Valentina Di Cesare
Un racconto inedito

Ida e Vika

«Ogni sera, prima di tornare a casa, dopo averle preparato la cena, Vika mette la pasticca affianco alla crema da notte e al contenitore della dentiera: è uno dei tanti tentativi messi a punto per evitare dimenticanze pericolose»

La prima campana suona alle otto ma Ida è sveglia da più di due ore. Non si alza, resta a letto; certe mattine si riassopisce una mezzora e quando si sveglia le sembra di aver dormito un’altra notte. Altre volte invece accende il televisore ma lo tiene basso e aspetta che faccia giorno. I signori Noceti, dell’appartamento affianco, hanno fatto capire durante la riunione di condominio che al mattino presto si devono evitare i rumori perché queste mura sono fatte di sabbia, passa qualsiasi cosa. Quando scende la luce del sole, i raggi compiono piccoli abbozzi di ombre sul copriletto ma questo succede solo a primavera o in estate, con il bagliore deciso del colori, in autunno e in inverno invece sul cielo si appiccica il grigiore sin dalle prime luci e il sole è una biglia sfocata dietro alle antenne dei palazzi. Vika arriva ogni giorno alle 8 e mezzo, non ha le chiavi di casa, suona il citofono anche quando il portone del palazzo è aperto, così Ida la riconosce e si alza. Era accaduto soltanto una volta che Vika fosse salita al terzo piano e avesse suonato direttamente il campanello ma Ida non aveva aperto per la paura, specialmente dopo quello che era successo alla signora Guadelli del quinto piano, raggirata e derubata da due ladri in pieno giorno. Vika impiega poco più di tre minuti dal cancello all’ingresso dell’appartamento: controlla la cassetta della posta, prende quel che c’è, bollette, avvisi o volantini dei supermercati e li mette sotto al braccio, poi schiaccia il tre sull’ascensore e intanto sente dal piano terra la serratura che si apre e le cinque mandate che Ida inizia a far ruotare. Entra e appende la giacca di pelle all’ingresso. Appoggia un volantino sul mobile della cucina e si strofina le mani sul viso rossastro. Ida intanto si snoda la vestaglia e si dirige lentamente verso il corridoio: va in bagno a lavarsi.

-Stanotte ho dormito bene, la schiena va meglio con il cuscino nuovo! – le dice Ida dall’altra stanza.

– Visto? Ti avevo detto. Oggi caffè oppure tè? – risponde a voce alta mentre sistema il tavolo.

– Oggi tè, il caffè ce lo prendiamo dopo la messa. – ed entra in bagno.

– A me caffè non piace, lo sai! – le risponde un po’ contrariata ma Ida forse non sente. Intanto ripone i piatti lavati la sera prima, accende la televisione e si ferma giusto qualche secondo a guardare poi inizia a mettere in ordine e apre le finestre. La città intera si è svegliata, i passeri sorvegliano le strade appostati sui rami bassi dei platani, passa il camion dell’immondizia e dal balcone mezzo aperto del salotto sale l’odore dell’erba tagliata nel cortile. Le persiane sono un po’ scolorite, è ora di farle riverniciare.

– Se il caffè non lo bevi, prendi quello che vuoi! – fa Ida uscendo dal bagno, riprendendo il discorso di prima. Dice sempre che non sente più come una volta, ma se sta così bene ora che ha ottantaquattro anni, cos’erano prima le sue orecchie? Vika lo pensa e intanto ha già preparato i vestiti per lei e li ha messi sul comò, ha fatto il letto, messo a lavare gli abiti del giorno prima, aperto le finestre, sbattuto i tappeti, spolverato i comodini e la specchiera. Ha le mani ruvide e qualche crepa sulle dita ma le unghie sono belle e compatte, dipinte ogni giorno di rosso corallo.

