Laura Novelli
La rassegna che inizia sabato

Memorie di teatro

"Le vie dei festival", tradizionale appuntamento con il teatro d'autunno, quest'anno non ha avuto fondi dall'amministrazione romana. «Vorrei capire quali siano le politiche culturali della nostra città», dice la direttrice Natalia Di Iorio

Ricordo ancora con vivida energia alcuni straordinari spettacoli che, in oltre vent’anni di direzione artistica, Natalia Di Iorio ha portato a Roma all’interno della rassegna Le vie dei Festival. Li ricordo – e posso citare nomi come Alain Platel, Lars Norèn, Eimuntas Nekrošius – perché la memoria è, a teatro, il solo canale che permetta di costruire cultura, sapienza, strade di pensiero, varchi spalancati con passione sull’oggi. Alla vigilia dell’inaugurazione della XXIV edizione della vetrina, che aprirà dopodomani, sabato 23 settembre, al teatro Vascello con un lavoro di Enzo Moscato, alcuni di questi ricordi affiorano nitidi più che mai, ma si sposano all’urgenza di porre domande su quella progressiva riduzione di budget e risorse che negli ultimi tempi ha pesato gravemente su questa manifestazione romana (come su altre) e che quest’anno ha persino visto l’uscita del Comune dai suoi sostenitori abituali.

«Per la prima volta – mi spiega la stessa Di Iorio – il Comune di Roma non ci finanzia e non posso nascondere che la cosa mi provochi una profonda amarezza. Il festival si farà lo stesso e anzi ho cercato di mettere insieme un programma ricco di spettacoli di qualità ma è davvero difficile accettare il vuoto, il silenzio, delle istituzioni capitoline. Le vie dei Festival è nato per Roma, per il pubblico romano; è qui che ho realizzato un progetto in cui ho sempre creduto e nel quale continuo a credere. L’idea che il mio passato professionale, il segno culturale che ho cercato di tracciare negli anni non significhino più nulla mi addolora enormemente».

E al dolore si accompagna ovviamente un rigurgito di rabbia. «Sento la necessità di fare chiarezza. E non per una semplice questione personale. Credo di interpretare il pensiero di tanti operatori culturali e di tanti cittadini e contribuenti se sollevo delle questioni relativamente alla natura e alla scadenza dei bandi per l’Estate Romana e al milione e cinquecentomila euro stanziati. Mi chiedo che fine abbiano fatto tutti quei soldi, come siano stati spesi. Tante ombre anche sul Nerone per il quale, come ben sappiamo, sono stati investiti ben cinquecentomila euro». Forse però, a monte di questa richiesta c’è soprattutto la volontà di capire dove stia andando l’anima culturale della città, quali strategie siano state messe in campo per costruire una reale progettualità di cultura. «Vorrei capire – prosegue Natalia Di Iorio – quali siano le politiche culturali della nostra città. Mi sembra che manchi un’idea chiara. Io lavoro da quarant’anni e non mi arrendo facilmente. Sono d’accordo con l’incoraggiare i principianti e con il valorizzare le periferie, così come ribadito nei bandi capitolini, ma facciamo un progetto valido; non mortifichiamo la qualità. Non dimentichiamo chi come me ha una storia, un passato, chi ha portato acqua con le orecchie al Comune, chi ha cercato sempre di aggiungere valore all’offerta teatrale di Roma».

Intento che la ricca vetrina non tradisce nemmeno in questa nuova edizione, resa possibile dal finanziamento della Regione e del Mibact e dalla passione di tutti i collaboratori che vi lavorano. «Debbo ringraziare Regione e Ministero. E devo ringraziare tanto più lo staff del festival, la disponibilità degli spazi che ci ospitano (oltre al Vascello, il Teatro del Lido di Ostia, il Tordinona e il Cinema Greenwich, ndr) e naturalmente gli artisti coinvolti che mi hanno offerto un’adesione entusiastica. Alcuni sono nomi molto noti, compagni di precedenti avventure artistiche; altri rappresentano realtà più giovani che sto cercando di valorizzare e far conoscere e altri ancora sono impegnati in progetti pensati ad hoc per Le vie. Tutti però vengono regolarmente retribuiti, magari a cachet ridotti ma nessuno lavora gratis. Perché il lavoro è sacro e, tanto più oggi che nel mondo dello spettacolo c’è tanta disoccupazione, va riconosciuto con il dovuto rispetto».

