Pierre Chiartano
Le ipocrisie della lotta allo jihadismo

Il seme dell’odio

Il conflitto tra wahhabiti e sciiti, il ruolo del Qatar, il razzismo economico dell'Occidente... troppi elementi del risiko islamico sfuggono ai commentatori europei. Perciò accoltellatori e “autisti della morte” continueranno a proliferare

Avremmo dovuto attaccare questo pezzo con… «dopo l’ennesima strage a Barcellona sulle storiche Ramblas, siamo qui a farci le stesse domande, ad ascoltare gli stessi commenti, ad assistere alle stesse liturgie…» ma lo abbiamo giá scritto tante volte, dopo Parigi, Bruxelles, Nizza e ancora e ancora. Leggo commenti di colleghi, stimati, competenti, gente che il Medioriente e il Nord Africa lo hanno girato. Non mezzi busti e accademici da alberghi 4 stelle o esperti abbronzati, tirati giù dal lettino sulla spiaggia di Fregene. Eppure anche da loro continuo a sentire le parole, gli aggettivi girare a vuoto. Ogni tanto – forse per sbaglio – senti anche delle mezze verità: la guerra al terrorismo in Europa è solo “apparantemente” in cima alle agende politiche. È vero.Valgono ancora gli interessi nazionali, i giochi “sporchi” della politica e dell’economia. Nelle condivisione delle informazioni tra agenzie d’intelligence fa ancora premio una certa diffidenza. Si ha sempre paura che rimestando nel torbido del terrorismo internazionale possano saltare fuori “scheletri” dimenticati, informazioni che è meglio restino chiuse nei cassetti. Anche tra partner europei lealtà, correttezza, ideali e solidarietà sono formule da discorsi pubblici.

La realtà è miserabile, fatta di scorrettezze, interessi, invidie, colpi bassi e gelosie istituzionali. Il mondo dell’accademia chiamato disperatamente a dare una rotta, a tratteggiare l’identikit di un fenomeno, risponde sempre più stancamente con formule inefficaci, come lo è l’approccio cartesiano per comprendere lo jihadismo islamico. Come lo sono le statistiche per tracciare i profili degli attentatori, oppure certe analisi quando sono influenzate da atteggiamenti auto-censori: «Questo non si può dire altrimenti rischio la cattedra». Ma per non restare sul vago faccio un esempio specifico. Giovedì sera, il giorno del tragico attacco a Barcellona, i canali Rai hanno impancato dirette di ogni tipo, alcune anche dignitose, tenendo conto del periodo post-ferragostano. Altre sinceramente imbarazzanti per il pressapochismo anche giornalistico che le caratterizzava. In una di queste c’era, fra gli altri, un noto commentatore, docente di una università privata. Non avevo cambiato canale come faccio di solito, perché avevo percepito una novità, un fatto di per sé straordinario nel mare di banalità che propongono con pervicace costanza i media nazionali. Si accennava a una chiave di lettura un po’ differente delle dinamiche terroristiche. Si nominavano il Qatar, molto attivo economicamente sullo scacchiere europeo, e la possibile volontà di voler colpire interessi economici predeterminati con la manipolazione di un terrorismo dalla psicologia “binaria” fedele-infedele. Ora occorre una breve spiegazione. Nello scontro storico e irriducibile tra Iran (sciita) e Arabia Saudita (wahhabita) il Qatar è finito di recente nella lista degli amici di Teheran. E quindi dei “cattivi” secondo la nuova narrativa trumpiana del fronte sunnita anti-terrorismo, inaugurata nel summit di Riad poco tempo fa. Oltre alla evidente irresponsabilità di mettere Riad a capo di una sacra lega per combattere un fenomeno che ha volutamente alimentato per anni, per ragioni di strategia regionale e interessi particolari, c’è dell’altro.