– Oggi hai deciso che metto la gonna, va bene! Bello questo accoppiamento di gonna grigia e maglietta lilla. I pantaloni mi stringono troppo ai fianchi, non sono più una signorina- fa Ida, vestendosi davanti allo specchio dell’armadio. – Voi donne nel tuo paese mettete i pantaloni anche quando siete anziane, come mai? In Italia non si usa! – domanda di nuovo Ida, ma Vika farfuglia qualcosa davanti ai cassetti del mobile del bagno. Lo scaldabagno fa rumore, Ida si dimentica di spegnerlo. Lei non è ancora anziana anche se non ha più trent’anni, ma Ida dove le avrà viste tutte queste donne moldave con i pantaloni? E come sa che sono tutte moldave e non ucraine, romene o polacche?

– Signora Ida, qui non si capisce niente. Mi hai detto di separare gli asciugamani piccoli da quelli grandi, ma poi li trovo tutti insieme. Non devi dimenticare! Ora ho rimesso a posto un’altra volta, capito? Hai preso pastiglia ieri sera?

– Ho capito, ho capito, non sono stupida. Sì l’ho presa! – risponde, mentre con la mano destra si accomoda il piccolo cespo di capelli che le pende sulla fronte, ancora appiccicoso di lacca.

– No, non l’hai presa signora, è ancora sul piattino, vedi? – e le mostra il piccolo contenitore di terracotta posizionato in bagno. Ogni sera, prima di tornare a casa, dopo averle preparato la cena, Vika mette la pasticca affianco alla crema da notte e al contenitore della dentiera: è uno dei tanti tentativi messi a punto per evitare dimenticanze pericolose. Ida scuote la testa e fa una piccola smorfia, per un giorno che l’ha saltata non accade niente, ha ottantaquattro anni dice, mica è una ragazzina.

– Certi giorni la prendi e certi giorni no. Non capisco, forse vuol dire che certi giorni dormi con la dentiera? – e accenna un piccolo sorriso, ma breve ché Ida è permalosa e riesce a tenere il muso per un giorno intero se è giornata e si arrabbia per bene. Stavolta Ida decide di non accorgersene e non risponde, non vuol essere rimproverata, non ha più l’età. La messa inizia tra poco e lei ha fretta di arrivare in tempo.

– Dopo la messa vai subito via? – domanda Ida infilandosi il cappotto. Vika non lo sa, forse deve passare al sindacato. Escono, Ida non vuol prendere l’ascensore, oggi ha voglia di sgranchire le gambe e fare le scale. Dai pianerottoli arriva l’odore di sugo, Ida dice che prima o poi dovrà decidersi a comprare un bastone, ma per ora riesce ancora a scendere aggrappata al corrimano.

– Che si fa di sabato nel tuo paese ?- chiede Ida, infilando il braccio sotto a quello di Vika.

– Sono quindici anni che non faccio il sabato nel mio paese- Vika si stacca un momento per avvicinarsi alla bancarella dei fiori all’angolo, prima della chiesa.

– Ma se ci torni ogni tanto, che dici? – fa ancora Ida.

– Quando torno a casa per quei dieci giorni, non so più se è martedì o domenica. I giorni sono tutti uguali quando sei in vacanza e la vacanza è quando non lavori. La mia casa adesso è Italia. – Gli alberi lungo il viale si sono già svestiti delle foglie, tra poco arriverà il brutto tempo, Ida lo ha sentito al telegiornale ieri sera, non potranno stendere le lenzuola sul balcone, forse nevicherà.

– Ma quella non è neve, Ida. Se potessi venire con me ti porterei io a vederla un po’ di neve! – E a Vika torna in mente quella collera bianca che scende infuriata e obliqua e ti scompiglia il viso. Arrivano in chiesa, c’è un banco dove siedono sempre, Ida a destra vicina alla colonna.

– Quando arriva tuo figlio? – domanda Ida a voce bassa, facendosi il segno della croce.

