Ilaria Palomba
Catalogo del Novecento

Doppio Truman Capote

«Colazione da Tiffany» di Truman Capote è un romanzo (splendidamente scritto e costruito) nel quale i personaggi non sono mai ciò che appaiono. E anzi inseguono la propria identità fino alla fine

Sul tema dell’identità, della molteplicità delle identità, dei punti di vista, della diffrazione delle esistenze, la letteratura novecentesca ha detto molto. Mi piace però l’idea di confrontare, in questo caso, due autori e due testi radicalmente diversi, dal punto di vista stilistico e contenutistico. Dopo aver parlato di Mario Soldati e del suo Il vero Silvestri (clicca qui per leggere l’articolo) molto interessante è vedere l’inizio di Colazione da Tiffany, il romanzo dal quale nel 1961 Blake Edwards trasse un film di grande successo con Audrey Hepburn e George Peppard.

Truman Capote, autore eclettico e dedito agli eccessi, con Colazione da Tiffany, proprio nelle prime pagine, affronta il tema dell’identità, collegandola al desiderio e alla mancanza. Holly (Holiday Golightly) è uno dei personaggi femminili più affascinanti della letteratura. È importante rileggerlo per la profondità tecnica e drammaturgica e soprattutto per l’impeccabilità della costruzione dei personaggi, tutti, con i loro vezzi, le caratteristiche i piaceri e le idiosincrasie, Holly in particolare.

Lei è un personaggio meraviglioso, assoluta, come Lolita, ma forse più originale e anche più borderline. Frequenta strana gente, non si preoccupa del dolore che causa agli altri, afferra e abbandona uomini, nel libro lei, così come Paul, l’io narrante, sono bisessuali, cosa che nel film non emerge. Rispetto al film ci sono moltissime differenze, la Holly cinematografica è molto meno cinica, lo si vede nella scena in cui abbandona e poi recupera Gatto: nel libro l’abbandona soltanto, lo affida a Paul, per l’appunto. Il finale anche è diverso, nel romanzo per la nostra protagonista incredibilmente bohémien, quando descrive di avere le paturnie per esempio, non trova mai pace, non trova mai l’amore, rinuncia ai sentimenti in funzione della sua unica verità: fuggire da se stessa, alla ricerca di denaro forse, un uomo facoltoso, forse, o forse è solo alla ricerca di qualcosa di chimerico che mai tornerà.

Sul tappetino all’ingresso della sua casa c’è scritto: Holly Golightly in transito. Ed è davvero questa la sua essenza, il divenire, divenire sempre altro da ciò che si è, divenire in quanto “impermanenza”, o incapacità di costruire relazioni stabili. Si tratta di un’identità non identità. All’inizio non sappiamo nulla del suo passato, se non che è stata un’attrice ma in qualche modo ha fallito. La sua identità viene costruita poco per volta. Uno sei suoi più cari amici, con cui trascorre ogni giovedì, è il vecchio malavitoso Tomato, per il quale inconsapevolmente si ritroverà a fare da tramite. Si fa mantenere di volta in volta dall’uomo di turno. È incredibilmente affascinata da Tiffany, il negozio di gioielli, e le piace al mattino fare colazione guardando nella vetrina i brillanti, le perle, contemplando un’esistenza che sa di non poter avere. Appare però, questo nella descrizione che ne fa l’io narrante Paul, sopraffatta da un sentimento di disperazione che racchiude in sé anche il suo opposto, una feroce voglia di vivere ogni cosa, ogni esperienza, ogni relazione e una quasi infantile speranza che arrivi il colpo, il botto, che troverà qualcuno di serio e di ricco, che le cose cambieranno, che smetterà di incontrare solo quelli che lei definisce porci, maiali. In fondo accade, accade con Paul ma, come ogni storia d’amore che si rispetti, si tratta di un amore impossibile.

Tutto s’incrina definitivamente nel momento della morte del fratello di Holly, cosa che viene a sapere dal suo ex marito, il quale si presenta da Paul raccontandogli la storia, il vero passato di Holly, la sua verità, la sua famiglia, tutto ciò che lei si è lasciata alle spalle e, nonostante il bene che vuole al marito, alla famiglia che l’ha accolta e quasi adottata, non può dargli il suo amore, non può dargli la sua vita, ancora troppo insicura e precaria, alla ricerca di una chimerica svolta che non arriverà mai.

In una delle prime pagine la voce narrante entra nel bar di Joe Bell, nel quale ricorda, di essere andato molto spesso con la protagonista, per il momento assente, Holly Golightly, non tanto per bere quanto per telefonare. Joe Bell dichiara di aver visto il signor Yunioshi, di recente rientrato dall’Africa, il quale gli ha raccontato di essersi imbattuto, in Africa, in una statuetta che ritraeva Holly, di aver cercato di comprarla ma di non aver potuto in quanto, il proprietario e mercante «si era coperto le pudende con le mani (un gesto di tenerezza, a quanto pare, corrispondente a quello di posarsi una mano sul cuore) e aveva risposto di no».

Così parte la fantasia sul fatto che lei fosse proprio Holly. Dopodiché l’io narrante dice a Joe Bell: «non sapevo che foste innamorato di lei, semplicemente. Non fino a questo punto.» E l’altro gli risponde che in un certo senso, sì, è innamorato di Holly ma, essendo ormai senescente rispetto a lei, non aveva mai immaginato di toccarla. Però continua a ossessionarsi sull’ipotesi che lei sia in Africa. Abbiamo dunque nominato già tre uomini: Joe Bell, Yunioshi e l’io narrante, innamorati della stessa donna in tre modi diversi, ed è interessante come venga ricostruita l’identità di Holly attraverso terzi.

«Probabilmente non ha mai messo piede in Africa, » dissi, convinto; eppure riuscivo a vedercela, era un posto dove sarebbe potuta andare. E quella statuetta… tornai a guardare la fotografia.
«Visto che la sapete così lunga, dov’è?».
«Morta. O in un manicomio. O sposata. Credo che si sia sposata e sistemata tranquillamente, magari proprio in questa città».
Lui rimase per qualche istante pensieroso.
«No,» disse, e scosse la testa. «E vi spiegherò perché. Se fosse in questa città, l’avrei vista. Prendete un uomo cui piace camminare, un uomo come me che da dieci o dodici anni passeggia per le strade, e in tutto questo tempo ha cercato con gli occhi una sola persona, e non ha visto nessuno come lei… non è ragionevole pensare che questa persona non ci sia? Ho visto continuamente qualcosa di lei: un sederino piccolo e piatto, una ragazza magra che cammina svelta e dritta…» si interruppe, come se si fosse accorto dell’intensità con cui l’osservavo. «Pensate che non abbia la testa a posto?».
«Non sapevo che foste innamorato di lei, semplicemente. Non fino a questo punto».
(Truman Capote, Colazione da Tiffany, Garzanti, 2007, pp. 13-14)

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