Alessandro Boschi
Il nostro inviato al Lido

Il mostro e la sirena

“The shape of water”, il film di Guillermo Del Toro con Michael Shannon è una favola sull'amore e sulla paura del diverso. Con una musica insopportabile e un “messaggio” un po' eccessivo

A parte la geniale ripetitività e l’immediata riconoscibilità, la musica di Alexandre Desplat è così ridondante che rischia spesso di mettere in secondo piano il film stesso. È quello che accade a The shape of water di Guillermo Del Toro, proiettato alla sala Darsena, in concorso alla 74^ edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.  Il pletorico commento musicale, che per l’autore deve essere evidentemente riduttivo definire così, disturba la visione della pellicola e ne pregiudica il giudizio. Che non è comunque negativo, anzi. La favola del fratello buono del mostro della laguna e dell’amore corrisposto per la silente donna delle pulizie è raccontato con grazia, maestria e con la giusta cattiveria.

Trattasi naturalmente di una ulteriore declinazione della paura per il diverso. O meglio del disprezzo, mirabilmente incarnato dal personaggio di Michael Shannon, uno degli attori più bravi del momento già apprezzato anno scorso al Lido in Animali notturni di Tom Ford. Siamo nel 1962, c’è la guerra fredda, gli afroamericani e i gay non sono bene accetti nei bar e i matrimoni si reggono sulle menzogne. Be’, a parte la guerra fredda… che poi.

Comunque, la dolce Elisa interpretata da Sally Hawkins, non parla, e proprio per questo trova subito un canale preferenziale per comunicare con l’anfibio, che mangia uova sode e, quando capita, falangi umane. I militari, ottusi e cattivi, vogliono studiare il mostro, non prima però di averlo vivisezionato. Ma accidenti, non si può, nel senso che proprio non si può, perché il nostro non è proprio un mostro qualunque. La splendida ricostruzione degli ambienti, compresi costumi e accessori, conferisce alla pellicola un fascino e una compattezza che ci seduce portandoci in quella meravigliosa dimensione dove una favola diventa plausibile. E le derive horror, che di Del Toro sono un marchio inconfondibile, arricchiscono il livello empatico della narrazione. E si manda giù anche il messaggio che l’amore guarisce, letteralmente, tutto, e tutto vince.

Una cosa fondamentale: qualcuno dica agli organizzatori che la sigla pre film, che ha sostituito quella oramai obsoleta di Simone Massi, è letteralmente orribile, e mette subito di cattivo umore.

Cose e film che ci sono venuti in mente durante la proiezione: Il mostro della laguna, di Jack Arnold (ovvio); Hugo Cabret, di Martin Scorsese; La morte ha fatto l’uovo, di Giorgio Questi; Yakuza, di Sidney Pollack.

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