– Non lo so ancora, adesso deve finire scuola e speriamo che non deve recuperare qualcosa. Questo è l’ultimo anno, lui è molto bravo con chimica. –

– Resti con me a pranzo domani? Anche se è domenica? Facciamo gli gnocchi, te li insegno! Quando Mario viveva ancora in città glieli facevo la domenica. Secondo me ti piacciono –

– Domani non lo so, forse ci vediamo con altre amiche che lavorano qua. Ti ricordi di Antoaneta? Lei ha organizzato, prendono stanza della Associazione, ognuno porta qualcosa da casa.- La messa intanto inizia e Don Paolo legge e officia rapido: oggi non c’è quasi nessuno, anche le liturgie scontano la pena dell’inverno imminente e dei raffreddori di stagione. A celebrazione finita, sottobraccio, stavolta tornano dritte a casa: inizia a piovigginare e sono senza ombrello, il caffè al bar lo prenderanno sabato prossimo. Vika chiama l’ascensore , bisogna preparare il pranzo e stendere la prima lavatrice, gli gnocchi domani saranno buoni, glieli farà col sugo, un sugo leggero, continua Ida. – Il tappeto dell’ingresso è da cambiare, signora Ida- fa Vika rientrando- e a primavera devi mettere zanzariere, altrimenti succede come l’anno scorso. Ida risponde che c’è tempo, che prima della primavera c’è la neve, quest’anno ne farà tanta e spazzerà via gli insetti.

– Posso venire anche io domani al vostro pranzo? Non darò fastidio, mi siedo da una parte, mangio tutto, voi parlate la vostra lingua, io sto lì !- fa ancora Ida.

– Dopo parlo con Antoaneta, la chiamo e chiedo a lei.- Ida china gli occhi in basso, poi si toglie il cappotto e va a infilarsi le ciabatte. I piedi sono freddi e inumiditi, li allunga sul piccolo divano in cucina. – Mi stanco subito, come se avessi fatto chissà che- fa a Vika, che liscia le federe prima di stenderle, con un colpo secco della mano.

La minestra cuoce lenta, poi è pronta e la pastiglia è vicina al bicchiere. Ida si siede e mangia, è buona dice, è calda e fa bene. Vika scappa al sindacato, ce la farà a tornare tra un’oretta se non c’è fila. –Prendi le chiavi, Vika che dopo pranzo mi stendo un po’ in sala !- Vika corre per le scale e arriva appena in tempo a prendere il bus, si siede con la testa contro il finestrino, ha dimenticato di nuovo l’ombrello. Quando torna, in casa c’è silenzio, Ida ha lasciato la tavola apparecchiata e il piatto coperto. E’ lì che sonnecchia sulla poltrona a gambe unite, si è messa un’altra maglia addosso e la coperta, ha sempre freddo anche con il riscaldamento acceso, a Chişinău gelerebbe soltanto a guardar fuori. Passa una mezzora e si sveglia piano, poi arriva in cucina, Vika intanto ha mangiato un po’ e lavato le pentole. – Ho fatto tutto al sindacato, ora ti faccio caffè? – chiede e Ida annuisce contenta, tirando fuori due tazzine dalla vetrinetta.

– Allora – domanda – hai parlato con Antoaneta? Posso venire anche io domani al pranzo? –

– Il pranzo? Quale pranzo? Ah, no, no… Non si fa più! – Ida si alza e va verso la finestra, la perturbazione, hanno detto al telegiornale, arriverà tra poche ore e porterà neve e gelo. Guarda l’orologio, sono già le tre e mezzo, per fortuna tra poco si accenderanno i termosifoni.

Valentina Di Cesare è nata a Sulmona, insegna Lettere, è giornalista e Direttrice Artistica del Festival delle Narrazioni di Sulmona. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo “Marta la sarta” edito da Tabula Fati. Collabora con La Balena Bianca, La Città e Rockambula. Accanto al titolo: “Donna in blu”, 1900 ca., di Paul Cézanne.

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