Alessandro Boschi
Il nostro inviato al Lido

Miscellanea veneziana

Siamo a metà percorso della Mostra: il momento giusto per fare un po' il riassunto di quel che s'è visto fin qui. Dall'insulso “mother” di Darren Aronofsky al potente “The insult“, di Ziad Doueri

Avendo deciso di fare un resoconto dei film visti qui alla 74^ edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e non recensiti, mi ritrovo emancipato dal dover analizzare una delle bufale più bufale degli ultimi anni, ovvero mother di Darren Aronofsky (nella foto accanto), che ha come unico merito quello di aver creato una sorta di comunione di intenti e di pareri. Presentato stamattina in concorso, mother è quello che si dice un insulto alla intelligenza e alla disponibilità di qualsiasi spettatore. Che poi trovi degli estimatori è anche questo scontato, ma sono davvero curioso di sapere i motivi che li avrebbero eventualmente spinti a cotanto atteggiamento, come sarei curioso di sapere, oltre ai motivi di opportunità e di red carpet, che cosa ha convinto i selezionatori a infilare questa ciofeca in un programma articolato e interessante come quello di quest’anno. Punto, ci ho già perso troppo tempo.

Tra i film interessanti in concorso vi segnaliamo sicuramente The insult (in concorso), di Ziad Doueri (nella foto), interessante riflessione su quali sono le motivazioni che stanno alla base, e forse ancora più dentro, dei contrasti tra le popolazioni, tra le persone e non solo, come in questo caso, tra un libanese cristiano e un palestinese. Grande merito alla Lucky Red di averlo acquistato per la distribuzione in Italia. Human flow (in concorso) di Ai Weiwei è un prolisso patinato e istituzionale esempio che, dopo un interessante approccio geografico, mostra come non vadano trattati gli argomenti relativi all’immigrazione. Lean on Pete (in concorso) di Andrew Haigh, è un film che non puoi definire brutto, anzi, lo potresti addirittura definire epico. Ma non lo rivedresti nemmeno sotto tortura. La mélodie (fuori concorso) di Rachid Hami è un film per famiglie, francese ma non troppo, e comunque riuscito al di là della dichiarata retorica e prevedibilità. Il cratere (Settimana della Critica) di Silvia Luzi e Luca Bellino è una sorta di Indivisibili dimezzato, con un protagonista attore non professionista francamente respingente e soprattutto al centro di una storia che non coinvolge mai. Victoria & Abdul (fuori concorso) di Stephen Frears è un prodotto tutto sommato banale, che nonostante la presenza di un mostro sacro come Judi Dench non riceve dalla stessa le stimmate dell’eccellenza. Di Diva!, (fuori concorso) di Francesco Patierno, diciamo solo che il regista, per sua stessa ammissione, non sapeva chi fosse Valentina Cortese. The third murder (in concorso) di Kore-eda Hirokazu è invece un film potente, da vedere e analizzare in ogni singola inquadratura. Forse un po’ insistito in alcuni passaggi che alla fine diventano però organici e la cui ridondanza acquista una precisa funzione.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (in concorso) di Martin McDonagh è probabilmente il miglior film visto finora, insieme a First Reformed di Paul Schrader. Per motivi opposti, si intende. Se vincesse la pellicola del regista di In Bruges (recuperatelo se non lo avete visto) sarebbe una gran bella cosa, ma anche se ad aggiudicarsi il Leone d’oro fosse Schrader non sarebbe male. Incrociamo le zampe.

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