Luca Fortis
Cartolina da Napoli

Voci dalle Vele

In vista dell'abbattimento delle Vele di Scampia, andiamo a vedere quali sono le contraddizioni di questo luogo di conflitti e illusioni: chi le ha vissute, rivendica il diritto di combattere i pregiudizi

Tra qualche mese verranno buttate giù tre delle quattro rimanenti Vele di Scampia. Nell’era Bassolino ne erano già state abbattute tre. Finisce così la triste epopea di questi sette edifici, nati negli anni Settanta, come visione di una periferia perfetta e che nel tempo si sono trasformati in un disastro. Le case popolari che dovevano rispondere a tutti i bisogni delle fasce più povere, secondo sociologi e architetti, negli anni si sono dimostrate un fallimento, sia dal punto di vista della manutenzione degli immobili, sia per quanto riguarda la capacità di non essere infiltrate dalla criminalità. I camorristi erano però una minoranza violenta, la cui storia, raccontata in libri e film, ha finito per cancellare quella della maggioranza silenziosa e onesta. Per questo prima che il mondo delle Vele scompaia per sempre è interessante conoscere le storie di chi ci ha vissuto e chi ci vive ancora.

Vincenzo Monfregola, sei cresciuto alle Vele e oggi ti occupi del CentroInsieme, il doposcuola per i bambini delle Vele. Che ricordi hai della tua infanzia nelle Vele di Scampia?

I ricordi più belli sono proprio la normalità di tutti i giorni. Carmela l’anziana. che non avendo molto da fare, stava sempre sul ballatoio a parlare con chi passava. La signora che nel proprio appartamento aveva un negozietto informale che noi chiamavamo la “merceria” e in cui commerciava di tutto, dalle gomme da masticare ai detersivi. Un’altra vendeva invece i salumi ed era chiamata anche “la posta della Vela Azzurra” perché il postino, non volendo fare il giro di tutti gli appartamenti, lasciava tutte le lettere a lei. Chi lo sapeva, andava a ritirarle lì. La signora chiamava dalla finestra chi non passava a ritirare la posta. Poi esisteva un signore che per guadagnare qualcosa faceva il guardiano delle macchine nel garage collettivo della Vela. Se tornavi troppo tardi la notte, perché avevi fatto serata con gli amici, non ti apriva il garage perché trovava inopportuno che si tornasse a quell’ora la notte. Tutto questo per me aveva una profonda poesia. Quando traslocammo nella Vela Azzurra, nel 1979, avevo tre anni. Io credevo che stessimo traslocando in una grande nave azzurra.

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Oltre a essere un poeta che ha vinto molti premi, hai deciso di scrivere un libro Nelle navi di cemento e amianto in cui parli della tua storia. L’opera che verrà pubblicata a breve è stata finanziata con un progetto di crowdfunding lanciato dalla casa editrice di Scampia Marotta&Cafiero Editori. Perché hai deciso di scrivere un libro?

Il libro ha una motivazione forte. L’ho scritto innanzitutto perché possa essere una testimonianza per tutte quelle persone che hanno vissuto “le Vele” in modo onesto svegliandosi la mattina per andare a lavorare. Per tutti quelli che hanno scelto la strada più difficile e non quella dello spaccio alla facile portata di tutti. Appartengo a quella fetta di persone “etichettate” sia dalla “Napoli bene” che dalla criminalità organizzata. Eravamo pesci fuor d’acqua, meteore in cerca di una nuova dimensione. Il libro Nelle navi di cemento e amianto nasce soprattutto perché la mia storia possa essere di conforto a tutti quei bambini che, come me, “vestono il pregiudizio”, un abito minuziosamente cucito addosso dalla società. Vuole essere un urlo di speranza e di sostegno a favore delle loro ambizioni perché nessuno di loro debba sentirsi ultimo e perché nessuno di loro debba sentirsi legato a un disegno criminale che non esiste se non per scelta. Tanti “Vincenzo” sono riusciti a crearsi quel mondo di mezzo e costruirsi la propria dimensione affinché nessuno dei propri sogni venisse frantumato.

Maria, Melania e Antonella siete cresciute alle Vele e ancora ci vivete. Quali miti vorreste sfatare su questi edifici conosciuti in giro per il mondo per il film e la serie di Gomorra e per la criminalità degli anni 2000?

Il marito di una di noi lavora come trasportatore: quando consegna nei quartieri come il Vomero non dice mai da dove viene. Ci piacerebbe invitare qualche signora del Vomero per mostrarle chi siamo e come viviamo. Faremmo una colletta tra mamme per cucinare tantissime cose. Le offriremmo un antipasto misto, prosciutto e mozzarella, una bella pasta al ragù, una frittura di pesce e come dolce dei babà. La vita, anche se il condominio cade a pezzi e non abbiamo molti soldi, scorre come in tanti posti. Dopo aver portato i bambini a scuola ci riuniamo per prendere un caffè e ci raccontiamo le novità, magari qualche pettegolezzo. Parliamo un po’ di tutto e ci confrontiamo tra di noi. Amiamo fare squadra.

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Patrizia Mincione, fondatrice del CentroIsieme e cresciuta nelle Vele, quali sono i ricordi più belli che hai legati a questi edifici?

La processione per la Madonna parte dal santuario della Madonna del Cavone a Miano, passa dalle Vele e poi prosegue in giro per Scampia. Quando ero bambina si organizzavano per la festa tanti giochi tra le Vele. C’era il palo insaponato con attaccati in alto dei salumi e dei formaggi che erano il premio per chi riusciva a scalare la cima scivolosa. Si organizzava poi la corsa con i sacchi, il tiro alla fune e altri giochi. Si decoravano i balconi e si mettevano i lenzuoli alle finestre in segno di festa. La cucina, durante la festa, aveva e ha ancora un ruolo importantissimo. Si cucinano gli spaghetti alla “Maccheronata” che è un sugo senza condimenti come l’olio. I pomodori tritati vanno fatti cuocere per 4 ore mettendo basilico e pepe. Poi si aggiunge, quando il sugo è cotto, gli spaghetti al dente e si mette sopra una manciata di pecorino e parmigiano. Si cucina poi il peperone imbottito. Bisogna prima di tutto arrostire il peperone e poi riempirlo con salame, provola, uova strapazzate, carne macinata con soffritto e formaggio dolce. Il tutto poi va ripassato nell’olio per una breve e veloce cottura.  Si mangia anche lo stock alla casseruola che è un merluzzo tenuto sotto sale e poi in ammollo per giorni prima di essere cotto. Lo si serve con un sugo con olio, aglio olive, capperi e prezzemolo.

Maria Romano, vivi alla Vele da un decennio…

Per me le Vele non sono un mostro in cemento, ma un tetto e la speranza. In tutte le famiglie e in tutti i luoghi vi sono situazioni difficili, ovviamente ce ne sono anche qui. Ma per me questo luogo ha comunque il sapore dolce della casa. Mio marito è in carcere e ho una figlia down. Se non avessi trovato una casa qui non avrei saputo dove andare. I miei figli più grandi sono sposati, qui vivo con mio figlio di 18 anni e la più piccola di 12. Nonostante i tanti problemi, ho trovato molta umanità.  Se dipendesse da me organizzerei una manifestazione con gli abitanti di Scampia al Vomero per dire che siamo parte della stessa città. Chi vive in questo quartiere ha una marcia in più, qui c’è molta umanità. La gente mi conosce più perché vogliono bene a mia figlia down che per me, mentre in centro a Napoli quando sono con lei la gente non la guarda bene.

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