Lidia Lombardi
Itinerari per un giorno di festa

La Rosa di Viterbo

Settimana clou per le celebrazioni della “fanciulla dei prodigi”, la Beata senza aureola che salvò la “città dei Papi” dall’assedio di Federico II. Oltre alla spettacolare Macchina che si rinnova ogni cinque anni, anche una mostra che dà accesso al Monastero

Sul sagrato all’ombra della cupola più grande di Viterbo – nella città detta “dei Papi” vuol gareggiare con quella di San Pietro in Vaticano – la Macchina resterà fino al 13 settembre, ricordando a cittadini e visitatori il Trasporto dell’anno 2017, andato a buon fine la sera di domenica scorsa nonostante la minaccia di pioggia. Testimonia la settimana più importante dell’anno, a Viterbo, sostenuta per tutto il mese da viste guidate a cura di Tesori d’Etruria (0761-220851): quella dedicata a Santa Rosa, la Beata senza aureola invocata però da sette secoli da tutto il popolo. Si chiama “Gloria”, la Macchina, che si rinnova ogni cinque anni, è alta trenta metri ed è portata a spalla per il centro storico da cento Facchini. Una “torre” rifulgente di luci appena cala la notte, con in cima la statua di Rosa, la fanciulla dei prodigi.

La cupola è quella della chiesa a lei dedicata (nella foto di Francesca Salvemini). Accanto, vi si appoggia il monastero dallo stesso nome, un isolato più in là la casa della giovinetta nata nel 1230 e morta appena diciottenne. I festeggiamenti – che durano dall’ultima decade di agosto e si concluderanno nel Santuario la sera del 13 settembre con un concerto – quest’anno posseggono un’attrattiva in più: per la prima volta apre al pubblico il monastero, che fu delle Clarisse e che ora è custodito delle suore Alcantarine. Il motivo è una mostra, Il Tesoro di Santa Rosa (fino al 6 gennaio 2018) e il restauro delle lunette del Refettorio, che molto dicono sulla Beata e su questo luogo appartato e denso di simboli. Rilanciati dai mazzi di rose che i fedeli – ma anche i visitatori dai paesi più lontani, per esempio i cinesi, «commossi al passaggio della Macchina» dice fiero il sindaco Leonardo Michelini – comprano e depongono davanti all’urna che conserva il corpo mummificato di Rosa. Tutta intagli di legno dorato, lavoro rococò di fine Seicento sostituitosi ad un’altra sacrificata da un incendio (ma i resti della Beata rimasero sono rimasti miracolosamente intatti!) è visibile attraverso una grata dalla navata destra del Santuario. Ma diventa parte integrante dell’esposizione, anzi la prima tappa, una volta varcata la soglia del monastero.

Allora, senza il frapponimento della grata, si può sostare davanti all’urna, vegliata da due giovani facchini in pantaloni e casacca bianchi, stretti in vita da una fascia rossa. Minuto e scuro di carnagione il volto di colei che, cinta in testa da una corona di rose, appare invece di candido incarnato e mesta espressione nella figura affrescata nel Refettorio (foto sotto). La scena è quella della “Madonna in Gloria”, nella parete corta opposta all’ingresso. Il restauro – presieduto dalla Sovrintendenza per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale diretta da Alfonsina Russo e realizzato in collaborazione con in Comune, Carivit e Congregazione religiosa – ha reso leggibili, nei due mesi di cantiere, personaggi e contesti: la Madonna con il Bambino tra le braccia su un “pavimento” di nuvole ha ai suoi piedi, in estasi, Santa Caterina, la Maddalena e Rosa, che fronteggiano dall’altra parte i santi Giovanni e Lorenzo e il Cardinal Gambara, il cui stemma campeggia al centro del soffitto a botte.

Ma intriga la cornice della scena, di miglior fattura: un’architettura con nicchie e finestre dietro tende sollevate da angeli: andito a un hortus conclusus, estensione all’aria aperta del monastero, segnala la restauratrice Luisa Caporossi. Sulla parete opposta è icastica l’Ultima Cena restituita dall’intervento riparatore. Una sorta di prolungamento del Refettorio con la tavola apparecchiata come nel Seicento, allorché fu dipinta probabilmente dalla bottega del Cavalier d’Arpino. In primo piano Giuda, isolato dagli Undici e da Cristo al quale volge le spalle, dirigendo invece il volto all’osservatore, in una posa sguaiata, con la gamba scoperta, la sacca dei denari in una mano, il segno 3 di quelle trenta scellerate monete nell’altra. Insomma, un diavolo, una sorta di memento per le monache.

E se il Refettorio si apre sul chiostro, dove torna a incombere l’onnipresente grande cupola, la sala Capitolare è invece senza varchi. Ma la luce viene dalle teche che espongono documenti preziosi come le tredici Lettere Patenti: con esse altrettante città del territorio chiedono per la seconda volta – è la metà del Quattrocento – l’avvio del processo di canonizzazione di Rosa. Altri documenti sono i diari delle badesse, alcune con le spese sostenute per la decorazione del monastero. I nomi in calce trovano riscontro nelle ceramiche facenti parte della loro dote: su piatti e brocche sono dipinti in azzurro i loro nomi. Infine, un assaggio degli ex voto, peraltro digitalizzati dal Centro Studi Santa Rosa, di recente instituito: ecco un ostensorio del Settecento, ecco una raffinata caravella seicentesca in argento cesellato su una iridescente conchiglia; ecco, a dire della penetrazione internazionale del culto della Beata, una lampada commissionata da vescovo di Cusco, antica capitale del regno Inca. Ancora, una piccola tavola dipinta del 1803 nella quale Rosa svolazza sull’albero maestro di un veliero. Racconta di un miracolo: tredici marinai in navigazione da Napoli a Gaeta furono colti da tempesta. Uno di loro sistemò in cima alla barca l’immagine di Rosa e la burrasca si placò.

Altri prodigi sono nelle piccole pitture seicentesche che riprodono il ciclo posto nella vecchia chiesa e distrutto dall’incendio. Le originarie erano opera di Benozzo Gozzoli, le attuali del Sabatini. Così come un bozzetto del Benefial illustra “La prova del fuoco”.

Ma chi era Rosa e quali i suoi miracoli? Una santa giovane, povera, rivoluzionaria. Una santa civica che fermò – questo per Viterbo il prodigio fondamentale – l’assedio di Federico II alla città dei Papi. In giro nelle viuzze col crocifisso in mano, sosteneva i deboli. Avrebbe voluto entrare in monastero ma non possedeva adeguata dote, trasformandosi solo in terziaria francescana. Ci entrò dopo la morte – arrivata presto per quel suo fisico minuto e minato da un particolare malattia che non le aveva fatto sviluppare appieno lo sterno – per volere di papa Alessandro IV, che la sognò tre volte. I ghibellini l’avevano esiliata insieme con la famiglia ed essa vagò tra innevati borghi. Un Rotolo del XIII secolo spiega in caratteri gotico-cancellereschi gli ultimi mesi della sua esistenza, che resta dunque lacunosa. Il frammento va dal 22 giugno 1250, quando la malattia si aggrava, al 4 dicembre, allorché muore a Vitorchiano, dopo aver avuto la visione di Gesù e della Vergine e aver predetto l’imminente fine dell’imperatore Federico II, che avviene tredici giorni dopo. Viterbo entra in simbiosi con la giovane aureolata di rose e la celebra il 3 settembre – allorché il suo corpo fu traslato in monastero – col trasporto della Macchina, la «più imponente e spettacolare d’Italia» come la definì Alfredo Cattabiani.

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