Nicola Bottiglieri
A sessant'anni dalla morte

Il Gattopardo oggi

L’Italia di oggi è come la Sicilia del Gattopardo, una piccola realtà che deve inserirsi in una realtà più grande e sconosciuta. E allora perché l'Italia letteraria ha dimenticato di ricordare Tomasi di Lampedusa?

Il 23 luglio 1957 moriva a Roma in Via San Martino della Battaglia 2, a 61 anni, Giuseppe Tomasi, Duca di Palma e Montechiaro, principe di Lampedusa. Aveva lasciato Palermo il 30 maggio per fare nella capitale delle visite mediche specialistiche, perché gli era stato diagnosticato un tumore polmonare, a causa delle mille sigarette fumate ogni giorno. Sapeva di dover morire e sapeva che sarebbe successo lontano da Palermo, come era già successo al Principe don Fabrizio Salina, personaggio principale del suo romanzo Il Gattopardo, morto anche lui lontano da casa, alla fine di un viaggio, in un albergo di Palermo nel luglio del 1883. In realtà il vero Gattopardo (figura del romanzo ricalcata su quella dello bisnonno dello scrittore) era morto nel 1885 ma lo scrittore volle anticipare la morte del personaggio di due anni forse perché – come immagina la mia fantasia cabalistica – la somma dei numeri della data 1957 e 1885, fosse la stessa, cioè 22. Se coincideva il mese di luglio, perché non far coincidere l’anno? Se il bisnonno era morto alla fine di un viaggio, perché non ricalcare le sue orme? Se con il vero Gattopardo era finito il mondo feudale della Sicilia dei Borboni, perché non far finire la stirpe dei Lampedusa a Roma, un giorno di luglio? La salma dello scrittore fu tumulata nel Museo dei Cappuccini di Palermo, luogo fantasticato dal personaggio del romanzo come dimora ideale per la sepoltura.

Ai funerali, celebrati volutamente in un’ora scomoda, parteciparono tre persone, come egli aveva voluto e per un anno l’oblio, anzi il rifiuto, cadde sull’uomo e sui fogli che aveva scritto. Poi all’improvviso arrivò il boom: il romanzo fu pubblicato da Feltrinelli nell’ottobre del 58, vinse lo Strega nel 1959 e subito raggiunse le 40 edizioni, mentre con la traduzione in russo ed il successo del film di Visconti del 1963, raggiunse i confini della terra. E divenne il romanzo italiano più famoso nel mondo, tradotto in tutte le lingue, compreso il coreano.

In questi giorni, nel ricordare l’anniversario dei 60 anni della morte, vengono in mente i fatti straordinari che portarono alla nascita del romanzo, fatti che comunque non aprono spiragli sulla insondabile vitalità della “cultura siciliana”. Il primo che confina con il folclore riguarda la gestazione del romanzo, – l’unico della sua vita – pensato per 25 anni, fu scritto a penna su quaderni poggiati sui tavolini di un bar di Palermo, (il Circolo Bellini) dal gennaio 1955 fino all’autunno del ’56. La decisione fu presa dopo che l’autore ebbe accompagnato suo cugino, il barone Lucio Piccolo, ad un Convegno di scrittori a San Pellegrino nell’estate del 54. Scrisse tutti i giorni, dalla mattina all’ora di pranzo, fra tazzine di caffè, granite e rumori, dovendosi spostare nel retrobottega quando la sala veniva affittata per battesimi, matrimoni o prime comunioni.

Il secondo fatto straordinario  riguarda il rifiuto forse per ragioni ideologiche di Elio Vittorini (siciliano di Siracusa di umile stirpe) nel pubblicare il romanzo dell’ultimo rampollo di una dinastia blasonata sia per Einaudi sia per Mondadori. Il terzo è l’intuizione felice di Giorgio Bassani che proporrà l’opera a Feltrinelli, dopo essersi recato a Palermo per conoscere il nome dell’autore, che non compariva sul dattiloscritto (disattenzione che ebbe anche Luis Ferdinando Celine, quando presentò all’editore Viaggio al termine della notte!) dove scoprirà che il manoscritto era più ordinato della copia battuta a macchina. Il quarto infine è legato al “conte rosso”, il regista Luchino Visconti (uomo molto legato alla Sicilia, attraverso i suoi film) che «trasformò un romanzo di destra in un film di sinistra». Tutti queste “sicilianerie”  mi vengono in mente quando ascolto l’audiolibro del romanzo letto da Toni Servillo, e ogni volta mi sembra di camminare lungo la Via dell’Abbondanza degli scavi di Pompei dove tutto è palese, tutto è alla luce del sole, ma ogni cosa è carica di misteri e di cose ancora da capire.

