Alessandro Boschi
Il nostro inviato al Lido

Mezzo Clooney

“Suburbicon”, il film diretto da George Clooney presentato a Venezia, è stato molto applaudito ma a noi è piaciuto solo a metà: poco ritmo e, soprattutto, un finale troppo prevedibile

Suburbicon è il film diretto da George Clooney e scritto dai fratelli Cohen insieme a Grant Heslov e a Clooney stesso presentato questa mattina alla Mostra del cinema di Venezia. È un film divertente? Sì. È un film irresistibile? No. A questo punto, che problema ha? Un problema di ritmo. Ma non perché non ne abbia, bensì perché non riesce a calibrare con soddisfacente misura la mescola tra dialoghi e regia, nel senso che gli uni non sostengono l’altra, o forse viceversa, meglio non scontentare nessuno.

Suburbicon si svolge nel 1959. Inizia con una bellissima sequenza di uno spot promozionale per una cittadina modello, Suburbicon appunto. Che dovrebbe essere abitata solo da bianchi.  Quando però una famiglia di colore si  trasferisce da quelle parti cominciano i problemi, e sono davvero divertenti le interviste, probabilmente d’epoca, che scorrono sui televisori degli abitanti della non più ridente cittadina: cittadini, bianchi, che dicono la loro, dimostrando che non servono i social network  o essere arrivati nel terzo millennio per dire cose stupide.

Ma il vero filo narrativo del film sta nelle vicende della famiglia Gardner, composta da padre, madre, sorella gemella della madre e figlio non ancora adolescente. Più un ingombrante zio, che si rivelerà determinante ai fine dell’epilogo della storia. Che purtroppo è molto, troppo prevedibile. E voi capite che se una commedia nera irrobustita da una venatura di thriller e financo di noir diventa prevedibile, tutto assume un che di stanco e noioso. Però in sala hanno applaudito a lungo, per cui a chi vi riferisce non rimane che prendere atto della solita presuntuosa debacle consumata in mattinata e prendere coscienza che vedere, nel corso della propria esistenza, troppi film non fa bene alla salute, al divertimento cinematografico e soprattutto al giudizio. Insomma, questo giudizio, è terribilmente relativo, e non dovremmo mai dimenticarcene. Comunque, sul finale capirete, soffrendo un  po’ per la sua retorica, che le barriere tra noi e chi non è uguale a noi dovrebbero solo servire per giocare, e non per l’uso che ad esempio se ne fa nel film di Denzel Washington Fences, Barriere appunto. Insomma, le barriere possono anche unire (finale coerentemente retorico).

Cose e film che ci sono venuti in mente durante la proiezione: Barriere, di Denzel Washington, esplicitamente citato. Il buio oltre la siepe, di Robert MulliganLa guerra dei Roses, di Danny De Vito. Morte di un commesso viaggiatore, di László Benedek. Mazza da golf; tappo di bottiglia che non vuole saperne di uscire dalla stessa.

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