Daniele Pugliese
Un racconto inedito

Il Periodo

«Lui appuntava con la sua M quelle intrusioni violente nel gioioso andamento del loro amore. Sfogliava le pagine contando, senza badare al nome dei giorni, alla data che compariva in alto, al santo consacrato»

Be’, certo, grosso modo sì. Con Giuditta ci aveva provato. Se qualcuno avesse curiosato nella sua agenda, probabilmente avrebbe anche potuto sospettare che fosse un agente segreto o, almeno, qualcuno che aveva qualcosa di losco da nascondere. Quelle M appuntate sulle pagine del diario con apparente casualità. Una moglie avrebbe pensato ad un’amante, Monica, forse. Giuditta non era curiosa, non infilò mai lì dentro il suo naso. Certo, era gelosa, questo sì, ma d’infangare la propria dignità non ne voleva proprio sapere. Era decisa a non farlo. Sarebbe andata in escandescenza solo se per fortuite circostanze si fosse trovata di fronte al fatto compiuto. D’essere tradita non ne voleva sapere, e non lo avrebbe mai permesso, ma pensava che avrebbe tradito se stessa se solo per un istante avesse concesso alla propria mente di accettare il clima della congiura, l’atmosfera dell’intrigo. Finché stavano insieme, credeva, si erano reciprocamente promessi stima, fiducia e lealtà. Voleva credergli, si convinse, avrebbe lottato contro ogni evidenza finché questa non l’avesse sopraffatta. Non avrebbe mai indagato, decise, non c’era spazio per il sospetto. Non lesse mai, dunque, quelle M solitarie, né quei «telef. Rolando», «certif. di resid. in bollo x volture», «banca x assegno». Il codice riservato delle abbreviazioni le restò sconosciuto per sempre, ignoto il significato di quei segni.

Con Giuditta ci aveva provato per amore. Sapeva che stava male. Che era un’onda di dolore. Che affogava in quei giorni. I medici barcollavano. Qualcuno balbettava. I più non la prendevano sul serio e sminuivano le sue pene per mascherare l’ignoranza e l’inadeguatezza. Lui la osservò. Stette a sentirla. Si concentrò anche su di loro. Era stupido e colpevole quel tentativo di non riconoscere il proprio limite e, dinanzi a tale furbizia, era impossibile non provare indignazione. Ma sapeva che se quei dottori avessero ammesso la debolezza, non ne avrebbero guadagnato in stima. Dalla medicina ci si aspetta sempre la salvezza, come se questa fosse l’essenza di quella professione, non il fine, come se curare volesse dire guarire. L’equivoco è tanto radicato che gli stessi medici tendono a trasmettere un’immagine di se stessi che si potrebbe associare all’onnipotenza, il che è funzionale al loro narcisismo, ma genera solo asservimento, non fiducia.

Ad ogni modo il rimedio pareva proprio non esistere. «Neanche dentro siamo fatti tutti uguali», diceva Giuditta quando le doglie erano passate. Parlava della carne dentro, gli organi, le viscere, le ghiandole, ma alludeva all’anima. Lui appuntava con la sua M quelle intrusioni violente nel gioioso andamento del loro amore. Sfogliava le pagine contando, senza badare al nome dei giorni, alla data che compariva in alto, al santo consacrato. Quando arrivava a ventotto, allora sì, leggeva. Giovedì 14, San Leopoldo. E col lapis scriveva la M. Verso il 10 cominciava a tremare. L’uragano stava tornando. Sembrava impossibile, ma diventava più dolce di quello che era. Moltiplicava le premure, esaltava le attenzioni, portava la gentilezza al parossismo. Lei non capiva, non aveva mai messo il naso nella sua agenda, ma ben presto cominciò a mettere in relazione l’ondata che la stravolgeva con quell’acuirsi di sentimento, pensando che anche lui fosse schiavo dei movimenti della luna. L’associazione era inevitabile.

