Nicola Bottiglieri
Un grande pittore da ritrovare

Le navi di Quinquela

Viaggio a La Boca di Buenos Aires, alla casa-museo di Quinquela Martín, l'artista che per tutta la vita dipinse navi; non come segnali di viaggio ma come marchio a fuoco di schiavitù e fatica

Quando vado a Buenos Aires, appena posso faccio un salto a La Boca, il quartiere che sorge in una piccola ansa del Rio de la Plata (che in quel punto si chiama Riachuelo) dove i genovesi piantarono le prime case di legno. Non vado per vedere il mitico stadio del Boca juniors, detto La bombonera, né per camminare sul sentiero che diede il nome al celeberrimo tango El caminito, né per vedere il balcone che si affaccia sul porto dove fu girata una scena memorabile del film del 1964 Il gaucho del regista Dino Risi,1964 – con Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari, Silvana Pampanini, Nino Manfredi – e nemmeno per vedere le mille statuine che rappresentano Maradona, Papa Francisco, Evita Peron, Che Guevara con la sigaretta che dice prohibido fumar, Messi, e perfino quel “cuore ingrato” di Higuaín; niente di tutto questo, vado per vedere il “Museo Quinquela Martín” che, prima di essere trasformata in un museo, fu casa del pittore.

La storia di quest’uomo è leggenda. Figlio di N.N. fu abbandonato nel 1890 dalla madre nella Casa de Niños Expósitos, avvolto in un fazzoletto bianco tagliato a metà, sul quale era stata ricamata una rosa (Il fazzoletto tagliato a metà è anche il simbolo delle madri dei desaparecidos). A sette anni fu adottato da Manuele Chinchella,( spagnolizzato in Quinquela), un emigrante proveniente da Nervi (Genova) scaricatore di porto, capace di portare due sacchi di carbone di 60 chili ognuno. Manuele si sposò con Justina, una india del nord del paese, analfabeta. Non potendo avere figli, decisero di adottare una bambino, perché potesse aiutarli nella carbonaia. Così Martin conobbe i soggetti della sua pittura: il fiume con la banchina, le navi, il carbone, gli incendi e gli allagamenti del quartiere. I primi disegni furono fatti con la carbonella, usando il marciapiede come carta, il porto come soggetto. La fortuna volle che a 17 anni incontrasse Alfredo Lazzari (Lucca 1871) maestro di tutta una generazione di pittori, che gli insegnò davvero il mestiere.

A questo punto la strada di Martin era segnata, ma non la sua vita, perché continuò a fare lavori umilissimi: pulire i vetri, sciacquare le zucchette del mate, spazzare per terra. Nel 1916 ebbe il secondo colpo di fortuna. Il critico Ernesto Marchese pubblicò sulla rivista Fray Mocho un articolo intitolato “Il carbonaio” che lo lanciò a livello nazionale. E a questo punto cominciò ad esporre prima nelle gallerie d’arte dell’Argentina poi in quelle dell’Europa.Fu a Rio de Janeiro, a Parigi, a Londra, a Napoli, Milano e Roma (nel 1929 espose alla galleria Nazionale). Mussolini comprò un suo quadro e fu ricevuto in udienza privata dal papa Pio XI. Il successo fu tale che vendette le sue tele perfino in Nueva Zelanda.

Era uscito dalla miseria ed era entrato nel mondo della fama, ma il suo cuore restò ancorato al quartiere dove da ragazzo faceva parte della banda della Boca, discendente di italiani, che faceva a sassate con la banda della Barraca quella degli spagnoli. La Boca, insomma, fu come la rosa ricamata sul fazzoletto lasciato dalla madre alla Casa de niños, il segno della sua identità profonda.

Quando ebbe un ictus a 84 anni si decise a prendere moglie. Morì il 28 gennaio del 1977 (quindi ricorrono 40 anni) e fu sepolto in una bara che egli da tempo aveva comprato. La teneva a piano terra e una volta che il quartiere si allagò fu vista galleggiare come una piccola barca. Prima di morire aveva dipinto nella parte interna della bara la bandiera argentina e nella parte esterna una scena di lavoro del porto. Senza figli, lasciò la sua casa al quartiere che appunto l’ha trasformata in Museo.

