Roberto Mussapi
Every beat of my heart

Il Poeta e il girasole

Rileggere il Montale di “Ossi di seppia” insieme a Leone Piccioni e al suo “Com’è tutta la vita e il suo travaglio”. Dove sono raccolte le lezioni sul capolavoro montaliano che il critico tenne allo Iulm di Milano nell’anno accademico 1979-1980

Invocazione alla luce del fiore che vive nelle zone marine, aride: ma, in quanto marine, specchianti, pregne di trasparenza luminosa. E inoltre un fiore in armonia con il moto del sole di cui diviene simbolo nello stesso colore, “giallino” aggettivo trovato non solo per ragioni di rima del componimento (impeccabile e naturale al punto da sfiorare l’impercettibilità), ma perché questo fiore è un satellite, un messaggero del sole, il cui splendore assoluto si attenua nei teneri petali della piccola creatura.
Montale, uno dei maestri del pensiero negativo, grande poeta dell’assenza, della separazione tra poesia e vita, non lo è del tutto: anela. Cerca, brama: «Portami il girasole impazzito di luce».
Ci avvicina a comprendere questa complessa natura del poeta Montale (meno nichilista dell’uomo: pessimista e sarcastico il secondo, stoicamente tragico il primo) un bellissimo libretto in cui Leone Piccioni raccoglie una serie di sue lezioni tenute nell’anno accademico 1979-1980 allo IULM di Milano. Un corso magistrale su alcune poesie dal capolavoro di Montale Ossi di seppia. Piccioni aveva da tempo abbandonato la critica militante e l’attività accademica per costruire la Rai che creò e formò milioni di italiani. Un’età epica della televisione, passione, cultura, civismo. Ma non smise mai di essere critico letterario di rara finezza, impossibile smettere per il massimo esegeta di Ungaretti e il lettore profondo di quel miracolo italiano che fu quella stagione poetica.
Il libro ottimamente introdotto da Giuseppe Conte e posfato da Giuseppe Grattacaso, è un piccolo gioiello. Per questo, dopo due righe introduttive a opera mia, continuerò il commento della poesia con un estratto dal volumetto di Piccioni: «Portami dunque il girasole che io non possiedo, affinché io lo possa trapiantare nel mio terreno bruciato dalla salsedine, cosicché dopo che l’avrò piantato, vedrò per tutto il giorno l’ansietà del volto “giallino”, perché è girato per tutta la giornata verso l’astro luminoso del cielo, e quindi con l’ansia che ha chi sa di dipendere da qualcuno o da qualcosa. Ed è la stessa ansia che ho io, ci dice il poeta: anch’io ho questa ansia di luce e conoscenza. (…) È impossibile costituire un rapporto con l’esistente per Montale, perché costituire questo rapporto vorrebbe dire accettare la realtà. Però le cose esistenti riescono a mettersi in comunicazione, riescono a darti emozioni perché sono in grado di trasformarsi da corpi astratti e lontani e rigidi, in colori e musica. E quindi attraverso questa possibilità di captazione del colore e della musica che vengono fuori dal significato delle cose che ti circondano, si può arrivare a questo tipo di comunicazione emotiva, di abbandono in te stesso, che ti porta a una specie di estenuazione, a un abbandono dolente ma che non è un abbandono infelice».

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti

nel mio terreno bruciato dal salino,

e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti

del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

 

Tendono alla chiarità le cose oscure,

si esauriscono i corpi in un fluire

di tinte: queste in musiche. Svanire

è dunque la ventura delle venture.

 

Portami tu la pianta che conduce

dove sorgono le bionde trasparenze

e vapora la vita quale essenza;

portami il girasole impazzito di luce.

 

Eugenio Montale
(Da Ossi di seppia, in Leone Piccioni, Com’è tutta la vita e il suo travaglio. Lezioni su “Ossi di seppia” di Eugenio Montale, Libreria Dante e Descartes)

 

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