Lidia Lombardi
Itinerari per un giorno di festa

Michelangelo su Michelangelo

Buonarroti e Antonioni a San Pietro in Vincoli. Dove fino al 10 ottobre, verrà proiettato in versione restaurata il documentario del regista di “Deserto rosso” dedicato alla Tomba di Papa Giulio II. Una riflessione sull’atto del vedere imbandita attorno al Mosè, illuminato (grazie ai led) secondo natura…

Il cinema e la scultura, con due giganti. Michelangelo Antonioni e Michelangelo Buonarroti. Uniti da oggi al 10 ottobre (8,30-12,20 e 15-19) nella basilica di San Pietro in Vincoli che oltre alle catene dell’apostolo martirizzato a Roma contiene uno dei capolavori di Buonarroti, il Mosè. È attorno al profeta assiso sotto la tomba di Papa Giulio II che in questi giorni possiamo assistere a un doppio evento: la proiezione del documentario Lo sguardo di Michelangelo che il regista di Deserto rosso presentò a Cannes nel 2004 (e che fu definito la migliore opera passata a quel Festival) e la visione del monumento michelangiolesco sotto una nuova luce: quella che, dopo il restauro, gli è stata restituita dallo scorso inverno con una particolare illuminazione.

Anche la pellicola di Antonioni viene riproposta dopo un restauro: è la versione digitalizzata che, insieme a tutti i suoi film e a dieci anni dalla scomparsa, Istituto Luce Cinecittà ha effettuato. Partendo dai negativi originali di scena e suono, le immagini sono state scansionate ad altissima risoluzione, stabilizzate e pulite digitalmente eliminando i segni del tempo: spuntinature, righe e segni visibili di giunte. Un ulteriore intervento ha restituito lucentezza e ricchezza alla fotografia. Stessa operazione di pulizia digitale è stata fatta sul suono. Ecco allora emulsionato il valore del documentario, il quale si pone come un’estrema summa del cinema di Antonioni, il suo gesto artistico insieme solenne e seducente. Lo sguardo di Michelangelo si rivela insomma riflessione sull’atto del vedere. E, grazie all’iniziativa della Soprintendenza Speciale di Roma, la proiezione gratuita e per la prima volta nella Basilica – dove il cineasta lo aveva girato – suscita emozione.

Anche perché, si accennava, si aggiunge all’emozione della “nuova” luce di cui gode il gruppo scultoreo. È il corollario di un lungo intervento finanziato dal Gioco del Lotto. Un restauro con la luce su un’opera scolpita con la luce. Così fece il Buonarroti nel monumento funebre a Giulio II, l’opera che lo impegnò, anche ideologicamente, quarant’anni. Per lui la luce era così importante che preferì collocare la tomba di Giulio II nella chiesa dei Vincoli piuttosto che a Santa Maria del Popolo perché lì, scrisse, non c’era «lume a proposito». E lavorò il marmo, nella rifinitura effettuata nel transetto, proprio per scolpire con la luce naturale. Levigate “a lustro” con fogli di piombo e ossalati (ricavati dall’urina dei bambini) le parti baciate dal sole, meno rifinite quelle in ombra, come l’incavo delle mani. Sennonché il luogo nel quale il monumento – composto di sette statue – venne collocato cambiò nei secoli. Il Coro dei frati, aperto sullo sfondo, rimase al buio, togliendo tridimensionalità alla Sepoltura. Peggio si fece negli anni 60 dell’Ottocento: una finestra, quella verso la quale si volge Mosè, fu chiusa, perché vi si appoggiò contro un muro della facoltà di Ingegneria. Invece fu ampliata la finestra a sinistra, che riversa i raggi del mattino.

Di tutto questo ha preso consapevolezza Antonio Forcellino, il restauratore capo che si occupa del complesso dal 1999, quando partì il primo intervento su un capolavoro che polvere e cambi architettonici avevano annichilito. Ma poiché il restauro continua nella manutenzione, ecco nel 2016 il ricorso alla più moderna tecnologia. Mario Nanni con lampade led ha ridato al Mosè l’illuminazione vista dal Buonarroti in quell’aprile del 1545 nel quale finì la “Sepoltura della tragedia” che tanto lo aveva sfibrato. I raggi sono stati scomposti e ricomposti nell’arco delle 24 ore e restituiti come in natura: dalla luce aranciata dell’alba a quella piena del mezzogiorno, a quella infuocata del crepuscolo, infine all’argento lunare. Un meccanismo condensa in alcuni minuti il variare della luce ed esalta la scultura. Così, come se fossimo seduti davanti al monumento dall’aurora al tramonto, vediamo vibrare Mosè e Giulio II adagiato sul catafalco nel secondo ordine. Pensoso lo sguardo del Pontefice, infuocato quello del profeta: distoglie gli occhi dall’altare delle catene, i Vincoli, che rischiano di diventare feticci per i fedeli, e stringe assertivo le Tavole della Legge.

Perché anche ciò è emerso dal restauro: con quest’opera Michelangelo manifestava il proprio fastidio per la Chiesa della Controriforma e invece si apriva al gruppo degli Spirituali, capaci di ascoltare i moniti venuti da Lutero. Le analisi iconografiche hanno chiarito che la figura della “Vita attiva”, alla destra di Mosè, è citazione di una Maddalena affrescata da Antonello da Caravaggio in San Francesco al Quirinale. Qui appunto si riunivano gli Spirituali, guidati da Vittoria Colonna, che influenzò intellettualmente e affettivamente Michelangelo. Il quale rischiò l’accusa di eresia cambiando in extremis la posizione della testa di Mosè. Per non fargli guardare le reliquie di Pietro nell’epoca della compravendita delle indulgenze ma rivolgendolo invece alla luce divina, proveniente dalla finestra poi murata. E che ora led e sapienza restauratrice gli restituiscono. Ne sarebbe stato ulteriormente ispirato l’altro Michelangelo, Antonioni.

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