Danilo Maestosi
Il razzismo (non solo) del linguaggio

Contro la parola degrado

Degrado: ecco un termine ipocrita da mettere al bando: battezziamo in questo modo quella che dovremo riconoscere come povertà, così scacciamo il pensiero. Come è successo oggi tra le colonne del Bernini a San Pietro

Degrado. Ecco una parola – irritante e dannosa – che vorrei far finire in archivio. Cancellarla no. Nello stupidario nazionale un suo posto d’onore se l’è conquistato. Penso piuttosto a una sospensione a termine, come si fa a pallanuoto con i giocatori scorretti, spediti fuori vasca per una punizione a tempo. Accantonata in attesa di tempi migliori, almeno dalle pagine dei giornali e dai talk show in tv.

Ce l’ho col degrado perché è diventata una definizione pervasiva e ingannevole, una maschera collettiva dietro cui nascondere altro. Soprattutto la cattiva coscienza. E per raccontare, insinuare altro. L’ultimo caso è recente. Il caso della barbona stuprata a villa Borghese. Certo, la violenza sulle donne: ennesimo allarme di una società gravemente ammalata. Ma a far notizia due aggravanti. Lo stupro a due passi dal centro, dove di giorno vanno a giocare i bambini, dove ha casa e lavoro la «gente per bene», titolare privilegiata dello sdegno da degrado. E poi la presenza di quei senzatetto. Brutti, sporchi e cattivi che la violenza se la portano appresso, la attirano su di sé (peggio per loro) e sugli altri (mal per noi) come il sangue attira le mosche.

Che spettacolo indecoroso! Che degrado! Il giorno dopo, sulle condizioni e sul dramma della donna stuprata appena poche righe: una drop out non merita di più. A dominare è la proposta: sgombriamo lo scempio di quell’accampamento. E, visto che ci siamo, ecco una mappa di altri dormitori abusivi all’aperto: qualcuno rimuova anche quelli. Dove, in che modo? Il passepartout del degrado non tollera l’imbarazzo di domande che restano senza risposta, la polvere mettiamola sotto al tappeto, occhio non vede cuore non duole.

Col degrado ho un fatto personale. Un’esperienza di condominio. Abito dove la tangenziale costeggia le Mura Aureliane. In un palazzo tagliato da una fila di balconi che d’estate fanno ombra e d’inverno da parapioggia. Anni fa, un barbone ci stabilì il suo giaciglio. Un omone con la testa confusa, grugniti in chissà quale lingua che rispondeva con un sorriso a chi lo salutava. Un degrado insopportabile per gli altri inquilini. Proteste che, non trovando risposta ufficiale, sfociarono in una soluzione fai da te. Misero sulla cornice dell’ultima balconata un impianto d’irrigazione calcolato per annaffiare quel gigante molesto. Fino a costringerlo a sloggiare. La parrocchia vicina – mi dissero – aveva approvato lo stratagemma. Il degrado come assoluzione. Al degrado di un peccato da inferno quei bravi cattolici non hanno pensato. Gli ultimi restino ultimi.

È successo qualcosa di simile anche a Milano. Nell’atrio coperto della Borsa un gruppo di volontari distribuiva la sera pasti caldi a poveri e senza tetto. Qualcuno dopo ci si fermava anche a dormire. Per allontanarli hanno imbottito l’atrio di cordoli di cemento a forma di piramide. Monumenti d’ipocrisia. Dissuasori come quelli che ora sono spuntati nelle arterie e nelle piazze di maggior richiamo turistico per scoraggiare gli attentati kamikaze con i camion. Oppure, puntuale, nuova crociata contro il degrado, oggi, in Piazza San Pietro da dove il Vaticano ha allontanato i senzatetto che vivevano nel colonnato. Troppo degrado!, si sono giustificati. Ma cristianamente hanno aggiunto che comunque ai clochard sarà consentito dormire nel colonnato. Insomma: basta che siano lontani dagli occhi dei turisti.

Guai a obiettare che il degrado non è una causa ma solo un effetto. Battezziamo con degrado quella che dovremo riconoscere come povertà, così scacciamo il pensiero. Chiamiamo degrado i disagi e i danni che dovremo imputare alla scarsa manutenzione: un muro antico non crolla perché è degradato ma perché nessuno rimuove le erbacce e le radici che ci si incistano. O all’assenza di previdenza: il flusso di immigrati ha raggiunto ormai la terza generazione, ma nessuno si è preoccupato di trovare a quelli che arrivano, che siano regolari o no, un alloggio decoroso e accessibile. Più facile lamentarsi a singhiozzo dello scandalo di chi dorme su un cartone all’aperto dove può, dove trova.

Per anni le rovine del Colle Oppio sono state invase da rifugiati curdi, che avevano ottenuto asilo ma aspettavano invano un posto dove dormire. Ecco: fan più sdegno cartacce e rifiuti che questi palesi torti di mala burocrazia. Oggi altri sbandati hanno preso il posto dei curdi. Il degrado è un moto perpetuo da farisei disattenti. Un tempo sottratto alle ragioni e alle ferite del tempo. Ai precetti della solidarietà e agli insegnamenti della memoria. Nelle periferie degradate dove il disagio è storia di speculazione, miopia politica, dove si incendiano campi nomadi e si fanno barricate per l’arrivo di un piccolo gruppo di bambini e mamme venuti dall’Africa, quasi nessuno tra la folla in rivolta si porta addosso il ricordo dei borghetti risanati dove lui e senza dubbio suo padre ha vissuto.

Non sarebbe più giusto, sensato,umano accantonare il ricorso al degrado, restituirgli la definizione che cerca di camuffare:la miseria, l’abbandono? Non esitare a chiamare razzisti quei sindaci che vietano in nome del decoro ai manovali di pelle nera di trovarsi la sera sulla panchina di un giardinetto? Chissà che richiamando il degrado in panchina non si riesca a vivere e sopportarci un po’ meglio.
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