Raoul Precht
Periscopio (globale)

Mistica della traduzione

Ancora sull'arte del tradurre: per avvicinare un testo al lettore di oggi, si possono impiegare uno o più termini che all’epoca dello scrittore o del poeta in questione (ovviamente) non esistevano? Vediamo perché sì e perché no

Ho già ricordato nel mio intervento precedente (clicca qui per leggerlo), con qualche spericolato salto cronologico, le testimonianze di Joachim du Bellay, Roman Jakobson e Leonardo Bruni. Non ho certo l’ambizione di tracciare una storia della traduttologia o degli studi sulla materia; c’è chi l’ha fatto prima e meglio di me, e a questo proposito chi lo desidera potrà agevolmente consultare tutta una serie di ponderosi e poderosi volumi, dal fondamentale After Babel di George Steiner (in particolare il quarto capitolo) allo stimolante contributo di Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa, in cui l’autore fra l’altro si diverte a proporci, con garbo e ironia, una vasta panoramica di successi e insuccessi dei traduttori.

Il bello, come ricorda Steiner, è che per duemila anni le convinzioni espresse sulla natura della traduzione non sono cambiate più di tanto, e le stesse tesi continuano a rincorrersi, mutando magari pelle ma rimanendo sostanzialmente inalterate. È lecita e possibile la traduzione? Questa è la domanda principale che ci si pone ancora oggi. Curiosamente, l’approccio religioso e mistico è forse quello che ha il pregio della maggiore chiarezza. Se la parola è espressione del divino, pretendere di afferrarla nella sua integralità per renderla perfettamente in un altro idioma non è solo un atto di presunzione, ma ha qualcosa di sacrilego. Nella decifrazione e trasposizione qualcosa si perde sempre, e questo ci allontana ancora di più dal Verbo. Semplificando e banalizzando un po’, si potrebbe dire che la traduzione è vista in quest’ottica come strumento di perdizione o addirittura di bestemmia, meritando un anatema. Il quale verrà poi secolarizzato in tempi moderni e si trasformerà, più sobriamente, nella ferrea quanto giustificata convinzione che fra due sistemi semantici non possa esservi un’equivalenza perfetta. Fin qui tutto bene: ma basta davvero questo a rendere la traduzione impossibile? Ove non c’è equivalenza, si sospetta che imperi l’inadeguatezza. Quando, nella lingua d’arrivo, devo ricorrere a una parafrasi, ecco che ho perso l’immediatezza, la concisione e la precisione dell’immagine formulata nella lingua di partenza. Non siamo molto lontani dalla frase di Dante citata nella prima parte del mio modestissimo contributo.

In termini religiosi, però, si può sostenere curiosamente anche l’esatto contrario. La distruzione della torre di Babele va letta sì come una punizione che Dio infligge agli uomini, ma la dispersione linguistica reca in sé, implicitamente, l’esigenza che l’uomo faccia di tutto per ripristinare l’armonia perduta, per ritornare all’unità linguistica. E come potrebbe riuscirvi, se non abbattendo le barriere che si frappongono alla comprensione e dedicandosi all’atto purificatore e fondante per eccellenza, ovvero la traduzione? Dirimere la questione è tutt’altro che semplice. In termini filosofico-religiosi si possono sostenere quindi due tesi opposte: che la traduzione, in quanto interpretazione della parola divina, sia in sé condannata al fallimento e persino sacrilega, o che, al contrario, essa risponda alla compulsione di ripristinare l’armonia perduta dopo la distruzione della torre di Babele, e sia quindi l’unica forma di purificazione (starei per dire: di afflato mistico) di cui l’uomo è capace.

Su questa seconda linea si poneva ad esempio Walter Benjamin (nella foto), quando, in un saggio del 1923 ormai famoso, che si trova in Angelus Novus, vedeva nel traduttore non colui che comprende nei dettagli il testo di base e lo comunica con estrema accuratezza (poiché spesso quel che comunica è, ahinoi, inessenziale), bensì l’evocatore di un linguaggio che rimarrebbe altrimenti nascosto fra le righe del testo di partenza e che, una volta tradotto, si rivela più completo e variegato della sua stessa fonte.

