Mario Di Calo
Al festival “Attraversamenti Multipli”

Discesa fra i Demoni

Alessandra Crocco e Alessandro Miele hanno ridotto in frammenti il grande romanzo di Dostoevskij per ricostruirlo, pezzo a pezzo, a teatro. In sfide sceniche emotivamente potenti fra un attore e uno spettatore

Progetto Demoni nasce nel 2012 grazie all’incontro fra Alessandra Crocco e Alessandro Miele intorno allo studio dell’omonimo romanzo di Fëdor Dostoevskij. I due attori si erano già conosciuti a Benevento a un seminario con Marco Martinelli al Festival Città Spettacolo all’epoca diretto da Ruggero Cappuccio. L’incrocio artistico diventa fruttuoso nel momento in cui viene individuato un filo conduttore, una linea guida che porterà i due percorsi individuali verso un’unica – e a lungo termine – progettualità che prevede un approfondimento a-temporale intorno ad alcuni personaggi chiave della racconto dostoevskijano, fra piegamenti nascosti de I Demoni. La prima tappa di questo studio avviene sempre grazie alla complicità e alla disponibilità di Cappuccio all’interno del Festival “Segreti d’autore” (ora diretto da Nadia Baldi) che si tiene a Serramezzana nel Cilento nel 2013 e infine a Lecce dove il gruppo risiede e lavora alla ricerca sempre di spazi non convenzionali ove proporre il risultato della loro ricerca/verifica.

Quello che abbiamo visto ad Attraversamenti Multipli 2017 – rassegna curata e diretta con grande sensibilità da Alessandra Ferraro e Pako Graziani – sono il I e III frammento degli otto previsti (obiettivo che la Compagnia si è dato). In verità al Fringe Festival di Napoli 2015 c’era stato un frammento a latere che i due attori hanno usato come digressione creativa al loro punto d’arrivo dal titolo: Fine di un Romanzo. Le due particelle viste nel quartiere Quadraro di Roma alle spalle del famoso Boomerang, sono state allestiti negli spazi espositivi abitualmente usati da Garage Zero in via Treviri – un collettivo di artisti che spazia fra la fotografia e la street art – e in cui lo spettatore, uno ogni dieci minuti per una lunga tenuta, tale è la durata della performance, si immerge attraverso una intro che fa avere la percezione di ciò a cui si andrà a assistere.

Un ambiente semibuio, illuminato solo da candele, e occhi sorridenti accolgono nell’oscurità. Marija aspetta da anni e anni, finalmente è giunto colui che attendeva. Lo spettatore perde la sua identità, per ritrovarne un’altra, in quel tragitto fatto in discesa. Marija, la protagonista del I frammento cerca o ha perso qualcuno, e quel qualcuno può essere rappresentato dallo spettatore? Non sono queste le domande da porsi partecipando o ancora vivendo quei pochi minuti di fronte a una testimonianza così accorata. Occhi come spilli puntati nei propri occhi, poche distillate parole, soppesate da sorrisi, infingimenti, emozioni a fior di pelle che in quella singola – fissa – particella fanno piantare la mente dell’astante in mille slanci viscerali, inserendo lo spettatore in un tessuto nuovo, quasi interagente, di percezioni. E alla risalita agli inferi qualcosa sarà cambiato in chi avrà avuto la sensibilità di parteciparvi. Sei nel mezzo del romanzo, sei il romanzo, letto e riletto.

Il III frammento invece affronta il protagonista del romanzo, Stavrogin, e un episodio che lo ha particolarmente cambiato: la violenza su una minorenne la cui immagine rimarrà fissa per sempre nella mente del giovane uomo. Un cancello che stride all’ingresso fa da diaframma a questo ulteriore momento intimo fra personaggio e spettatore, accompagnati anche stavolta ma una musica precede il nostro ingresso. Terra, fango, materia contenuta in uno smisurato telo di plastica asfittico e un uomo che danza. Qui l’incontro è meno coinvolgente, ma tenta un approccio trasversale col pubblico, stavolta dieci per volta, la musica che proviene oltre le pareti trasparenti, eppure ovattate, una danza convulsa sulle note di The passenger, si interrompe e riprende, sincopata, come fosse un rito antico che rimanda a riti bacchici, un giovane uomo che espia una colpa attraverso un rituale sacro e profano al tempo stesso.

Alessandra Crocco e Alessandro Miele sono interscambiabili nei percorsi interpretativi, e trasfondono passioni raramente percepite. Viene da chiedersi dopo aver assistito al lavoro di Progetto Demoni una funzionalità contemporanea del teatro, e laddove si volesse dare una valutazione obiettiva, direi che il loro lavoro, nel panorama delle nuove generazioni italiane, si inserisce a pieno titolo fra i progetti più interessanti. Ovunque siano, ovunque raccontino le loro impercettibili immense storie, questi artisti rari non perdeteveli assolutamente, non ve ne pentirete.

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