Non ne era sicura però, perché il cambiamento in lui avveniva con un qualche disordine. Di certo c’era che quando lei riprendeva a sorridere e il colore le tornava in volto, lui mollava per un po’ la presa. Sembrava staccarsi, era distratto, come sopraffatto da un’ignota stanchezza. Ma non poteva sapere che proprio in quei giorni lui consultava la sua agenda, sfogliandola altre ventotto volte per segnare la prossima M. Apriva il cassetto della scrivania, tirava fuori una penna e ripassava la precedente, se aveva azzeccato, ripetendo quella lettera nei quattro giorni successivi. Poi contava, ventotto, puntava l’indice sul foglio, prendeva un lapis dal cassetto e segnava un’altra M.

Spesso i suoi calcoli erano sbagliati. Elia se ne rese ben presto conto. I fiori che comprava per addolcire il suo dolore – che stupida idea, neanche i medici potevano niente – appassivano prima che gli ormoni sconquassassero l’organismo di lei. Era imprevedibile. Le mestruazioni non seguivano la logica fredda della matematica. Certo, avevano un ciclo, ma sembravano volerlo ingannare, come indiani appostati dietro una roccia per un’imboscata. A volte aveva dovuto prendere atto di essere arrivato in ritardo. Quando lei già si contorceva lui stava ancora contando, promettendosi che domani o al massimo il giorno dopo, si sarebbe fermato dal fioraio. Allora dal cassetto della scrivania tirava fuori una gomma e cancellava la M scritta a lapis. Con la penna la posizionava nel giorno giusto e ripartiva nel suo calcolo, cercando di capire di quanto era stato lo scarto.

Lo sbaglio lo deprimeva. Di più: provava un senso di colpa. La ragione mediava e trovava l’assoluzione, ma un fuoco bruciava dentro. Inammissibile non essersene accorto. Sbattere il naso in una realtà imprevista. E Giuditta intanto che stava male. «Non guardarmi», diceva lei aggrovigliata nel letto. Riusciva a mala pena a chiamarlo per chiedergli anestetici sempre più potenti e dannosi, un tè con i biscotti, un po’ di puré quando la fiumana cominciava ad andarsene. Piccola!

Il senso di colpa gonfiava ingurgitando l’impotenza e la solitudine in cui veniva a trovarsi in quei giorni. Non lo voleva accanto, non voleva vederlo, non voleva sentirlo, non voleva carezze, e lui che invece avrebbe voluto dargliene migliaia. Capiva che in quel momento le sue mani bruciavano sulla pelle come meduse: a lei piacevano quelle mani calde, la rassicuravano, riuscivano a scacciarle i brividi nelle notti d’inverno.

«Sei una stufetta» gli diceva rannicchiandosi nella curva del suo ventre. Si appallottolava lasciando che lo sterno di Elia aderisse perfettamente alla sua schiena. Lui piegava le gambe incuneandole nelle sue, avvolgendola da dietro finché ogni millimetro non era coperto. Poi, con i piedi, anche quelli bollenti, la scavalcava all’altezza delle caviglie, lisciandola con un movimento animalesco che qualche volta diventava una morsa. Lei si stirava compiaciuta mentre le mani di lui l’afferravano alle spalle e i polpastrelli le concedevano minuscoli massaggi.

«Sei una stufetta», ripeteva e lasciava che il sonno la portasse via. Ma quando stava male non sopportava quelle mani. Assomigliavano a strumenti di tortura. La pelle acquistava una sensibilità tutta particolare. Anche il cotone più morbido poteva sembrarle ruvido. Le lenzuola, il cuscino, la camicia da notte, tutto poteva trasformarsi in una foglia d’ortica. Un uomo amato in un’ingombrante presenza. Un cane affettuoso in un fastidioso intruso.