Alla traducibilità sembrano esserci dei limiti, però, soprattutto in ambito teologico (e non mi riferisco solo alla teologia cristiana), limiti che diventano palesi quando il linguaggio sfiora il mistero, o l’indicibile. In molti casi, poi, il mistero è accresciuto dalla scomparsa dei punti di riferimento che permettevano a una cultura di comprendere le proprie oscurità. Ma chi ci dice che in futuro certe tessere oggi mancanti del mosaico non potranno essere rimesse al loro posto e consentire una nuova ermeneutica, e dunque nuove traduzioni? Perché la nostra incapacità deve essere irreversibile? E se non fosse che temporanea e superabile?

O ancora, a proposito di casi limite, si potrebbe ricordare quello della traduzione poetica, la cui difficoltà nasce dalla compresenza di vari livelli – fonetico, semantico, sintattico, ritmico, ecc. – per ciascuno dei quali occorre trovare delle equivalenze valide. Davvero arduo, se non impossibile. Ma anche in questo caso ci sono vie d’uscita. Non è forse un caso se le traduzioni poetiche che ci sembrano meglio riuscite sono le rielaborazioni ad opera di un altro creatore, nelle quali il rispetto dell’originale non è letterale, ma passa, forse paradossalmente, attraverso una profonda trasformazione e una riscrittura – la conversione per nulla pedissequa in un diverso codice.

George Steiner avanza un’ipotesi curiosa: che fra i tanti equivoci inerenti alla storia della traduzione ve ne sia uno, assai sottile, relativo proprio alla famigerata torre. Forse quest’ultima non era il simbolo dell’universalità linguistica, come si è soliti ritenere, ma solo un tentativo di risposta dato dall’uomo all’esigenza di sfuggire alla molteplicità linguistica che gli rendeva impossibili la vita e la convivenza con gli altri. Tentativo che però gli avrebbe riservato una sorpresa. “Cercando di costruire le torri,” scrive Steiner, “le nazioni s’imbatterono nel grande segreto: che la vera comprensione è possibile soltanto quando vi sia il silenzio. Costruirono in silenzio, e in questo stava il pericolo per Dio.” La distruzione della torre diventa così distruzione non di una lingua universale, ma del silenzio, il linguaggio unico che Dio avrebbe scelto per sé.

Vera o falsa che sia quest’ipotesi – certo, suggestiva lo è, e molto -, siamo condannati al multilinguismo e dobbiamo farcene una ragione. Ed ecco che un altro spiraglio a favore della traducibilità lo apre, forse involontariamente, Benedetto Croce nell’Estetica. Se l’atto linguistico è in sé irripetibile, afferma, qualunque ripresa dello stesso (e a maggior ragione una traduzione) sconterà questo dato di fatto e accumulerà una perdita rispetto all’enunciato originario. Ma se nessuna affermazione è esattamente ripetibile (non foss’altro che per il trascorrere del tempo), più che la traduzione è il discorso in quanto tale a farsi impossibile. A fallire non sarebbe quindi tanto la traduzione, rincara la dose Ortega y Gasset in Miseria y esplendor de la traducción, quanto qualsiasi concordanza fra pensiero e parola. Ma poi, rigirando ancora la frittata: se il discorso, pur se condannato a una perdita in termini d’intensità e di precisione, è invece possibile – e che lo sia lo dimostra il fatto che bene o male comunichiamo -, allora lo sarà (deve esserlo) anche la traduzione. Non resta che consolarsi con il mero dato di fatto, con la constatazione che si è sempre tradotto e si continua a farlo. La pensava così anche Goethe. L’originale, sosteneva, prima o poi è un’opera morta se non lo si sottopone all’alea della traduzione.