Quali dunque le linee guida di questo cartellone? «Senza dubbio non ho scelto operazioni modaiole o di intrattenimento. Cerchiamo di riportare al centro della cultura spettacolare il teatro di parola, quello fatto bene, onesto. Quello che secondo me è il teatro vero. E che spero possa rimanere impresso nel pubblico. Ciò che mi auspico è che gli spettatori possano ricordarsi di quanto vedono a Le vie dei Festival anche a distanza di tempo. Questa è la mia grande scommessa. Questo è il teatro che cambia qualcosa e che aggiunge qualcosa alla testa, alle emozioni. Il pubblico non è scemo: sa riconoscere la qualità e il valore delle esperienze artistiche. Ne sono assolutamente convinta».

E per il suo pubblico romano Natalia Di Iorio ha messo insieme un corpus di proposte davvero di notevole pregio (www.leviedeifestival.com), a iniziare dallo spettacolo di apertura, Bordello di mare con città di Moscato (regia a firma di Carlo Cerciello, nella foto accanto al titolo), che ha già raccolto importanti consensi e che vede in scena, tra gli altri, Sefora Russo, Lino Musella, Ivana Maione, Imma Villa. La coralità e visionarietà di questo lavoro lascia presagire i successivi intarsi partenopei in scaletta: dalla rievocazione/tributo Totò che tragedia! Dei Virtuosi di San Martino all’emblematica presenza del progetto di teatro sociale Punta Corsara (degno erede di Arrevuoto) che arriva al Vascello con Il cielo in una stanza di Armando Pirozzi ed Emanuele Valenti (nella foto sopra); dalla voce di Marina Confalone impegnata in una lettura kafkiana a quelle di Tonino Taiuti e Lino Musella in un viaggio che tocca Basile, Moscato, Viviani e Iacobelli, fino allo spettacolo di Teatri Uniti che, raccontando una storia artistica ormai trentennale, chiuderà la rassegna il 22 ottobre. In mezzo troviamo la minuzia agrodolce e surreale della drammaturgia di Spiro Scimone, geniale autore siciliano che presenta a Ostia il suo Bar e il più recente Amore, entrambi in sinergia con Francesco Sframeli.

Mentre vero esperimento di Teatro di Parola è la ripresa di Elettra o la caduta delle maschere della Yourcenar, preludio ad altri interessanti format sospesi tra letteratura e teatro. Cito ad esempio il raffinato Sul cuor della terra. Poeti siciliani del Novecento di e con Luigi Lo Cascio, e la proposta di Sonia Bergamasco, artefice dell’assolo Ex chimico. Primo Levi e il suo secondo mestiere (entrambi al Vascello). Fari puntati poi su compagnie affermatesi in questi ultimi anni ma già capaci di una cifra del tutto personale, come i Maniaci d’amore (si intitola Il desiderio segreto dei fossili il loro ironico affondo nella paura del diverso), Nicola Russo (Io lavoro per la morte) e Gli Omini (La famiglia campione). Riflessione a sé meritano infine l’ampia sezione di teatro e carcere e il lavoro di Enrica Rosso Se tu avessi parlato Desdemona, che «ci parla di un problema attualissimo come il femminicidio – commenta ancora la direttrice artistica – partendo non solo da Shakespeare ma da un’ intenzione educativa, pedagogica: insegnare ai giovani che le donne non si toccano». E probabilmente, nell’educare i giovani, dovremmo anche trovare il modo di farli innamorare del teatro, di ricondurli laddove l’umanità si svela a se stessa; laddove un’esperienza «diventa memoria, ricchezza interiore, bellezza».

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