Pasquale Di Palmo
A proposito di “Conservazione della specie”

Poesia della disillusione

Con i suoi versi, Baldo Meo riesce a restituirci tutta l’aspettativa disillusa che pervade i nostri giorni, il senso di spaesamento, di straniamento per una vita offesa

«Per lunghi anni ho guardato / fuori dalla finestra / appena sveglio la mattina – / più per abitudine, / per una forma di saluto, / per prepararmi al clima. / Ancora oggi alzo le persiane / prima di ogni cosa – / guardo in strada, guardo in cielo / e non mi aspetto nulla». Questi intensi versi inaugurano la nuova raccolta di Baldo Meo, emblematicamente intitolata Conservazione della specie (Stampa 2009, 2017, pagg. 72, euro 11,00). Maurizio Cucchi nella prefazione mette in rilievo come la figura di Meo sia quella di un autore schivo, appartato, e come questa sua discrezione si ripercuota «anche nei suoi testi, nel suo stile di scrittura, così lontano dalla ricerca di effetti speciali e così saggiamente ancorato a un’idea di poesia che possa essere forza onesta del pensiero nel cuore di una parola pacata e il più possibile corrispondente alla verità personale e poetica dell’autore». Leggendo tale assunto viene da pensare alla «poesia onesta» di cui parlava Saba e alla dimensione dell’autenticità che dovrebbe, in un’epoca complessa e contraddittoria come la nostra, offrire nuovi sbocchi espressivi alla scrittura, non solo poetica: «Ho cercato di essere utile a qualcuno / con o senza questi versi».

Il tono della raccolta si muove in un ambito lineare, quasi pudico, con un’essenzialità che rasenta l’esito epigrammatico (un testo risulta sintomaticamente più breve del relativo titolo). Eppure, in tale dimensione quasi sospesa dell’esistenza, Meo riesce a restituirci tutta l’aspettativa disillusa che pervade i nostri giorni, il senso di spaesamento, di straniamento per una vita offesa: «Avrei voluto esistere / come un tronco, un torrente, una spiga – / qualcosa di vivo, ma non pensante». In forma diretta, con un linguaggio piano e misurato, il poeta romano ci rappresenta un mondo basato sui soprusi e sulle angherie ma in cui è possibile sentire «che al sole / ogni cosa è buona».

Il dettato si configura come una sorta di lavoro taumaturgico della parola (e sulla parola) al fine di «esercitarsi nel presente, / esserci anche un solo istante». Nella sua accurata postfazione, Roberto Deidier evidenzia come il motivo della luce contrassegni la poetica di Meo: «Dei due importanti sensi che caratterizzano la sensibilità dei moderni, la vista e l’udito, è quest’ultimo a risultare il grande assente nei versi di Meo, dominati piuttosto dall’osservazione della luce e da un silenzio davvero insolito nell’estremo volgersi del millennio, nella sua confusa e crudele urbanità». E non è un caso che una delle poesie presenti nella raccolta sia ispirata a un quadro di Hopper che fece della «fisiologia della luce», citata dallo stesso Deidier, uno degli elementi fondanti della propria ricerca. La riproduciamo integralmente:

LE CASE VICINO ALLA FERROVIA
(Pensando ad Hopper)
Rosso cupe o giallastre riposano al sole
e di lato hanno un piccolo orto,
con piante da frutto e fiori,
contornato da reti arrugginite.

La madre controlla i panni stesi,
la bambina gira in triciclo,
il sole è quasi al tramonto.
Un’auto ha appena parcheggiato.

«Qual è la piccola conoscenza che non abbiamo ancora seminato?» si chiede Jodorowsky nella frase riportata in esergo alla raccolta. E le poesie di Meo sono un invito a raccogliere la provocazione di Jodorowsky proprio in virtù dell’accoglimento riservato ai valori più umili e reconditi: «Preferisci ciò che è minuto – / la donna, il fiore, la casa. // Sul guanciale dove riposi – / la bellezza dell’insetto». Questo microcosmo invita a fare propria la «piccola conoscenza» di cui parla l’autore della Via dei tarocchi che, in realtà, poco ha da spartire con la sensibilità che traspare da questi versi. I nomi che si possono fare al riguardo sono quelli legati a quella linea cantabile, leggera, della poesia novecentesca che dal citato Saba arriva alle esperienze di Penna e Bertolucci. Poesia che ci ricorda, per usare ancora le parole di Meo, che «il fiore scomposto a terra / rimane un fiore».

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