Andrea Carraro
A proposito de "La vita a rovescio"

Il secolo del corpo

Simona Baldelli torna al romanzo storico raccontando la storia di una donna libera e anticonformista che sceglie il sesso e le idee in un tempo conformista e nient'affatto libero

Simona Baldelli è una scrittrice pesarese, trapiantata a Roma, che ha esordito appena tre anni fa con un romanzo molto ispirato, Evelina e le fate (Giunti), dove si raccontavano alcuni mesi cruciali della vita di una bimba di 5 anni, durante l’ultimo anno della Seconda Guerra in una famiglia contadina di un piccolo borgo marchigiano. Un romanzo crudo nella rappresentazione bellica ma anche immaginifico, ricco di presenze magiche e potenti figurazioni simboliche. Poi è venuto Il tempo bambino, che affrontava coraggiosamente il tema della pedofilia, mantenendosi in un difficile equilibrio fra concretezza realistica e tensione onirico-fiabesca. Adesso è uscito il suo terzo romanzo, La vita a rovescio (Giunti), che la conferma fra le voci più interessanti e originali della recente narrativa. Dotata di uno stile inconfondibile, insieme crudo e visionario, Baldelli torna in questa sua terza prova a cimentarsi con il romanzo storico, andando assai più indietro nel tempo rispetto al suo esordio: la narrazione è infatti situata in un Settecento storicamente attendibile – anche se abitato dal mito (ariostesco e boiardesco) e dalla fiaba. La protagonista è una adolescente del popolo romana, Caterina, semianalfabeta, con tendenze omosessuali, che si innamora della figlia di un avvocato molto vicino al Papa – e l’innamoramento e la passione amorosa fra le due ragazze ispirano forse le parti più intense di tutto il romanzo. Denunciata per sodomia e stregoneria, è costretta a fuggire da Roma cambiando pirandellianamente identità e riparando a Viterbo. Dentro i panni maschili di Giovanni Bordoni, Caterina compirà un’ascesa sociale vertiginosa muovendosi con abilità fra nobili e prelati.

simona baldelli la vita a rovescio

Un po’ romanzo d’avventura, un po’ riflessione metastorica sulla condizione della donna e dei “diversi” sessuali, La vita a rovescio lascia dentro un’impressione di verità storico-biografica e di grande abilità nel mantenere sempre avvincente e teso il racconto. Baldelli è narratrice robusta, dotata di una lingua letteraria e colta (ma senza belletti e ridondanze), di una non comune capacità di introspezione psicologica. Il Settecento del romanzo ci appare come un secolo frivolo solo esteriormente, caratterizzato da granitiche convenzioni sociali, da una ribollente sensualità, da innumerevoli credenze e superstizioni spalmate in tutti gli strati sociali, da rozze convinzioni medico-scientifiche (come quella secondo cui l’acqua era foriera di gravi malattie: motivo per cui ci si lavava pochissimo, soprattutto fra i nobili, che «compensavano la sporcizia e il fetore con frizioni di profumo e continui cambi d’abito»).

Le descrizioni del sesso fra donne, in generale le descrizioni del “corpo”, appaiono improntate a un gusto icastico, crudo, lontano da qualunque pruderie: «Giovanni si slacciò i pantaloni. Aprì la spilla da balia e si sfilò lo straccio imbevuto di sangue. (…) Un coagulo di marchese, scuro e appiccicoso, cadde nella ciotola. Si riagganciò la pannuccia alle mutande e tornò da Anne-Marguerite», oppure «Non aveva le mutande, chissà se non le portava per abitudine o se le aveva tolte per lui». La rappresentazione approda perfino a un divertito e licenzioso gusto boccaccesco, quando Caterina/Giovanni si abbandona a segrete maratone sessuali con cameriere e serve, nobildonne e cortigiane nei palazzi dei Signori dove si trova a operare. Il finale narra di un’accidentata fuga d’amore che si conclude con un catartico, onirico disvelamento.

La scrittrice in una nota finale spiega come la storia di Caterina Vizzani narrata nel romanzo sia frutto di una scrupolosa indagine documentaria e di un elevato grado di fedeltà ai fatti storici. Non facciamo fatica a crederci.

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Accanto al titolo, Francisco Goya, “Ragazze al balcone”

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