Il cambio di registro era difficile per Elia, il che non toglieva niente all’entità del dolore di Giuditta. Era una sconfitta. Doveva arrendersi non solo all’idea dell’impotenza – il che era possibile, con una sforzo di oggettività, dal momento che niente sarebbe riuscito a lenire quella sofferenza –; ma anche a un’altra realtà: lei poteva trasformarsi, mutare, e convertire tutto ciò che lei adorava in lui in qualcosa che invece avrebbe odiato. Rabbrividiva al pensiero che un giorno si sarebbe potuto svegliare notandola infastidita dalla sua voce; si era innamorata di lui perché si era innamorata della sua voce. Poi aveva scoperto il resto. Ma il tono baritonale con cui normalmente parlava sarebbe potuto d’un tratto arrivare alle orecchie di Giuditta acuto e cristallino, quasi un gemito, in ogni caso con un timbro che ora l’irritava. E lo scarto, il salto, avrebbe potuto investire ogni parte del suo corpo, ogni caratteristica fisica, psicologica, di comportamento, ovvero gli elementi costituenti della sua persona. I capelli, per esempio, che lei amava carezzare, spettinare, lisciare, intrecciando le dita fra le ciocche e che altrettanto repentinamente come la voce avrebbero potuto trasformarsi in orribili appendici di un corpo che non provocava più alcuna emozione, ma anzi disgusto, come una Gorgona, la Medusa dalla capigliatura serpentina.

Insomma, lo atterriva il pensiero che lei un giorno avrebbe potuto dirgli con tutto il candore della sincerità e tutta la forza della convinzione «non sono più innamorata di te». Quel giorno sarebbe arrivato ed è impossibile oggi capire se tanta sensibilità in quell’uomo era mossa solo dal presentimento. Certo era che con Giuditta ci aveva provato per amore, che aveva tentato in virtù della passione, di prevedere l’andamento del ciclo biologico, il ritmo della sofferenza, il segreto delle mestruazioni.

* * *

Occorse del tempo, ma quando riuscì ad accettare la liceità e la naturalezza della caduta di sentimento, tentò ancora di capire quel mistero delle donne. Nelle agende degli anni successivi compaiono altre M, più casuali, più rare, come se su quelle pagine ci fossero dei buchi, dei vuoti, dei salti. Talvolta, accanto alla lettera, compariva un nome e non era sempre lo stesso così che, sfogliando quei diari, è possibile leggere nomi diversi a distanza di pochi giorni, addirittura sovrapposti. Si interrogò su quella possibile coincidenza, come certi adolescenti le prime volte che fanno l’amore, proiettati ad immaginare quante altre persone nel mondo avranno provato piacere nello stesso istante in cui loro hanno goduto. Un volo a velocità stratosferica, attraversando i muri delle case, dentro gli alberghi, nelle tende dei campeggi, sotto gli alberi dei boschi, nascosti in un’auto, sulle spiagge ovattate, con la luna che occhieggia, il sole che paralizza, la pioggia che canta. Amplessi in oriente, abbracci ad Amsterdam, urla nel Sertao, convulsioni a Napoli. Felici, piangendo, un sospiro, violenza, diffidenti… chi, chi, chi…? Impazziva quando pensava a quella geografia senza toponimi, a quelle mappe censurate, a quei filmini pornografici senza attori, materiale onirico sul quale qualcuno aveva costruito ideologie e religioni, facendo perno sul concetto di comunità, e su quello dell’amore. Se lui fosse stato un filosofo, se fosse stato un profeta, avrebbe sostituito il secondo termine con la parola dolore e in quelle città indistinte, in quelle stanze tutte uguali, non avrebbe visto coppie avvinghiate, ma donne sole che gridano, piegate in due.

Giuditta non c’era più e le sue nuove compagne non soffrivano tutte così, per quanto lui ne poteva sapere. Il suo interesse verso i loro assorbenti non era però più dettato dall’amore, ma solo dalla paura. Paura che non avessero le mestruazioni. Esattamente il contrario di quello che temeva prima. Per questo timore continuava a segnare scrupolosamente quelle M con accanto il nome di chi rischiava di diventare la madre indesiderata dei suoi figli.

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Accanto al titolo: Pablo Picasso, “Madre e figlia”, 1902

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