In Iraq la conoscono anche le pietre la genesi di Stato Islamico (quello che impropriamente molti chiamano Isis, mentre l’acronimo corretto dovrebbe essere Is, Islamic State) e chi l’ha finanziato e addestrato. Chi ha combattuto duramente per riconquistare Ramadi, Fallujah e poi Mosul sa che gli uomini di al Baghdadi sono prevalentemente wahhabiti, che molti sono stati addestrati nei campi in Arabia Saudita, prima come insurgent poi come miliziani dell’Is. Che Riad, seguendo un’antica tradizione beduina, abbia sempre giocato su più tavoli anche tradendo la fiducia di alleati storici come gli americani (pure se sempre meno convinti fino all’amministrazione Obama) è un dato oggettivo. Si sa che alcune fondazioni wahhabite saudite – chi scrive le aveva già menzionate in articoli del 2014 – hanno finanziato sia Da’esh che Boko Haram, così come hanno fatto molti uomini d’affari di Riad e membri della sterminata e riottosa real casa. Ma ben prima dell’avvento dell’Is, Riad continuava a giocare il ruolo di ancella di Washington, comprando armi e favorendo politiche energetiche “friendly” per gli Usa da un lato, mentre dall’altro fomentava l’instabilità irachena per impedire che l’influenza iraniana, già presente in quello sventurato paese, diventasse decisiva.

Quindi i ricchi sauditi erano parte del grande gioco regionale a braccetto con gli Usa, ma in Iraq alimentavano una politica avversa agli interessi americani e che avrebbe causato non pochi morti fra i militari stelle e strisce, oltre a una carneficina tra gli iracheni. In pratica gli Usa sarebbero ancora intossicati nel loro giudizio verso la Penisola Arabica dagli accordi del JECOR (Commissione economica congiunta Usa-Arabia Saudita), un organo di pianificazione tra Washington e Riad, varato a metà anni ’70 subito dopo la crisi petrolifera. Una specie di miniera d’oro. Riad investiva in T-bond (Treasury bond/buoni del Tesoro americani) cifre astronomiche, con gli interessi sui titoli si finanziava un piano venticinquennale di infrastrutturazioni e modernizzazione del paese, naturalmente realizzato esclusivamente da aziende americane, pagate direttamente dal dipartimento al Tesoro. Tutto fuori dal controllo del Congresso. Per essere chiari, questo significava, per gli inquilini della Casa Bianca, avere un bancomat per finanziare “operazioni” fuori dal vaglio e approvazione del legislativo. Una pacchia indescrivibile. Una condizione che ha spesso fatto chiudere un occhio, anche due, a molte amministrazioni di fronte alle ambiguità dei Saud.

Dall’11 Settembre 2001 è diventato sempre più imbarazzante nascondere la realtà: la natura “supremazista” del wahhabismo saudita che, di fatto, ha bloccato ogni tentativo di riforma “modernista” dell’Islam. Un Islam che pullula di pensatori e teologi pronti a “contestualizzare” una religione che condivide tantissimo sia col cristianesimo sia con l’ebraismo. Riformatori che invece sono spesso intimiditi dal potere dei petrodollari e dalle sanzioni penali cui sono soggetti grazie alla grande influenza del wahhabismo religioso e politico.

Del potere nefasto del “supremazismo” religioso di marca saudita ce ne aveva parlato, durante un panel a Jakarta, qualche mese fa, Yahya Cholli Staquf, segretario generale del consiglio supremo di Nahnadul Ulama, la più importante organizzazione musulmana indonesiana che raduna gli studiosi del Corano. Quindi anche all’interno del mondo musulmano si ha ben chiaro il problema: l’ideologia “supremazista” saudita, appoggiata da alcuni paesi occidentali o per ignavia o per un calcolo veramente cinico. Impedire che emerga un Islam “modernista” in grado di far fare un salto qualitatitivo a tutti i paesi musulmani. Molto meglio imprimere agli occhi del mondo un’immagine “barbara” che porti alla “nausea” per poi innescare le solite dinamiche secolariste di decostruzione sociale e quindi forgiare un “consumatore” più docile. Ma qui entriamo nel campo delle speculazioni. Quindi la lotta contro il terrorismo jihadista è qualcosa che è esplosa all’interno di un contesto internazionale impreparato, fatto di accordi ed interessi che rendono molto complicata la guerra al terrore. E dove i media che dovrebbero raccontare il fenomeno, si accontentano di seguire le “analisi” ufficiali. Rimangono in superfice per non essere obbligati ad scoperchiare realtà molto “imbarazzanti”.

