Alberto Crespi
Zattere agli Incurabili

La vita non è cinema

Pellicola o digitale? Finzione o registrazione della realtà? Ritmo o tempi morti? Insomma, a che serve il cinema, se non trasforma le cose? Prendete il caso del nuovo film di Abdellatif Kechiche...

Dopo aver visto il film di Abdellatif Kechiche Mektoub My Love – Canto Uno, siamo giunti a una conclusione: urge il ritorno alla pellicola. Bisogna sottrarre il digitale ai registi cinematografici. Solo l’analogico ci salverà. Come dite? Non accadrà mai? Ovvio. Ma, come nel ’68, occorre essere realisti e chiedere l’impossibile.

Premessa: il film è bello. Racconta l’estate di un ragazzo nella località francese di Sete, un luogo affascinante non molto diverso dalla laguna veneziana, una riviera mediterranea dove il mare si incontra con dei laghi interni che creano meandri, chilometri di spiaggia, allevamenti di cozze a perdita d’occhio. Kechiche è cresciuto a Nizza (dove si trasferì con la famiglia, dalla nativa Tunisia, all’età di 6 anni) ma evidentemente ama quel litorale non lontano dalla Spagna e così diverso dalla Costa Azzurra: vi ha ambientato anche Cous Cous, il suo capolavoro. Il protagonista Amin studia a Parigi e sogna di fare il regista, forse il personaggio è vagamente autobiografico anche se Kechiche ha cominciato come attore nei teatri di Nizza e dintorni. Amin, pur bello e sensibile, è uno di quei ragazzi ai quali le ragazze confidano le proprie pene amorose (con altri) senza capire che li fanno soffrire. Il film si apre con una scena di sesso molto torrida (che non riguarda Amin, ovviamente: lui, povero, è quello che guarda) ed è cosparso a piene mani di desiderio, di corpi esposti al sole, di bagni in mare, di contatti fisici che però rinviano sempre a qualcos’altro.

Quindi: un bel film. Che dura 180 minuti. Tre ore. E che si annuncia come Canto uno, perché è noto che Kechiche è partito per girare un solo film e poi si è ritrovato con una mole di materiale talmente imponente da decidere di farne due – o forse tre, quattro, cento: in fondo la Commedia di Dante ha appunto cento canti, e quale remora dovrebbe provare un regista che apre il film con due citazioni “gemelle” (entrambi su Dio che è la luce che illumina il mondo) dal Vangelo di Giovanni e dal Corano?

E qui ci viene in soccorso Marco Ferreri. Nel documentario La lucida follia di Anselma Dell’Olio, di cui vi abbiamo già parlato, c’è un delizioso filmato d’archivio in cui Ferreri pone a un altro Marco famoso, Bellocchio, una domanda fondamentale: «Ma tu lo sai quanto costa la pellicola?». Bellocchio traccheggia, e poi confessa: no, non lo sa. Ferreri, che era un genio nel trattare con i produttori e spolparli per benino, lo sa benissimo. Il problema del cinema contemporaneo è che la pellicola non c’è più. Si gira in digitale, con videocamere piccole, e il girato sta su file digitali che poi vanno scaricati. Sapete, no?, come funziona: molti registi non danno più nemmeno il ciak. Fanno ripetere le scene senza staccare, riprendono anche gli intervalli, dànno istruzioni agli attori durante le riprese perché tanto non costa nulla e, come suol dirsi, “non si sa mai”. Il bravissimo montatore Cristiano Travaglioli, fedele collaboratore di Munzi e di Sorrentino, ci ha raccontato che diversi brani della Grande bellezza montati nel film finito venivano proprio dagli “scarti”, o dai raccordi, insomma da materiali che con la pellicola non sarebbero stati girati. E sapete quante ore di girato aveva, Travaglioli, per montare La grande bellezza? 80 ore. Per un film di due ore. Con i costi della pellicola, solo 10-15 anni fa, tutto ciò sarebbe stato impensabile.

Questa nuova tecnica offre naturalmente ai registi grandi opportunità, ma sta cambiando radicalmente sia lo stile di ripresa sia quello di montaggio. È sempre più frequente vedere film in cui la macchina da presa sta addosso ai personaggi, oblitera lo spazio intorno a loro, crea film claustrofobici. I “maestri”, in questo senso, sono stati i fratelli Dardenne. Ma soprattutto è sempre più facile, per un regista, girare girare girare e non tagliare mai. Hitchcock diceva che il cinema è la vita senza i tempi morti. Oggi stiamo entrando nell’epoca del cinema fatto SOLO con i tempi morti. Non è il caso di Kechiche: nel suo film accadono molte cose. Però non c’è ragione al mondo per montare in un film un dialogo tra due personaggi che dura 7-8 minuti in cui i due attori ripetono 20-30 volte le stesse battute, con variazioni minime, come (a volte) succede nella vita. È vita, appunto. Siamo sicuri che sia cinema?

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