Infatti, stupisce che un’opera così monumentale sia stata trascurata dai tanti “festival della letteratura” che si rincorrono l’un l’altro attraverso la penisola durante i torridi mesi di questa estate. Dove gli scrittori rimbalzano fra presentazioni, recensioni sui giornali, interviste in TV come sfere d’acciaio di un flipper che ad ogni contatto, elettrizzati, guadagnano punti.

Stupisce perché è un’opera ancora valida per capire i giorni nostri, e si può porre ancora come modello ai giovani scrittori, grazie allo stile agile, copioso, pieno di “delizioso fraseggio” (come ebbe a dire Bassani)  capace di mostrare e nascondere allo stesso tempo, toccando livelli di levità espressiva e di ironia consolatoria che rasentano il sussurro del vento o i ghirighori del fumo di una sigaretta.

Alle spalle di questa sottovalutazione vacanziera forse ci sono due ragioni: una mancanza di respiro profondo o “senso della storia” che caratterizza la nostra letteratura contemporanea, la seconda è che deriva dal mal gusto che la fiction televisiva sta imponendo all’arte del racconto: ossia il prevalere della trama sulla scrittura. Non dico una assurdità se affermo che oggi i romanzi (i racconti non vengono più pubblicati) vengono valutati più per il contenuto o meglio per il genere cui appartengono (libro di viaggio, romanzo storico, romanzo giallo, fantascienza, grafic-novel, ecc.), anziché per lo stile. Sotto la cui etichetta si può ricondurre l’eleganza espressiva, la ricchezza di vocabolario, la forza lirica (anche questa serve!), la punteggiatura, i riferimenti letterari, ecc. ecc. Insomma le regole dell’istanza comunicativa sembrano prevalere sulla laboriosa eleganza che deve sempre avere “un’opera d’ingegno”.

Oggi, una storia non ha successo se non viene trasformata in una fiction televisiva, evento finale che riassume tutte le fasi precedenti che servono a dare vita ad un testo: ideazione, pubblicazione, recensione, premi, passaggio in televisione. Nella letteratura sta succedendo quello che già si vede nella cucina: i monotoni panini e sbrigative patatine del McDonald stanno soppiantando le mille ricette dell’arte della cucina di Pellegrino Artusi!

Il Gattopardo non è un romanzo storico – genere in disuso, perché trasformare un racconto storico in una fiction televisiva significa farsi carico delle spese dei costumi d’epoca – ma è un romanzo che ha un profondo senso della storia, riuscendo a collegare le vicende individuali nella vasta trama della storia dell’800. Il romanzo tratta della transizione fra due epoche storiche ed è attuale perché stiamo vivendo una trasformazione della storia italiana in forme impreviste.

La vicenda del principe Salina può essere letta in molti modi: per capire la transizione dal mondo borbonico all’Unità d’Italia nel 1860, il passaggio dalla Sicilia del fascismo a quella del dopoguerra, dopo il 1943, la transizione dall’Italia nazione, all’Italia continente europeo, dopo il 1992, avendo come sfondo i travagli della globalizzazione. L’Italia di oggi è come la Sicilia del Gattopardo, una piccola realtà che deve inserirsi in una realtà più grande e sconosciuta. Il principe si chiedeva quale ruolo poteva avere l’isola all’interno della neonata nazione italiana, come oggi noi ci chiediamo quale ruolo avrà l’Italia nel «concerto delle nazioni europee».

Ma il romanzo non si limita a descrivere le grandi trasformazioni della storia, scende più in profondità, nelle storie individuali. Perciò viene da chiedersi chi siano oggi i mille e mille “volontari” di pelle nera che sbarcano in Sicilia ad ondate successive e pongono problemi molto seri alla “borghesia opulenta”, ed al popolo grasso che abita l’Italia? Quale classe emergerà da questo tumulto sociale, che non livella ma sta radicalizzando il mondo fra ricchi e poveri? La piccola nazione Italia della seconda metà del 900 potrà sopravviverà dopo la rivoluzione informatica? Di che colore sarà la pelle di Angelica e di che sangue gronderà il suo corredo quando andrà sposa al figlio rampante della classe decaduta? Gli attuali governanti entreranno nel Senato della futura Europa oppure capiranno che non hanno la lungimiranza che lo stato di cose necessita? Domande vecchie e nuove, quesiti che ogni epoca di trasformazione comporta!

P.S. Il punto di vista dello scrittore è quello del cane Bendicò, che odora molto, guarda le gambe del mondo e scodinzola quando è vicino al padrone. Siccome non può parlare, pensa molto, qualche volta abbaia. Attraverso gli occhi trasforma il silenzio in parola.

PP.SS. Si può obiettare che il successo del romanzo fu dovuto anche al film di Visconti, come oggi le vendite di un libro dipendono molto dal passaggio in televisione. La differenza è che Il gattopardo non fu scritto per il cinema, mentre molte opere hanno come orizzonte il tubo catodico.

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