Alberto Fraccacreta
Nel giorno di una ricorrenza Mariana

Miracolo di donna

Madre, amica, amante, musa ispiratrice: quel è realmente il rapporto tra la donna e la poesia? Non sarà quella che traspare dai versi conclusivi del Faust, «il Femminino Eterno che in alto ci trae»?

C’è un quadro del pittore maceratese Scipione (alias Gino Bonichi), Gli uomini che si voltano (nella foto), che riprende il celebre emistichio montaliano di Forse un mattino andando, «gli uomini che non si voltano». Montale, in seguito, intitolerà una poesia di Satura come il quadro di Scipione invertendo di segno il suo stesso verso. Gli uomini che si voltano sono coloro che sanno vedere il miracolo, «la verità altra che il poeta presenta al di là della compatta muraglia del mondo empirico», come disse Calvino.

Il 2017 è un numero ricco di anniversari per gli uomini che, voltandosi, guardano ad un secolo fa. A cominciare dal 20 gennaio (giorno in cui, settantacinque anni prima, Alphonse Ratisbonne, avvocato francese di origine ebraica, nella basilica di Sant’Andrea delle Fratte a Roma fu convertito “istantaneamente” da colei che poi definirono la Madonna del Miracolo): ebbene, proprio in quel giorno e in quel luogo Massimiliano Kolbe, il «martire dell’amore», secondo un’espressione di Paolo VI, ebbe l’idea di fondare un gruppo di stampo mariano, la Milizia dell’Immacolata. L’atto formale di questa associazione – che è presente ancora oggi con sedi in tutto il mondo – sarà scritto la notte fra il 16 e il 17 ottobre, a tre giorni da “miracolo del sole” di Fatima.

Molto è stato detto, scritto e filmato a proposito di quest’ultima vicenda. Un film del ’52 di John Brahm (The Miracle of Our Lady of Fatima, USA, 102’) documenta la vita dei tre pastorelli ai quali, il 13 maggio, apparve la Madonna. Il Portogallo era da poco diventato repubblica. Il governo laico inizia una politica di persecuzione della chiesa e dei suoi ministri, sebbene la maggioranza della popolazione sia ancora fortemente legata alla ritualità cattolica. Di lì la storia che conosciamo. Il kolossal statunitense, pur rivelando fedeltà ai fatti, appare lievemente allineato al maccartismo dei tempi e alla sua lotta feroce contro i sostenitori del comunismo. Nella raffigurazione tonale della Vergine prevale, tuttavia, quel forte biancore che è, in fin dei conti, il simbolo iconografico, il marchio di fabbrica di tali apparizioni (con sottile e sintomatica differenza rispetto al celeste di Lourdes). Splendide pagine ma con altra intenzione ha dedicato Melville a una chiarità, forse per lui, esacerbante, senza però risolvere «l’incantesimo di questa bianchezza» né trovare il «perché abbia un così potente influsso sull’anima». Certo è che un vertiginoso istinto cognitivo conduce poeti, scrittori e pittori verso una decisiva identificazione, che nella storia della cultura occidentale – se si vuole ampliare lo spettro interpretativo – diviene sempre più stringente e attuale, tra il mistero della donna e quello che può definirsi benissimo il “mistero del bianco”, cioè l’aspetto cromatico del miracolo. Esso dà linfa a una rappresentazione precisa dell’inconscio collettivo, sulla cui chiave di volta ermeneutica, partendo dalle riflessioni melvilliane, non sarebbe superfluo indagare nell’ambito della cosiddetta neuroestetica, branca della neurologia che studia le intuizioni estetiche in alcuni settori del cervello. Non avviene qualcosa di simile anche nella nostra tradizione letteraria e artistica?

Dante, che si intendeva di gerarchie celesti, non può contemplare la Trinità senza la mediazione della donna che è «tanto grande e tanto vale». Petrarca dimentica le gerarchie, attratto com’è dal fantasma di Laura e dal lauro poetico, ma l’ultima lirica del Canzoniere («in fine libri ponatur») è un inno mariano tra i più segnanti, Vergine bella, che di sol vestita. Armida, nella Gerusalemme liberata, si consacra «ancilla» di Rinaldo non appena è convertita alla fede del suo amato. Il pensiero dominante di Leopardi insegue disperatamente «la donna che non si trova». Il “tu” montaliano coincide, invece, con una ricerca sempre più dolorosa del visiting angel, portatore dei valori morali e civili della poesia. Luzi, in Dal fondo delle campagne, sembra essere più esplicito: «Mia madre, mia eterna margherita/ che piangi e mi sorridi/ viva ora più di prima,/ lo so, lo so quel che dovrei, pazienza/ di forte non è questa ostinazione/ d’uomo che teme la sua resa». Caproni addirittura, nel Conte di Kevenhüller, chiosa: «Bianchissima, mi perforava/ l’occhio:/ la mente.// Viva.// Più viva della viva punta/ – acciaiata – d’un ago.// Ne ignoravo il nome.// Il mare/ mi suggeriva Maria».

Si ritiene che la Velata e la Madonna Sistina celino il medesimo viso ispiratore di Margherita Luti. Se è vero, è indubbiamente un segnale importante della grandezza di Raffaello. Al di là dei pettegolezzi biografici, nel ritrarre una donna concreta – la Velata appunto, non già un’al­le­goria, una «Venere terrestre» sulla scorta di Bembo e Ficino, ma una presenza in carne e ossa – e trasfigurarla nel viso lucente della Madonna Sistina (così am­mirata da Dostoevskij e compagni), Raffaello forse intendeva dire che all’interno di ogni donna è presente quell’elemento salvifico e di elevazione spirituale dell’uomo, il quale, nella sua opera, integra e completa la visione stilnovista, ma soprattutto dantesca dell’essere femminino. Ciò, naturalmente, a merito e a gloria della donna. Anche se proprio in questi giorni, dimenticandosi di tale paradigma, si assiste con dolore al discredito della femminilità per via di una visione errata e oggettivante del gentil sesso.

Non è dunque la donna a salvare sempre i poeti e mai il contrario? E dietro l’idea di quest’ultima non campeggia sempre quella donna particolare, anima e corpo del bianco, tanto da poter asserire con convinzione che esiste ab origine una sorta di “mariologia della letteratura”, i cui confini transnazionali si spingono addirittura ai versi conclusivi del Faust, «il Femminino Eterno che in alto ci trae»? Per riconoscerlo basta essere uomini che si voltano.

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