Un altro esempio di cortocircuito nella cosiddetta lotta al terrorismo islamico è il Pakistan, alleato Usa nella guerra contro i talebani, ma contemporaneamente alleato di alcune fazioni degli studenti coranici in funzione anti-indiana. New Dehli era il grande nemico del Pakistan, e il ruolo e le interazioni tra India e Pakistan in Afghanistan erano state prese poco in considerazione, come ci aveva confessato Giandomenico Picco, già inviato speciale Onu e grande esperto di relazioni internazionali, durante un’intervista di qualche anno fa. Gli Usa e i loro generosi finanziamenti, prima o dopo sarebbero spariti. Il Pakistan con le proprie necessità geopolitiche sarebbe rimasto. Ecco, questo tipo di realtà “imbarazzanti” sono accuratamente messe sotto il tappeto di molte analisi accademiche, minandone ogni valore ed efficacia. Tornando al nostro “esperto” è evidente il tentativo di raccontare una verità parziale mettendo il Qatar sul banco degli imputati, visto che la narrativa ufficiale vuole così, ma evitando di citare l’Arabia Saudita. Magari perché la propria Università ha appena invitato l’ambasciatore di quel paese a tenere una lectio magistralis?

Ma questo genere di confusione c’è anche nelle sedi istituzionali. Esempio: pochi mesi fa il Qatar stava acquistando il vecchio stabile di via XX Settembre a Roma, una volta centro nevralgico dello Stato Maggiore Difesa (non sappiamo se la transazione sia andata a buon fine). Proprio di fronte alla nuova sede del dicastero della Difesa italiana. I soldi possono comprare tutto, anche il buon senso? Certo la politica “creativa” della Casa Bianca ai tempi di Trump non aiuta a pianificare il futuro. Per nessuno. Ma dopo l’ennesimo attentato ci si aspetterebbe che i “sistemi” avessero reagito adattandosi alle nuove esigenze. Invece ci si accorge che fanno premio ancora le vecchie logiche, come rivolgersi alle organizzazioni criminali, quanto meno per la raccolta d’informazioni da aree dove la capacità di mettere “antenne” della nostra intelligence è vicina allo zero – invece è molto efficace sul territorio nazionale. Voci di corridoio parlano di accordi con la ‘ndragheta calabrese, ma anche con altre organizzazioni criminali in funzione anti-jihadista. Accordi tra Stato e mafie che in passato hanno fatto male alla democrazia e che sottolineano ormai l’inadeguatezza dei nostri apparati a fare quel salto qualitativo necessario per vincere questa lunga battaglia contro lo jihadismo, che richiede una capacità di proiezione estera molto sofisticata. Si preferisce ripercorrere strade ben note, piuttosto che rischiare con nuovi metodi, magari poco familiari.

Fino ad oggi la statistica da però ragione all’Italia e a un modus operandi, seppur discutibile da un punto di vista etico, efficace sul breve periodo, grazie anche al ruolo di semplice “transito” dell’Italia (per ora), al numero relativamente esiguo dei foreign fighter di ritorno dai fronti caldi in Iraq e Siria e a una fattiva collaborazione con le comunità musulmane che vivono in Italia. Ma a lungo andare le fragilità strutturali emergeranno. Manca un dato culturale per comprendere l’Islam in tutte le sue sfaccettature e la capacità di “penetrazione” in certe aree e in certi ambienti per cogliere la “cifra” del fenomeno jihadista. Non riusciamo a comprendere “come ci guardano” da quel mondo e come ci giudicano, anche quelli che condannano la violenza che insaguina l’Europa e il resto del mondo, e che sinceramente odiano quei folli assassini che buttano discredito su tutta la umma musulmana. Pensiamo che la nostra immagine sia quella riflessa dalla capacità d’accoglienza e integrazione, di dialogo e compassione (nonostante i recenti fatti di Roma, con lo sgombero di via Curtatone, denoti un marcato cambio d’umore). Invece sono le politiche dei governi occidentali nei paesi musulmani, e di alcuni paesi europei in particolare, col loro freddo cinismo, con il razzismo economico e un calcolato e mai pubblicamente dichiarato disprezzo a seminare odio e rancore. Noi “occidentali” comunque non siamo ben giudicati, e a ragione. L’immagine dell’Occidente di fronte allo specchio assomiglia sempre di più ad una mission impossible da chirurgia plastica, un mondo che non è più in grado di interrogarsi sul proprio futuro perché non conosce neanche il proprio presente. Il rabbioso stupore nel guardare alla cieca e incomprensibile violenza dei folli accoltellatori e degli “autisti della morte” che ormai viviamo con cadenza costante, è la cifra di questa “ignoranza”.

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Le immagini sono di Pierre Chiartano

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