte più importante. Quest’ultima riguardava l’urgenza che l’etica ha assunto a partire dai Totalitarismi del XX secolo con tutte le loro così nefaste conseguenze. Ebbene il libro della Arendt dal titolo Responsabilità e giudizio (Einaudi 2010) mi sembra illustri proprio questo aspetto assolutamente fondamentale. E, in particolare, esso si presenta a noi nella forma di un fatto storico bene preciso; e cioè quello che la pensatrice descrive come il «collasso morale» avvenuto nella società tedesca, una volta espugnata dal nazismo. Essa divenne così un ordine decisamente criminale. In tali circostanze avvennero molte cose negative. Ma soprattutto accadde che il bene divenne impossibile, mentre invece il male pienamente possibile. Anzi, fare il male divenne lecito e pertanto tassativo. Così tanto che un’intera società si dispose a compierlo come se fosse la più buona e giusta delle cose. Ma soprattutto si dispose a compierla come se fosse la più normale delle cose; inaugurando così una vera e propria fisiologia sociale del male.

Ed è così che nacque dunque, come dice la Arendt, una vera «società totalitaria». Tale è infatti non una «dittatura», ma invece una collettività totalmente dominata dal conformismo dei valori. E non vi può essere conformismo maggiore di quello che rende ordinario, e quindi normale – trasformandolo così in un vero e proprio principio di «ordine» –, ciò a cui gli uomini più ciecamente tendono, ossia il male come ordinarietà fisiologica. È solo così che una società diviene «monolitica». Evidentemente, allora, Hitler ed i suoi gerarchi sapevano benissimo quello che facevano quando scelsero la promozione del male come la più solida garanzia per il potere assoluto al quale ambivano. E questo spiega anche perché tale infezione si propagò nella società tedesca immediatamente ed in maniera assolutamente inesorabile. Cosa che comunque, come specifica la Arendt, valse (almeno in una certa misura) anche per la società che fu dominata da Stalin.

In altre parole la spiegazione di tali fenomeni non risiede in altro che nello stato di già avanzato disfacimento morale nel quale versava la società e civiltà europea a quel tempo. Cosa che poi da allora non è certo migliorata. Anzi! La Arendt sottolinea tale aspetto illustrando il suo personale stupore, ed inoltre quello dello stesso Winston Churchill, davanti all’assoluta scomparsa dei tradizionali valori, che già prima dell’avvento del nazismo tutti erano stati orami costretti a costatare. Ecco che allora si erano già totalmente dissolte tutte le possibili vie per la prassi di un’etica individuale e collettiva. Era svanita la via filosofica – evidenziabile nella morale socratica (incentrata nella totale irrazionalità del male, scoperta per mezzo dell’introspezione) e nella morale kantiana (incentrata in un secco «io devo»). Ed era svanita la via religiosa – evidenziabile nella vera e proprio «volontà di bene» resa primaria dall’insegnamento prima di Gesù e poi di Paolo.

In particolare, entro l’ordine criminale, l’«io devo» era stato completamente annientato dall’«io non posso». A fronte di tutto questo si poteva e si doveva dunque (come aveva fatto Nietzsche davvero senza esitazioni) prendere atto del definitivo naufragio della morale. Senonché, però, la così raccapricciante devastazione apportata dal nazismo, e la conseguente assoluta necessità di ritrovare poi nuovamente i termini di una morale (almeno mediante i Tribunali), costrinsero la consapevolezza collettiva a confrontarsi con l’impossibilità di fatto dell’inesistenza di un’etica.

Quest’ultima però non avrebbe mai più potuto essere quella così salda e serena di prima. E così la Arendt, in relazione a questo, fa a noi la sua estremamente specifica proposta. L’unica morale oggi ancora praticabile è per lei quella che si basa interamente sul silenzioso dialogo interiore che ognuno di noi intrattiene con sé stesso, ossia con quella parte di noi stessi che da sempre è nota come «coscienza». Si tratta però di una coscienza decisamente assiologica (e non invece gelidamente teoretica), ossia incentrata nei valori infallibilmente intuiti, ed in particolare nella distinzione tra bene e male della quale tutti siamo capaci per definizione. Ebbene tale dialogo ci informa infallibilmente di ciò che non possiamo fare senza con ciò perdere per sempre la nostra pace interiore. E la pensatrice ci mostra come i pochissimi che furono capaci di non collaborare con l’ordine criminale nazista, furono esattamente coloro che scelsero di appellarsi a questo criterio morale.

Dunque qui finisce la lezione impartitaci da Hannah Arendt. E che lezione! Vi sono però due elementi che a mio avviso andrebbero oggi tenuti strettamente presenti. E ciò del tutto al di là della questione specifica del nazismo (o anche dello stalinismo). Si tratta del vero senso che ha la parola «totalitarismo». E si tratta della specifica diagnosi di crisi riguardante la Modernità, che è esattamente l’aspetto posto in luce dalla pensatrice: – «collasso dell’etica». Ed è del tutto inutile che qui giriamo intorno al concetto. Perché con ciò si tratta esattamente di quanto tutti noi diciamo quando ci sentiamo più moralisti: «Non ci sono più valori!». Si tratta insomma di un fenomeno estremamente semplice, ma nello stesso tempo proprio per questo anche estremamente grave.

Ora, la Arendt fu senz’altro una pensatrice di prim’ordine, tra le maggiori a livello europeo. Eppure, una volta emigrata negli Usa, ella si dedicò così totalmente alla riflessione sull’etica sociale e politica, da giungere perfino a non considerarsi più una filosofa. E lo stesso si può dire di un pensatore come Hans Jonas. Peraltro proprio nel libro che qui sto illustrando, ella prende pienamente atto della «fine della filosofia» così come anche della fine della morale stessa. Il fallimento della morale tradizionale è stato infatti per nulla solo religioso, ma è stato invece anche propriamente filosofico.

Ed allora proprio per questo c’è da prendere atto del valore da attribuire al fatto che la più drammatica costatazione del crollo della morale è oggi soltanto del più semplice e sprovveduto tra gli uomini comuni. Costui non è nemmeno lontanamente un intellettuale, e spesso nemmeno è un uomo colto e di ampie vedute. A volte anzi inclina fortemente al qualunquismo ed al populismo.

La sua presa di posizione non va quindi affatto presa come esempio. Eppure essa ci informa sulla nuda e cruda verità dei fatti. E dunque ci informa circa il fatto che la sofisticazione del pensiero (specie se applicato a temi civili, politici e sociali) rischia fortemente di perdere di vista la necessità assoluta e vitale che è da riconoscere all’etica. Ebbene, proprio questo fu esattamente ciò che accadde in Germania prima del nazismo. Una società intellettualmente sofisticatissima si scrollava totalmente di dosso qualunque preoccupazione morale nel ritenere che l’etica è qualcosa di così scontato da non meritare alcuna attenzione. Meno che mai da parte del filosofo. Ma proprio su questo così leggiadro e progredito terreno allignò poi la malapianta del peggiore tra i mali politici e civili che l’uomo avesse mai conosciuto.

Secondo me, insomma, oggi, proprio oggi, dovremmo riflettere molto intensamente su questo.