C’è però qualche aspetto della nostra attività che qualche volta sconcerta. Per darne un’esemplificazione, prenderò la bella versione dell’Antologia Palatina di cui siamo debitori a Filippo Maria Pontani (nella foto), insigne studioso che non ha certo bisogno di presentazioni. Nella traduzione di Pontani, antichista dotato di un’acribia filologica fuori del comune, trovo le seguenti espressioni: “stakanovisti dell’amore” (A tradimento di Paolo Silenziario), “vitellonerastía” – neologismo basato sul felliniano “vitellone” – e “manager” (Scelte di Stratone), e ancora “fifty fifty” (Spartizione di Marco Argentario). Resto perplesso e inizio a riflettere, e la memoria, che non si lascia censurare, muove dalle stelle alle stalle, fissandosi capricciosa sul famigerato orologio che compare in un’inquadratura del Caligola di Tinto Brass. Di cosa stiamo parlando? Per dirla con una parola sola, di anacronismi. Succede cioè che, volontariamente o meno, per avvicinare un testo al lettore di oggi si impieghino uno o più termini che all’epoca dello scrittore o del poeta in questione ovviamente non esistevano. Il vantaggio è che a volte sono particolarmente pregnanti: nell’ultimo caso citato il “fifty fifty” consente di rendere al meglio la vena erotica e boccaccesca (altro anacronismo, by the way) della situazione descritta dal poeta, in cui egli deve dividersi a letto fra l’amata e la di lei madre, pronta altrimenti a svergognare la giovane e clandestina coppia in pubblico. Lo svantaggio, evidente, è che certe capriole fanno sudare freddo il lettore filologicamente avvertito, richiedendogli uno sforzo d’accettazione che non sempre ha voglia di compiere.

Dissolvenza. Tre anni fa, la rivista Semicerchio ha pubblicato un voluminoso dossier sulla traduzione poetica, in gran parte incentrato su Yves Bonnefoy. In un suo articolo, appunto su Bonnefoy, Cesare Greppi parla di una strana categoria, quella dell’autore “spaesato”, ovvero l’autore posto di fronte alla sua opera tradotta, che non riesce più a riconoscere compiutamente. Mi è capitato fra le mani poco dopo l’uscita di un mio racconto su una rivista spagnola, e ho potuto quindi confrontare subito la sensazione di cui parla Greppi con quella provata nel leggere un mio testo tradotto (peraltro magistralmente) in un’altra lingua, e in una lingua tutto sommato prossima alla nostra come lo spagnolo. Indubbiamente, il mio racconto è cambiato, secondo me ci ha perfino guadagnato (il traduttore come versione migliorata dell’autore, come autore più consapevole delle proprie scelte stilistiche? chissà…), ma soprattutto ho notato nuove suggestioni e possibili biforcazioni di senso che l’originale trascurava. Un’altra tessitura, insomma, forse meno (pre)definita, probabilmente più aperta e libera, dove certi termini, lampanti per l’autore, diventano d’improvviso ambigui e polisemantici, acquisendo e svelando nuovi sensi.

Nel rendermi conto di questo mi è sorto un dubbio. Non sarà che a volte occupiamo la nostra lingua manu militari, pensando di poterci permettere qualunque incursione, mentre la lingua straniera ci induce a maggiori cautele e magari ci intimidisce? E non sarebbe opportuno applicare questa timidezza anche e soprattutto alla madrelingua? Viverla da ospiti, da esiliati, da eterni profughi, che è poi quello che sempre siamo?

Ci vuole umiltà, insomma, nello scrivere come nel tradurre. Ma l’aderenza, il rispetto, la ricerca della verità espressiva a volte non bastano. In particolare nella traduzione letteraria è necessaria anche la fantasia, e può esserlo persino la forzatura (torno a Pontani e a molti altri), se ci aiuta a fruire dell’originale e ad appropriarcene.

“La poesia non è tanto un testo, quanto una materia che irradia la sua luce. Ed è con una materia analoga che il traduttore deve rispondere alle aspettative del suo paese e della sua epoca.” Chissà che queste parole di Bonnefoy non vadano estese alla traduzione tout court, e se non a quella dei manuali d’istruzione per le lavatrici, almeno a quella letteraria? E che la luce irradiata non si abbatta sulle diverse traduzioni come attraverso un prisma, consentendo di illuminare aspetti che altrimenti resterebbero reconditi? È la scommessa della traduzione, o se preferite il mistero del tradurre.

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