Raoul Precht
Periscopio (globale)

La forza del sorriso

A cinquant’anni dalla sua scomparsa è tempo di rendere giustizia a Halina Poświatowska, poetessa polacca di straordinario vigore ignorata dalla nostra editoria. Ma attenzione a non farsi ingannare dalla sua breve e dolorosa esistenza, perché nei suoi versi non c’è ombra di autocommiserazione

Nell’universo poetico e mitopoietico di Halina Poświatowska occorre entrare in punta di piedi, e con le sue stesse parole: «sempre quando voglio vivere grido / quando la vita mi abbandona / mi afferro ad essa / dico – vita / non andartene ancora / la sua calda mano nella mia mano / la mia bocca al suo orecchio / sussurro / vita / – come se la vita fosse un amante / che vuole andar via – / mi aggrappo al suo collo / grido / morirò se te ne andrai».

Una cosa è certa: la poesia di Halina Poświatowska non ha niente di delicato, d’ipersensibile, di svenevole; al contrario, è una poesia forte, determinata, che si radica nelle cose e negli affetti con rara prensilità, con uno scatto d’orgoglio e di autoaffermazione. In questo senso è bene non farsi ingannare dai dati biografici, dall’alone tragico che ne circonda l’immagine, e non perché la conoscenza delle sue traversie umane non sia importante per capirne la poesia, ma perché rischia di sbilanciare il giudizio verso una generica compassione, che la poetessa con tutta evidenza non cerca e non apprezza affatto. Halina è invece una scrittrice di razza, forte malgrado il dolore, ispirata benché alla fine quasi non potesse respirare, energica a dispetto della quasi immobilità.

Morta esattamente cinquant’anni fa, l’11 ottobre del 1967, quando di anni ne aveva appena trentadue, Halina è stata malata sin dall’infanzia, di un’endocardite all’epoca incurabile, dovuta alle misere condizioni in cui lei stessa e la madre, suo costante punto di riferimento, erano vissute durante l’occupazione tedesca della Polonia. Non potendo andare a scuola, studia ugualmente e, aiutata appunto dalla madre, supera gli esami di maturità come privatista. Nel 1953 conosce in sanatorio il futuro marito, anch’egli malato, che perderà già nel 1956. Due anni dopo Halina dovrà sottoporsi a un primo intervento chirurgico per cercare di correggere il proprio scompenso cardiaco. L’operazione si svolgerà a Philadelphia e tutte le spese, dal viaggio in piroscafo all’intervento chirurgico stesso alle spese di degenza, saranno pagate grazie a una colletta popolare. Dopo l’intervento Halina si ferma in un primo tempo nel Massachusetts, dove si laurea in tre anni, pur non sapendo, almeno all’inizio, neanche una parola d’inglese. Dopo aver rifiutato l’offerta di Stanford per una prosecuzione degli studi negli Stati Uniti ritorna in Polonia e s’iscrive all’Università Jagellonica di Cracovia, ma morirà, pochi giorni dopo un secondo intervento chirurgico, prima di poter concludere gli studi.

Da questa breve scheda biografica ci si potrebbe aspettare una poetessa dalla sensibilità acuminata e tendente all’enfasi o all’eccesso; mentre i versi di Halina dicono tutt’altro, parlano dei grandi temi e delle piccole cose della vita con semplicità, naturalezza e maestria tecnica. Per posizionarla nel quadro della letteratura europea e mondiale la critica si è richiamata, di volta in volta, ai nomi di García Lorca, Prévert, Pound, Eluard, Ferlinghetti – di questi ultimi è stata anche traduttrice – o nelle arti pittoriche e plastiche a quelli di Camille Claudel e Frida Kahlo, tutti termini di paragone corretti e sbagliati al tempo stesso. Da tutte queste fonti Halina, lettrice vorace e curiosa, insaziabile creatrice d’immagini, ha probabilmente tratto spunti e suggestioni, ma a nessuna di queste, a ben vedere, deve alcunché. La sua è una poesia estremamente personale, densa di metafore e figurazioni caste e carnali, contemplative e corporee, allusive ed erotiche, frutto di una sensibilità acuminata, allenata ad andare dritta al cuore delle cose. C’è fame di vita, della cui fragilità Halina è ben consapevole, c’è voglia di riuscire e d’affermarsi, in barba a tutti i limiti fisici e fisiologici; e c’è poi nei suoi versi una radice musicale, di ritorno al canto, che sarebbe impossibile ignorare.

Si veda questa cronaca di un possibile abbandono: «Se vorrai lasciarmi / non dimenticare il sorriso / puoi dimenticare il cappello / i guanti il notes con gli indirizzi importanti / qualunque cosa infine – per cui dovresti tornare / tornando all’improvviso mi vedrai in lacrime / e non te ne andrai / se vorrai rimanere / non dimenticare il sorriso / puoi non ricordare il mio compleanno / o il luogo del nostro primo bacio / o il motivo della nostra prima lite / se tuttavia vuoi rimanere / non farlo con un sospiro / ma con un sorriso / rimani». Gli oggetti, le parti del corpo, la gestualità, non sono solo elencati, ma prendono vita, acquisiscono plasticità, un’identità propria e inconfondibile, in un abbraccio incendiario che è, per l’appunto, vita, ma vita braccata, goduta, consumata, fino all’ultimo respiro.

Di Halina Poświatowska, che io sappia, in italiano è uscito un solo libretto, edito dalle edizioni Joker nel 2014 per la cura di Paolo Statuti, dal titolo Io sono di piume e di carne. È una lacuna editoriale da colmare urgentemente. Credo che si possa e si debba fare molto di più per rendere giustizia a questa poetessa di straordinario vigore e consentirle d’incontrare anche da noi, come già da molti anni nei paesi anglosassoni, un pubblico più ampio.

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