Ilaria Palomba
A proposito di “Grande era onirica”

La vita è sogno?

Nel suo romanzo Marta Zura-Puntaroni perlustra lentamente le varie fasi della «presa di coscienza» della propria incoscienza. Un percorso in cui l'unica realtà è quella del contesto: Siena

Grande era onirica di Marta Zura-Puntaroni (Minimum Fax, 2017, pp. 180, euro 16) è un romanzo di una bellezza devastante. Si tratta di un’autofiction in cui la protagonista, Marta, sperimenta diverse ere oniriche, appunto, attraverso le sostanze che assume. Inizia con il tabacco, poi l’alcol, poi comincia un percorso di catabasi nella chimica. Non si tratta di droghe illegali ma di farmaci psichiatrici, benzodiazepine, antidepressivi, fino ad arrivare agli antipsicotici.

Tutto parte da un percorso psicoanalitico, per curare quella che sembra una depressione, relazioni tumultuose che culminano in abbandoni, un lasciarsi andare alla non azione, sentimenti contrastanti di grandezza e inferiorità, e, sempre, inadeguatezza rispetto all’ambiente circostante, ai coetanei e alle altre donne, conducono la protagonista a non terminare gli studi in Lettere nell’Università di Siena, a non costruire relazioni sentimentali stabili, anche se vorrebbe, a confondere veglia e sonno, sogno e realtà, ricordi e fantasie, franando, ogni vota che si trova in una relazione che spera possa durare.

Le ere oniriche sono così chiamate in quanto, a seconda del farmaco assunto, mutano i sogni, molti di questi hanno consistenza vivida e appaiono a Marta come altre vite possibili che esperisce dormendo. C’è tutto un discorso scientifico e anatomico sulle sostanze, sulla differenza tra psicoanalisti e psichiatri, e sul fatto che poi di base questo dolore grande nulla lo risolve davvero una volta per tutte, né la chimica, né le parole. I collassi cronici della stima di sé, le gelosie e invidie furiose, le relazioni di sottomissione e dipendenza, perché non ci si sente degni d’essere amati. Relazioni che si susseguono in un perpetuo ripetersi di abbandoni, senso di vuoto incolmabile e di morte.

Siena non è solo un’ambientazione ma una protagonista, con le sue strade, i suoi scorci, i suoi abitanti, i suoi detti e la sua storia.

A parte la drammaturgia, e il coraggio di scendere nei dettagli più estremi di certe relazioni malate di sudditanza che conducono al totale annientamento del sé, di una bellezza devastante è l’uso che l’autrice fa della parola. C’è una plasticità semantica che rende bene l’idea del mischiarsi di veglia e sogno, ma anche una precisione anatomica che fa penetrare il lettore nei mutamenti biochimici del corpo, non come carne ma come materiale medico, vivisezionato dalla protagonista stessa nel suo non riconoscersi in quel corpo che abita, nel suo deviare dall’abitarlo.

«Sotto la doccia mi spazzolo i capelli e conto esattamente il numero di quelli rimasti tra le setole. L’alopecia è uno degli effetti collaterali del Depakin Chrono, ma un cranio dai capelli radi è anche uno dei segni della vecchiaia. Sogno donne di mezza età divorziate con i pochi capelli inutilmente cotonati che commentano su Facebook le mie foto irrispettose del loro decadimento. Sogno donne di mezza età che si colorano i capelli, pubblicano foto di gatti, pubblicano foto di vecchie donne brutte famose dicendo che sono belle donne nella speranza che il futuro sia altrettanto clemente nel giudizio con loro, quando saranno ancora più ridicole di quanto lo sono ora, sogno donne di mezza età dalla fronte alta dai capelli crespi dal sorriso acido e sottile dall’animo ingrato dalla carriera mediocre – i bordi delle camicie le maniche delle canottiere gli orli delle gonne che non sanno se allungarsi pietosi o accorciarsi scandalosi per mostrare il decadimento, la ptosi mammaria, l’avvizzimento cutaneo, la scarsa lubrificazione delle pareti vaginali.
Sogno la moglie dell’Altro».

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