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La mia visita comincia sempre dalla terrazza, dove si può ammirare la rada del porto fluviale, dove si era consumata la vita del padre. Dall’alto, il panorama che hai davanti è come una finestra aperta all’improvviso, perciò viene voglia di respirare a pieni polmoni tutto quel mondo che hai davanti e con l’aria pulita ingoiare la luce e la frescura del fiume, che già comincia a odorare di mare. E l’odore del mare ci porta al tema delle navi.

Tutta la pittura di Quinquela ritrae l’universo del porto. In particolare, gli uomini e le navi. Cos’è una nave, si è chiesto tutta la vita. Di cosa è fatta questa figlia dell’acqua, del legno e del vento? Cosa porta nel ventre? Cosa vuole dagli uomini? Perché la nave, sembra dire il pittore, non è un semplice mezzo di trasporto ma il mostro che ti segna sulle spalle con il marchio della sua ferocia. Come ha segnato gli schiavi condotti in catene dall’Africa all’America (che spesso avevano il nome della nave che li aveva trasportati), come ha segnato l’anima agli emigranti che arrivavano alla Boca (tanto da ricordare tutta la vita il nome della nave con la quale erano arrivati in America), come ha rubato la vita agli scaricatori di porto. La nave è la madre che uccide i suoi figli attraverso il lavoro bestiale, è la sirena che prima ti seduce con la speranza di una vita migliore e poi ti fa rimpiangere il mondo che hai lasciato, è la donna che cambia l’identità agli emigranti, ingoiando nel suo ventre quella vecchia e sputando sulla banchina del porto quella nuova. Molti dipinti rappresentano navi con squarci nelle fiancate a forma di denti, altre hanno ferite aguzze derivate da esplosioni o dall’usura, altre sembrano oggetti misteriosi risaliti dal fondo del mare.

Le navi di Quinquella sono sempre dipinte nel porto, mai in mare aperto a vele spiegate, sempre legate con corde robuste alla rada. Nel quadro A pleno sol (nella foto) ma anche Veleros reunidos le navi con i loro profili superbi e scalpitanti sembrano puledri focosi, gli uomini piccoli domatori inCapaci di fermare tanta frenesia, la rada del fiume il corral degli animali, e gli uomini che la circondano i suoi domatori impotenti. Vedendo questi quadri, mi viene da pensare che a La Boca non si può cantare “Partono i bastimenti”, perché qui i bastimenti arrivavano da lontano e la melodia che racconta il triste arrivo è quella del tango, con la musica stridente del bandoneon che riempie di sale la nostalgia e l’amore.

Le navi sono fatte di legno ed il legno è il materiale nobile della pittura di Quinquella. Ma non è il legno canterino di Neruda, quello che vuole giocare con le forme più diverse, la pipa, la sedia, il tavolo, che egli canta nelle Odas elementales, ecc. Il legno di Quinquela è quello trafitto dai chiodi, indurito dal mare, il legno che diventa carbone, il legno che diventa fuoco, insomma il legno come simbolo della vita che si trasforma.

Vi è poi il disegno di un’àncora, nodi e catene cercano di issarla a bordo, ma essa sprigiona tutta la forza del suo peso, vuole tirare tutti giù nel mare profondo, da dove é venuta. Guardando quest’àncora, mi è ritornata in mente la tragedia dei “desaparecidos africani “ nel nostro mare Mediterraneo.

Fra tutti vi è un quadro che mi ha impressionato davvero: Crepuscolo nel cantiere navale 1922. La prua di una immensa nave vista dal basso si profila contro il cielo rosso legata alla terra con catene. Sembra una Torre di Babele, un dirigibile pronto a salpare fra le nuvole, il mostro che gli uomini stanno costruendo o smantellando, il monumento ad una divinità misteriosa.

Viene da chiedersi se la pittura di Quinquela interpreti solo un quartiere oppure tutta la città di Buenos Aires. La risposta è a favore della seconda, perché gli abitanti di Buenos Aires si definiscono porteños, quelli del porto, con una identità molto diversa dalle altre città dell’Argentina. “Veniamo dalle navi” dicono tutti, perciò Buenos Aires sembra una nave proveniente dall’Italia o dalla Spagna ancorata nel Rio de la Plata, tenuta a terra da milioni di gauchos che con corde robuste cercano di non farla scappare verso l’Europa.

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