Anna Camaiti Hostert
Cartolina dall'America

Bannon, il bullo

Ritratto di Steven Bannon, consigliere numero uno di Donald Trump. L'uomo che vuole ridare l'«America agli americani» nascondendosi il fatto che gli States sono e sono stati fatti da «non americani»

Nome: Steven Kevin Bannon; classe: 1953; stato civile: divorziato tre volte; titoli di studio: Bachelor of Arts all’università di Virginia Tech, Master of Arts all’università di Georgetown e un Master in Business Administration all’università di Harvard; professioni: ufficiale di marina, investment banker alla Goldman Sachs, executive producer nell’industria hollywoodiana dei film e dei media, executive chair della rivista ultraconservatrice Breitbart, chief executive officer durante la campagna elettorale di Donald Trump del 2016; dal gennaio 2017 House Chief Strategist alla Casa Bianca (posizione creata dal presidente apposta per lui); dall’agosto 2018 è ritornato a dirigere la rivista Breitbart.

Questo signore dalla vita movimentata e certamente non monotona, che dal suo giornale accusa spesso i media di riferire fake news, contraddicendo se stesso, ha stranamente rilasciato un’intervista, domenica 10 settembre, al programma di notizie dell’estabishment più importante d’America: 60 Minutes. Suo intervistatore: il mitico Charlie Rose. Al giornalista che gli chiedeva come vuole essere percepito dai media come figura pubblica, Bannon ha risposto: «L’immagine che i media danno di me? È perfettamente accurata: sono uno street fighter». «Alla faccia della sincerità» ha commentato Callum Borchers sullo Washington Post, dando a Bannon il merito di non barare e di essere sincero. E così e apparso per la durata della trasmissione che è andata in onda per mezz’ora, anche se su Internet si poteva trovare quella integrale lunga più di un’ora. Bannon, come Trump – ormai è noto – non è un conservatore tradizionale: è soprattutto un anti establishment. Durante l’intervista ha perfino, lui cattolicissimo, attaccato il cardinale Dolan di New York che si è scagliato contro l’abolizione del DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) cioè quel provvedimento che Trump vuole abolire e che impedisce di deportare i figli degli immigrati illegali nei paesi di provenienza. Questi giovani, venuti nel paese da bambini, non conoscono la loro terra di origine, non ne parlano la lingua e non ne conoscono la cultura. Perché sono ormai americani. Bannon ha accusato Dolan e la chiesa cattolica in generale, di difendere questo provvedimento solo perché gli immigrati illegali riempiono le chiese che si stanno svuotano. «Hanno un interesse economico nell’immigrazione illegale illimitata… ma questo problema riguarda la sovranità di una nazione. E sotto questo profilo sono semplicemente un’altra voce con un’opinione tra le altre». Il tono di questa risposta conferma l’immagine che Bannon vuole dare di stesso: un “lottatore di strada” che i media hanno descritto in modo accurato e che egli stesso vuole continuare a coltivare anche a dispetto di offendere la chiesa cattolica.

Ma senza entrare nel merito delle questioni e delle opinioni di Bannon, sulle quali non c’è molto da condividere, almeno per quanto mi riguarda, ci sono alcuni fatti che mi hanno colpito e che non mi sembra siano secondari nel panorama politico odierno. In un’epoca in cui in politica l’apparire e il dire hanno sostituito l’essere e soprattutto il fare, specie in America, Bannon si è presentato all’intervista, incurante dell’apparenza, con gli occhi rossi di chi dorme poco e il volto non sbarbato di chi non bada molto all’aspetto fisico. Di più, al di là delle esigenze a cui spesso la political correctness costringe, rendendo i suoi portatori giusti, ma inefficaci per quel loro essere percepiti come ragionevolmente ipocriti, Bannon è apparso come una persona che parla di cose in cui personalmente crede senza paracadute. Autentico. Senza un’agenda personale se non quella di esprimere le proprie sentite opinioni. Ed è riuscito a comunicare tutto ciò in modo articolato e appassionato. Ha risposto, sì, alle domande di Rose, ma è andato per la tangente parlando in generale di quello in cui crede e lasciando anche cadere qualche scheggia dove non dovrebbe, senza curare la perfezione di ogni parola e di ogni discorso. Risultando così vero, credibile e dimostrando una sorta di integrità da cui forse molti politici dovrebbero imparare.

In pratica, a Bannon è riuscito quello di cui invece Giuliano Ferrara non è stato capace: dare un’immagine di sé che risponde alla descrizione di un intellettuale conservatore che crede davvero in quello che dice. Di cui non è stato capace Beppe Grillo con il suo movimento “economico populista nazionalista” (come Bannon definisce il suo), il quale ha mandato avanti giovani imberbi che, come si direbbe in Maremma, «non sanno né morto piange, né vivo consola’». E di cui non è stata capace la sinistra, ormai sfilacciata in tanti rivoli, che con i suoi intellettuali organici al segretario di turno si sono dissolti diventando solo materiale organico con cui concimare le piante.

Ci sono molti punti del contenuto della strategia politica di Bannon su cui non sono d’accordo, ma ce n’è uno in particolare che mi vede totalmente dissenziente. E riguarda cosa si debba intendere per America. A partire dall’idea che quello slogan Make America Great Again evoca. Bannon e Trump continuano a ripetere America First, riferendosi ai suoi cittadini, che secondo Bannon, sono quelli che hanno fatto l’America. Alla replica di Rose che ha parlato di melting pot il cui simbolo è proprio la Statua della Libertà, Bannon ha risposto infatti rabbioso: «You could not be more dead wrong. America has been built on her citizens». Peccato però che cittadini americani originari non esistano. Ci sono solo quegli indiani d’America sterminati da quei futuri cittadini che, secondo Bannon, dovrebbero costituire il nerbo del paese. Tutto il resto è fatto di emigrati, compresi i 700.000 del DACA a cui Bannon vuole negare la cittadinanza, la carta verde, e non vuole dare alcuna chance. Devono essere deportati. In secondo luogo, egli parla di promuovere il sistema americano che però è basato sull’American Dream. Quello che per generazioni ha animato appunto tutti gli sforzi di coloro che, emigrando negli States, hanno sperato in una vita migliore. Dunque l’idea di restringere l’America ai cittadini presenti è asfittica, statica e non risponde per niente alla sua tradizione. Questo è il motivo per cui l’America ha sempre avuto un debole per i nuovi arrivati, per i perdenti più che per quelli che ci sono già. Questo è lo spirito che l’ha sempre animata e che potrà energizzare il suo futuro. Senza questa ricchezza umana, L’America sarà solo quella «montagna di potere che non riesci più a vedere» come recitava la bella canzone dell’Assemblea Musicale Teatrale nel lontano 1977.

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