Raoul Precht
Periscopio (globale)

Scrivere la solitudine

Ritratto di Carson McCullers, a cent'anni dalla nascita: una scrittrice che è riuscita a riunire nella propria complessa personalità quella dei suoi personaggi. Come a sovrapporre vita e letteratura

Una famosa dichiarazione di Graham Greene recita: «Carson McCullers e forse Faulkner sono i due soli scrittori, dalla morte di D. H. Lawrence, dotati di una sensibilità poetica originale. Preferisco la McCullers a Faulkner perché scrive con maggiore chiarezza; la preferisco a D. H. Lawrence perché non ha alcun messaggio da trasmettere». Da parte sua, Edith Sitwell rimarcava che «Carson McCullers ha grande occhio, mente e sensibilità da poeta, uniti al senso della costruzione e dei personaggi di un grande prosatore». Così i contemporanei, che si erano subito resi conto della straordinarietà dell’apparizione, praticamente dal nulla, di una nuova, grande scrittrice.

E avevano ragione. A cent’anni dalla nascita ed esattamente a cinquanta dalla morte, quest’autrice deceduta prematuramente, che nei suoi anni relativamente scarsi d’attività ha saputo incidere come forse nessun altro sulla prosa statunitense del secondo dopoguerra, s’impone nuovamente alla nostra attenzione critica come una delle voci più pure e innovative della seconda metà del secolo scorso, come un piccolo, imprevedibile miracolo.

Nata il 19 febbraio del 1917 a Columbus, in Georgia, manifesta segni precocissimi di un’elevata sensibilità artistica, tanto che ad appena diciassette anni sarà mandata dalla famiglia a New York per studiare pianoforte alla Juilliard. Del tutto inesperta della vita, alloggia senza saperlo in una casa frequentata da prostitute, e sarà proprio una di queste, di cui diventa amica, a sottrarle gran parte del denaro che i genitori le avevano dato. Una febbre reumatica mal diagnosticata e curata, trattata dai medici come una polmonite, la costringerà a un mesto ritorno a casa, e durante la convalescenza deciderà di cambiare strada, abbandonando l’idea di una carriera concertistica, per la quale sembra essere comunque troppo sensibile e nervosa. Inoltre, l’idea di passare la vita a interpretare opere altrui sembra ora attirarla meno di prima. La disciplina e l’autocontrollo appresi nel corso degli studi musicali le torneranno comunque molto utili quando si tratterà di applicarli a una disciplina esigente e priva di riscontri immediati come la scrittura. Tornata a New York, si arrabatta con lavoretti saltuari seguendo qualche lezione di scrittura creativa alla Columbia e pubblicando a diciannove anni un primo racconto di stampo autobiografico, dal titolo Wunderkind, in cui racconta appunto del fallimento come concertista di una ragazza dotata, ma non troppo, costretta più che altro a soddisfare le ambizioni di adulti frustrati.

L’anno dopo, incontra e sposa un ex soldato, Reeves McCullers, che aspira anch’egli a una carriera letteraria, e si trasferiscono insieme a Charlotte, nel North Carolina, dove Reeves trova lavoro come esattore. Il progetto, rimasto a metà, era di sostenersi a vicenda: prima avrebbe scritto e pubblicato Carson, mentre Reeves lavorava e guadagnava per entrambi, poi, con i proventi del suo libro, lei avrebbe sostenuto lui per il tempo che gli sarebbe occorso per scrivere un romanzo a sua volta. Nei pochi anni di matrimonio, appena quattro, Carson trova effettivamente spazi e tempi per scrivere The Heart is a Lonely Hunter, romanzo d’esordio pubblicato nel 1940 che avrà un enorme successo e che la consacrerà fra i più importanti autori del momento, decretando al tempo stesso il fallimento dell’unione con Reeves.

Da quel momento in avanti, oltre al suo talento, Carson McCullers, ritornata nel frattempo a New York, dovrà gestire nel bene e nel male quel fardello che è la notorietà. Molti dei suoi libri saranno adattati da Hollywood: per fare solo qualche esempio, The Member of the Wedding esce nel 1952 con la regia di Fred Zinnemann; Reflections in a Golden Eye sarà diretto da John Huston nel 1967 con protagonisti Elizabeth Taylor e Marlon Brando; Alan Arkin interpreta nel 1968 la parte principale in The Heart is a Lonely Hunter, mentre The Ballad of the Sad Café, nel 1991, avrà come protagonista Vanessa Redgrave. Ma la notorietà è un fardello, come dicevamo, anche perché Carson McCullers si scopre molto fragile: debilitata dall’alcolismo e da una serie di malattie, semiparalizzata negli ultimi vent’anni della sua esistenza, la scrittrice ha una vita personale molto complessa, costellata dal rapporto irrisolto con il marito – che risposerà nel 1945 – e da numerose attrazioni (a volte vere e proprie ossessioni) soprattutto nei confronti di donne famose, come la scrittrice Katherine Anne Porter e l’ereditiera e avventuriera svizzera Annemarie Schwarzenbach.

Ambientato in una cittadina del Sud che somiglia molto a Columbus, The Heart is a Lonely Hunter è imperniato sulla figura di un sordomuto, John Singer, con il quale tutti gli altri personaggi del romanzo, del tutto autonomi gli uni dagli altri, sembrano avere un misterioso legame. Questo legame non permette loro però d’intuire il dramma che lo stesso Singer sta vivendo e che lo condurrà al suicidio. Romanzo sull’incomunicabilità e sulla solitudine – sotto il profilo formale, ogni capitolo è scritto dalla prospettiva di uno solo dei personaggi, con la figura di Singer a fare indirettamente da trait d’union – l’esordio di Carson McCullers mette in primo piano, ma di sguincio e quasi inevitabilmente, i problemi dell’epoca, dalle disuguaglianze economiche al razzismo, dal conformismo alle conseguenze della Depressione economica, a cominciare dall’apatia e dalla noia, con una maturità, una consapevolezza dei propri mezzi e una maestria tecnico-narrativa che nessuno si sarebbe aspettato da una ragazza appena ventitreenne.

Se si fa eccezione per quel piccolo gioiello che è il lungo racconto The Ballad of the Sad Café, del 1951, la scrittrice non riuscirà mai più a ottenere quel successo incondizionato di critica e pubblico che le aveva arriso con il romanzo d’esordio. Pure, il suo secondo romanzo, Reflections in a Golden Eye (1941), per esempio, desta ancora oggi interesse come cronaca impietosa della dissoluzione di un matrimonio, dove tutto ciò che conta è salvare le apparenze, nascondere la brutalità e il sadismo sotto vacue formule, ignorare l’arretratezza di una società – ancora una volta il Sud degli Stati Uniti – dove il razzismo dei bianchi ha ormai le caratteristiche di un morbo inarrestabile.

Ma Carson McCullers non è mai stata un’autrice politica nel senso stretto del termine; semmai, una grande osservatrice di quanto la circondava, una scrittrice che è riuscita a riunire nella propria, complessa personalità quella dei suoi vari personaggi, con un’empatia, o meglio con una capacità di sussumerli e di riviverne i sentimenti, che ha pochi termini di riferimento e confronto nella letteratura del ventesimo secolo.

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